sabato 8 febbraio 2014

La crisi della rappresentanza nella politica e nelle istituzioni

La percezione dei cittadini

di David Lebro

Se la crisi economica, con tutta la sua drammaticità, sembra essere la protagonista indiscussa del dibattito pubblico degli ultimi anni, quella della rappresentanza ha ben piú antiche origini e si è, pian piano, amplificata e trasformata nelle forme e nei contenuti, oggi ben noti all’opinione pubblica. Quel necessario rinnovamento dell’attuale classe dirigente, che troppo spesso ha dimostrato di non essere all’altezza delle sfide e delle opportunità che il sistema Europa pur sempre ci prospetta, pare si accinga timidamente a decollare. Tra i pesi di cui liberarsi c’è sicuramente il mal costume diffuso, in ambienti politici ed istituzionali, del cattivo utilizzo di denaro pubblico e lo sconcerto di milioni di cittadini che, di fronte a immagini di chiaro sperpero dei propri risparmi, diventano finanziatori più o meno consapevoli di vizi e virtù della casta. E tra istanze più o meno “rottamatrici” e vecchi e nuovi patti politici all’italiana, cambiare appare sempre piú un’esigenza, se non altro per non rimanere soffocati dalla protesta e dalle rivendicazioni di chi si aspetta impegno e senso di responsabilità nelle azioni dei propri rappresentanti.

Il Senato della Repubblica
Il concetto di rappresentanza, in realtà, è spesso legato a quello di democrazia, ma bisogna fare attenzione a non confondere i due termini: il fatto che la storia delle istituzioni politiche del mondo occidentale ci ponga davanti la rappresentanza come elemento qualificante della democrazia non autorizza a produrre facili identificazioni. Scrive, a questo proposito, G. Zagrebelsky: “democrazia e rappresentanza sono due cose diverse. La democrazia come potere del popolo richiede identità tra governanti e governati; la rappresentanza si basa invece sul dualismo tra gli uni e gli altri. Il rappresentante è colui che parla in nome di un altro e, con i suoi atti, può obbligarlo; la democrazia è invece decisione del popolo”. Democrazia e rappresentanza non sono dunque sinonimi ma, nello stesso tempo, presentano un evidente legame. La rappresentanza, infatti, appare come un elemento che, operando anche all’interno della democrazia, ha un peso decisivo nella sua nascita, nella sua evoluzione e, per alcuni, nella sua crisi.

Ritornando alla questione nel merito, nelle democrazie occidentali, la crisi della rappresentanza appare sempre più legata alla crisi della politica: questo nodo problematico emerge da alcune importanti trasformazioni del sistema politico, e non solo, che si sono prodotte nel corso degli anni. Nell’opinione pubblica emerge infatti, un evidente senso di sfiducia nell’azione politica, accanto ad una tendenza a vedere in modo qualunquistico l’azione dei politici. In questo modo la scarsa considerazione morale del comportamento degli stessi politici finisce per costituire un alibi per consolidare uno scarso senso della cittadinanza. La personalizzazione della politica, come conseguenza del dominio dell’immagine sull’analisi e sulla dialettica politica tradizionale, è oggi uno dei dati più evidenti della crisi della democrazia, al punto che per alcuni si può addirittura parlare di un ritorno surrettizio del cesarismo, connotato decisivo della crisi della libertà nei regimi totalitari. L’adesione al leader carismatico, infatti, avviene in modo emotivo, irrazionale quindi con il sacrificio di una delle componenti qualificanti della situazione democratica, cioè del principio di responsabilità. Spesso inoltre, gli elettori trovano al di fuori del partito il canale della scelta e della conseguente rappresentanza. A questo proposito emerge come preponderante il ruolo dei nuovi mezzi di informazione e comunicazione che, nelle democrazie più avanzate, vengono utilizzati come strumento per ottenere consenso. Le conseguenze di questa trasformazione sono molteplici e spesso mettono capo ad una degenerazione della democrazia, intesa come equilibrio delle libertà e delle responsabilità, una estrema personalizzazione della politica, un abbassamento del livello di qualità della comunicazione e una perdita del concetto di partito, inteso come luogo di formazione politica di quadri poi destinati all’attività di rappresentanza.

Negli ultimi venti anni abbiamo assistito inoltre, ad una vera e propria degenerazione dei costumi in ambito politico e istituzionale e, tra scandali e sperperi vari, a rimetterci sembrano sempre gli italiani, che vedono la classe dirigente sempre più corrotta e più interessata a mantenere i privilegi che a cederli. Alla luce di queste riflessioni si potrà comprendere perché, dal 92/94 ad oggi, la distanza tra Palazzo e cittadini non solo è rimasta tale, ma è addirittura aumentata, tanto è vero che il Palazzo inteso come sinonimo di arroccamento è divento Casta, cioè una summa di privilegi istituzionalizzati. I cittadini, spettatori più o meno partecipi di queste trasformazioni, appaiono sempre più delusi e amareggiati, nonché poco motivati a credere che la classe politica, troppo impegnata a curare i propri interessi e mantenere i propri privilegi, possa contribuire a curare realmente i mali del sistema Italia. La disaffezione dei cittadini verso il mondo politico è ben sintetizzato anche dai dati sull’astensionismo che ormai toccano livelli a dir poco macroscopici. La speranza insomma, ormai sembra aver ceduto il passo alla rassegnazione e se il cambiamento tanto auspicato tarderà ancora a concretizzarsi sarà sempre più difficile risollevarsi dal baratro della crisi.

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