lunedì 17 febbraio 2014

Da "Campania Felix" a "Terra dei fuochi"

L'involuzione della nostra regione e le mosse per farla rinascere

Cominciamo dall'inizio, ovvero dalle origini. Quando questa fetta di territorio dell'Impero Romano, che si stendeva dal monte Massico sino al golfo di Salerno, era conosciuta come Campania Felix. Ancora molti pensano che con questa definizione si volesse indicare un territorio felice, spensierato, come siamo sempre abituati a immaginare la Campania, magari anche prima che fossero inventati pizza e mandolino. Invece gli antichi, con il termine felix, intendevano tutt'altro. Lo usavano per indicare una terra “feconda” e prosperosa, com’era a quei tempi la Campania. Di tutt'altro registro è, invece, l'attuale denominazione che da settimane vediamo sempre più frequentemente sui giornali: la Terra dei Fuochi. Come prima cosa bisogna capire perché “dei fuochi” e da lì provare a fare un excursus che ci porti a comprendere le ragioni della crisi e le possibilità reali di ripresa. L'appellativo “dei fuochi” fu usato per la prima volta nel 2003 in un rapporto di Legambiente. Fu scelto per indicare un'ampia area, tra le province di Napoli e Caserta, perennemente costellata di roghi. Roghi per la maggior parte dimostratisi tossici poiché a bruciare erano centinaia di tonnellate di rifiuti sversati illegalmente. Dietro questo enorme e losco affare non poteva che esserci la camorra e, in particolare, il clan dei Casalesi. Da anni, infatti, grazie anche alle confessioni dei pentiti come Carmine Schiavone, è acclarato che erano loro a gestire lo sversamento di rifiuti industriali, tossici e, addirittura, nucleari provenienti dal nord Italia e dal nord Europa. L'interramento di tali tipi di rifiuti, in campi successivamente coltivati, unito al fenomeno dei roghi tossici ha causato un aumento del tasso medio di malattie che hanno colpito soprattutto giovani donne e bambini. Questi dati sono raccolti spesso in maniera autonoma da medici ed associazioni perché purtroppo la Campania, nonostante l'emergenza, è una delle pochissime regioni italiane a non avere il registro dei tumori. Cosa molto grave perché ad oggi, il registro è forse l’unico strumento scientifico di monitoraggio che potrebbe essere usato nelle aule di tribunale per dimostrare il nesso che c'è tra inquinamento e aumento delle malattie. Eppure si è provato ad istituirlo, nel luglio del 2012. La Regione Campania con la legge 19 creava il registro per i tumori ma nel settembre dello stesso anno, l’Autorizzazione unica ambientale decide di impugnare dinanzi alla Corte costituzionale la legge perché «contiene alcune disposizioni in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario della Campania». La Consulta accoglie l'istanza e boccia il registro, giudicandolo «troppo oneroso e fuori budget». Una cosa assurda se si paragona il costo annuale del Registro di circa 1 milione e mezzo con i danni finora provocati dall'emergenza rifiuti, stimati intorno ai 12 miliardi di euro. Tra l’altro le cause dell'emergenza rifiuti in Campania sono diverse e molto complesse. Una commistione impressionante di errori tecnico-amministrativi e di intrecci politici, industriali e malavitosi. Ma l’errore principale non può che essere il fortissimo ritardo nella pianificazione di un ciclo integrato dei rifiuti.
Resta però da chiarire che non tutti i terreni della Campania risultano inquinati. Anzi, proprio l'allarmismo di queste settimane, che ha comunque avuto il merito di portare l'argomento sull'agone nazionale, sta creando numerosi problemi di natura economica ai produttori campani. A lanciare l’allarme erano stati i consorzi di mozzarella di bufala, che avevano registrato un crollo delle vendite del 40 per cento. Come se non bastasse, sull'onda dell'interesse mediatico, il settimanale l'Espresso ha deciso di uscire in edicola con una copertina shock che il Sindaco di Napoli ha ritenuto eccessivamente “allarmistica” tale da provocare danni d'immagine incalcolabili. Ad oggi, quindi, l’unico mezzo che la Campania ha per scrollarsi da dosso l’immagine negativa creatasi e diffusasi, è avviare un serio e completo piano di bonifiche. Un piano che sia certo nei tempi di attuazione, che sia fatto da chi i territori li conosce e che sia controllato da un organismo europeo. Troppo alto, infatti, è il rischio che la camorra possa entrare nei progetti di bonifica. Il pericolo c’è ed è reale. Ed è un rischio che non solo la Campania ma l’intera nazione non può permettersi.
di Giovanni Parisi

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