martedì 29 gennaio 2019

Nuova autonomia del Nord: insorge la Campania

di Antonio Cimminiello

La chiamano "questione meridionale". E' il divario economico che si registra tra Nord e Sud fin dai primi anni successivi all'Unità d'Italia e che ancora oggi si trascina senza spiragli di una soluzione effettiva. Problematica questa che indirettamente è stata chiamata in causa di recente, alla luce del progetto normativo attualmente in fase di discussione e finalizzato alla nascita del cd. "federalismo asimmetrico". 

Di cosa si tratta? In pratica le Regioni del Nord e Centro Italia hanno richiesto l'attribuzione a loro favore di nuovi poteri e nuove materie sulle quali poter intervenire al posto dello Stato centrale; e fin qui nulla di anomalo, trattandosi di una facoltà riconosciuta espressamente dalla Costituzione italiana. Il punto dolente è però un altro: tale richiesta presuppone necessariamente la disponibilità, sempre a proprio favore, dei fondi provenienti dal reddito prodotto e dalle tasse pagate nei propri territori di competenza.

Considerando sinteticamente che le Regioni interessate sono quelle più ricche e che le risorse che chiedono di "trattenere" sono quelle essenzialmente destinate ad alimentare i fondi dello Stato centrale a loro volta preordinati ad assicurare i servizi su tutto il territorio italiano, è facile intuire il rischio che ne può derivare, ovvero quello di vedere ulteriormente ridotte le risorse economiche provenienti dallo Stato (già asfittiche con i tagli degli ultimi anni), risorse dalle quali, cosa ancor più allarmante, dipende quasi totalmente la garanzia di servizi essenziali al Sud, come ad esempio quello sanitario. 

Proprio questo profilo prettamente economico ha fatto insorgere le Regioni del Meridione - che si sono immediatamente rivolte al Ministro per le Autonomie Erika Stefani attraverso un documento in sede di Conferenza Unificata - ed in particolare il Governatore della Campania Vincenzo De Luca, il quale ha richiesto per iscritto un incontro formale direttamente al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il progetto di autonomia "...minerebbe in questo momento le ragioni redistributive, solidaristiche e sociali, previste dalla Carta Costituzionale- si legge nella richiesta di incontro- e renderebbe ancora più profondo il divario tra aree ricche e aree povere dello Stato, ledendo l'unità nazionale". 

L'intento delle istituzioni meridionali è quello quindi di far sentire la propria voce prima che il progetto descritto diventi norma definitiva, anche attraverso l'indicazione di una serie di "controlimiti", come ad esempio il preventivo aumento dell'entità del cd. "fondo di perequazione", nato proprio per assicurare parità di servizi e diritti per le regioni in difficoltà economica, o ancora l'approvazione dei "livelli essenziali delle prestazioni": si vuole così evitare un futuro scenario dove potrebbero essere messi a repentaglio addirittura diritti essenziali della persona. Fermo restando comunque che sul varo del "federalismo asimmetrico" non si registra ancora un consenso unanime da parte dell'intera maggioranza politica oggi al Governo. 




Indagine Eurostudent: universitari italiani studiano il 30% in più dei colleghi europei

di Teresa Uomo

Da quanto emerge dall’Ottava Indagine Eurostudent per il periodo 2016-2018, ragazzi e ragazze non si accontentano della laurea, ma mirano a proseguire la formazione con percorsi post-universitari, partecipano a programmi di mobilità internazionale, fanno piccoli lavori part-time per mantenersi e per non pesare sulle famiglie. 

La ricerca - finanziata dal Miur e condotta dal Centro Informazioni Mobilità Equivalenze Accademiche (Cimea) - delinea il profilo dello studente universitario italiano negli ultimi tre anni. La crisi economica ha modificato le abitudini degli studenti universitari e le scelte delle loro famiglie: studenti dinamici e in grado di competere – e in alcuni casi superare – la media degli studenti europei. 

Dall’analisi dei dati della ricerca appare evidente che gli studenti italiani impegnano nello studio quasi 44 ore settimanali, il 30% in più della media calcolata in Europa. Oltre la metà intende proseguire gli studi dopo la laurea e, non appena possibile, si dà da fare per contribuire a mantenersi con piccoli lavoretti, in modo da non gravare eccessivamente sulle famiglie. 

L’Ottava Indagine Eurostudent allarga poi il campo di osservazione al quadro economico e sociale di provenienza degli studenti universitari: i giovani che provengono dalle famiglie meno agiate, pur di raggiungere l’obiettivo del titolo di studio, fanno scelte compatibili con le proprie risorse, come ad esempio Atenei o corsi di studio disponibili nel proprio territorio di residenza. 

Un altro aspetto viene messo in risalto: a rendere piacevole un Ateneo non è tanto la sua fama scientifica o accademica, quanto la capacità di sostenere gli studenti nel loro percorso offrendo servizi. I giovani, infatti, tendono sempre più a scegliere l’università in base all'offerta di borse di studio e di servizi per la didattica, magari un ateneo che possa favorire la possibilità di trovare un lavoro che aiuti a mantenersi. 

Scegliere l’ateneo migliore, in effetti, sembra sempre ripagare. I migliori risultano quelli delle grandi città, dal nome conosciuto e con una tradizione consolidata. Questi infatti, esercitando un buon interesse sul mercato del lavoro, permettono un più rapido inserimento professionale, consentendo così ai giovani di recuperare l’investimento fatto nella formazione universitaria. Stando ai seguenti dati, in cima alla classifica degli atenei che garantiscono “maggiori ritorni” si trovano quelli milanesi, con Politecnico, Bocconi e Cattolica che sbaragliano la concorrenza. Bene anche le Università di Napoli e di Roma con in cima la Luiss, seguita da Tor Vergata e La Sapienza, mentre a chiudere la classifica sono le Università di Messina, Cagliari, e l’Università della Calabria.



Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco vince Premio Napoli 2018

di Fiorenza Basso

Lo scrittore Giorgio Falco
Volevo cercare non so bene cosa, qualcosa che mio padre non aveva mai trovato poiché nemmeno immaginava che esistesse. Avevo fallito per liberare anche mio padre”. È un breve passo tratto dal libro Ipotesi di una sconfitta (Einaudi), che mostra lo sgretolamento delle granitiche certezze appartenute all’età del padre, che portano l’individuo a cercare un posto fisso non solo nel lavoro, ma anche nella vita. 

L’opera autobiografica, scritta da Giorgio Falco e insignita del Premio Napoli 2018, racconta la storia del figlio di un autista dell’ATM, Azienda di Trasporti pubblici Milanesi, che dall’uscita del liceo fino all’ingresso nella casa editrice Einaudi ha svolto innumerevoli lavori: da operaio stagionale in una fabbrica di spillette che raffigurano icone come Simon Le Bon, Karol Wojtyla, Che Guevara, a venditore porta a porta di scope di saggina nera jugoslava, passando per l’allenatore di minibasket e attivatore di carte Sim, fino ad approdare alle scommesse sportive. Se da una parte il padre del protagonista ha delle certezze, quali svegliarsi alle tre e mezzo, fare colazione con una tazza di caffè, recarsi in azienda e iniziare la sua giornata lavorativa, dall’altra parte suo figlio Giorgio alimenta un’unica certezza: la parola scritta che si fa strada durante l’avvicendarsi delle sue numerose esperienze lavorative; la scrittura dunque si fa certezza nella dissoluzione, appuntamento fisso con la vita. 

Un’autobiografia a tratti ironica, a tratti pungente perché fa un resoconto della lenta metamorfosi dell’Italia, iniziata con il boom economico avvenuto negli anni Cinquanta, durante i quali viene inaugurato il mito delle grandi aziende e della notevole produzione di lavoro, per poi sfociare nella produzione di modelli immateriali diffusisi grazie e a causa della rivoluzione informatica all’inizio degli anni Novanta. 

Non è un caso se l’autore prende ispirazione dalle vicende personali per descrivere la situazione frammentaria in cui versava l’Italia negli anni Ottanta. Il padre, in questo romanzo, non è solo il genitore con il quale si ha il conflitto generazionale che porta al riconoscimento dell’alterità; rappresenta anche la società della generazione dei padri caratterizzata da infallibilità e punti fissi che non sono più riscontrabili nella società moderna. Si assiste, dunque, “all’evaporazione del padre”, alla frantumazione di tutti quei valori che garantivano un’integrità personale e sociale. 

Il protagonista del romanzo, che rappresenta l’uomo della società moderna, si divide nella vana speranza di rimanere integro; la speranza si ciba del sogno, in questo caso quello di diventare scrittore, che assicura completezza e totalità. 


La parola Doping fa ancora paura nel mondo del calcio

di Luigi Rinaldi
Risultati immagini per doping calcioNel mondo del calcio, a differenza di altri sport, come il ciclismo o l’atletica, la questione del doping viene percepita in misura molto ridotta, quasi come se il problema non esistesse affatto. Nel corso degli anni, i controlli, anziché essere incentivati sono stati progressivamente ridotti dalle varie federazioni calcistiche nazionali, soprattutto nelle serie minori, laddove l’utilizzo di sostanze dopanti può avvenire da parte degli atleti in modo sicuramente più disinvolto rispetto ai campioni che calcano i palcoscenici internazionali. 

Eppure di esempi di doping nel calcio ce ne sono moltissimi, anche se si tende a parlarne poco. Non mancano nomi illustri che oltre alle vicende sportive, sono andati alla ribalta dei media per aver utilizzato una sostanza proibita o l’altra. Andando indietro nel tempo, molti calciatori famosi si sono trovati a fare i conti con il famigerato nandrolone, uno steroide anabolizzante riscontrato, nei primi anni del nuovo millennio, su giocatori del calibro di Edgar Davids, Frank De Boer e addirittura Josep Guardiola, attuale allenatore del Manchester City

Qualche anno fa, il Sunday Times, il più famoso quotidiano britannico, uscì, in prima pagina, con il sospetto di abuso di steroidi da parte di giocatori all’interno di competizioni Uefa. Un’indagine voluta proprio dal massimo organismo calcistico europeo avrebbe raccolto 68 casi sospetti o atipici nei risultati delle analisi delle urine su 879 giocatori testati nel periodo 2008-2013. 

Tuttavia la stessa Uefa immediatamente cercò di minimizzare lo scoop del giornale britannico, adducendo la mancanza di prove scientifiche tali da consentire l’apertura di procedimenti sanzionatori per abuso di sostanze dopanti. Ha suscitato molto clamore il caso Sergio Ramos, trovato positivo dopo la finale di Champions League, vinta dal Real Madrid sulla Juventus in quel di Cardiff

Il campione spagnolo, capitano delle merengues, selezionato per il test antidoping, è stato riscontrato positivo al desametasone, sostanza con proprietà antinfiammatorie, proibita dalla Wada, l’Agenzia Antidoping Internazionale, ma che può essere assunta dagli atleti solo nel caso di determinate necessità terapeutiche. Obbligatorio però che il tutto venga comunicato alla vigilia della partita. 

Anche in questo caso la Uefa ha deciso per l’archiviazione, accettando le scuse e le spiegazioni del medico del Real, il quale, alla vigilia della partita, per errore, aveva comunicato l’assunzione, da parte di Sergio Ramos, di un altro farmaco simile ma non proibito, il Celestone Cronodose

La vicenda ha destato tante perplessità, non solo per le decisioni assunte dalla Uefa, ma, soprattutto, per il fatto che non se ne sia minimamente parlato subito dopo la finale di Cardiff. Con i diretti interessati che hanno gestito il tutto in silenzio, preoccupati di non alimentare polemiche. Ancora troppi tabù nel mondo del calcio forse perché gli interessi economici e mediatici non ne consentono il superamento. 

Nel calcio non si può parlare di omosessualità così come non si può parlare di doping. Sembra che il solo fatto di parlarne possa danneggiare l’immagine dello sport. Chissà se è vera la notizia diffusa da un giornale spagnolo, “Sport”, secondo la quale l’associazione mondiale antidoping, nel 2020, potrebbe mettere al bando anche sostanze come la caffeina e la nicotina. Il sistema calcio consentirà mai un definitivo addio alla vita normale per gli atleti? 



Sapere le lingue straniere… un toccasana per la nostra salute

di Teresa Uomo

Quante volte ci siam sentiti dire da genitori ed insegnanti che le lingue straniere sono importanti. È senza dubbio vero: in un mondo sempre più globalizzato, conoscere altre lingue oltre a quella nativa, può darci una marcia in più. Ma i vantaggi che può apportare il plurilinguismo interessano anche il benessere e le capacità del nostro cervello

Bisogna specificare che nel mondo il monolinguismo, cioè la conoscenza di una sola lingua, è piuttosto raro. Sia dal punto di vista cognitivo che da quello neurologico siamo progettati per acquisire più di una lingua. Non è un caso se in Italia moltissime persone padroneggiano sia l’italiano che il dialetto. 

C’è però da fare un’osservazione: anche nei bilingui nativi, cioè quelli che sono stati a contatto fin dalla nascita con due lingue diverse (è il caso di bambini con genitori che hanno due differenti lingue native), è quasi impossibile che i due idiomi siano utilizzati con la stessa padronanza in tutti i contesti in cui comunicano. Ad esempio, la lingua studiata a scuola sarà quella che preferiscono usare per gli argomenti studiati a scuola e nei contesti più formali. 

Parlare più di una lingua fortifica la riserva cognitiva. Una risorsa utile a contrastare non solo il declino in caso di malattie neurodegenerative, ma anche la fisiologica diminuzione di neuroni che avviene con l’invecchiamento. Gli anziani bilingui sono meno soggetti a quei fenomeni tipici dell’invecchiamento, come la difficoltà di trovare i nomi e le parole; incontrano meno problemi, inoltre, nella comprensione e nella produzione di frasi dalla sintassi complessa. 

Si tende ad imparare le lingue straniere per ottenere un lavoro migliore, per cavarsela durante i viaggi, per mantenere il cervello allenato. Il bilinguismo aiuta a sviluppare la competenza metalinguistica, cioè la capacità di riflettere sull’uso della lingua stessa. Anche i bambini bilingui sono in genere quindi più consapevoli del modo in cui sfruttano le potenzialità del linguaggio e di alcune sue caratteristiche, fra cui la grammatica. 

Il linguista francese Francois Grosjean – attraverso i suoi studi – ha individuato anche qualche possibile svantaggio del bilinguismo: i bilingui sarebbero meno abili nel giudicare le proprie capacità rispetto ai monolingui. Un bambino bilingue non è come due bambini monolingui, ossia non gestisce entrambe le lingue esattamente come un monolingue gestisce la sua sola lingua. Al contrario, il cervello di un bambino bilingue si sviluppa in modo molto diverso.