giovedì 27 marzo 2014

Bagnoli: dalla nascita dell'ILVA ai problemi giudiziari della bonifica

Cronistoria di un'odissea senza fine

L'Ex Italsider di Bagnoli
Erano gli inizi del ‘900 e del turismo di massa non si sarebbe parlato per almeno 50 anni. All’epoca quel lembo di terra che si affacciava al mare, già sede di piccoli insediamenti industriali, fece gola ai vertici dell’Ilva che non si lasciarono scappare la ghiotta occasione. L’obiettivo era quello di edificare ed insediare un imponente complesso siderurgico su 120 ettari di superficie. Per tale operazione l’ILVA impiegò appena 5 anni. Già nel 1910 venne inaugurato lo stabilimento che si sviluppò per decenni, crescendo e creando sempre più posti di lavoro. Solo nel 1918 infatti, la fabbrica occupava ben 4000 operai, mentre gli altoforni passarono da due a tre ed i forni Martin da quattro a cinque. L’ILVA quindi era già diventata una macchina perfetta, che riceveva materie prime dal mare e sempre via mare spediva i prodotti finiti. Nel dopoguerra, più precisamente nel 1954, venne eretto l’altoforno della Cementir e successivamente, nel 1962, le esigenze di spazio richiesero l’ampliamento dello stabilimento. Vennero così create la colmata a mare ed il pontile nord per permettere alle navi pesanti di attraccare ed effettuare le operazioni di carico e scarico. Con la colmata, un vero e proprio ecomostro che sottraeva spazio al mare, si giunse poi al massimo livello d’espansione industriale possibile, con la naturale e drammatica conseguenza di una devastazione quasi irreversibile del territorio. L’aria, l’acqua ed il sottosuolo infatti, risulteranno talmente compromessi che ancora oggi non è possibile una precisa valutazione economica dei danni. Ma la beffa, l’ironia più grande ed amara che segnò l’inizio della fine, avvenne nel 1976, quando il Comitato tecnico consultivo, istituito per spiegare le perdite economiche dello stabilimento, emette un rapporto conclusivo in cui si sostiene che i risultati negativi, a partire dal 1969, vanno imputati a "deficienze impiantistiche e produttive non eliminabili per carenza di spazio". S'imponeva dunque, un graduale abbandono di un'area che non era più capace logisticamente di assicurare lo sviluppo industriale. Si iniziò quindi ad immaginarne il recupero, attraverso la demolizione del gigantesco apparato industriale ed economico, per restituire dignità ad un territorio che, sin dall’inizio, sarebbe dovuto essere destinato ad altro. Nonostante l'iter burocratico fosse iniziato da oltre vent'anni, nel
1992 si chiuderà definitivamente la pagina dell’era industriale con la chiusura dell’Italsider. A partire da tale data, al di là di demagogie e scontri ideologici, nessuno è mai stato in grado di varare un progetto che valorizzasse realmente il territorio, né di effettuare la conseguente bonifica. Gli unici interventi furono tesi essenzialmente a fare cassa con lo smantellamento e la vendita della colmata continua - da non confondere con la colmata che oggi è motivo di discussione - dell’altoforno 5 e dei forni a calce, rivenduti rispettivamente a Cina, India e Malesia. Tutto ciò che non poteva essere riutilizzato veniva rottamato e venduto, come il treno a nastri, i capannoni, la centrale termoelettrica e le caldaie. Da allora, sostanzialmente, nulla più fu fatto e questa è cronaca dei giorni nostri. Con l’avanzare delle operazioni di bonifica iniziano anche i problemi giudiziari. Nel febbraio 1999 un esposto alla magistratura denuncia l'abbandono di 7000 tonnellate di amianto a cielo aperto. Nel mese di luglio dello stesso anno, un altro esposto alla Procura della Repubblica denuncia il ritrovamento di amianto, occultato nel sottosuolo dell'area industriale dell'ex-Italsider. Arrivando ai giorni nostri, dopo l’incendio di città della scienza nell’aprile del 2013, la Procura di Napoli sequestra l’intera area di Bagnoli ed indaga 21 ex dirigenti di vari Enti locali e della società Bagnolifutura, che si è occupata di recuperare e bonificare l’area. L’accusa ipotizzata è quella di disastro ambientale e truffa. Resta ancora aperta invece, la questione della colmata, i 280 mila metri cubi di cemento impastato con rifiuti e scarti industriali, realizzata con un sistema tale da essere definito dalla stessa Procura: “in perfetto stile Casalese”. Tale definizione non si riferiva agli onesti cittadini del tanto martoriato paese ormai agli onori delle cronache, bensì al metodo attraverso il quale la più grande e temibile famiglia camorristica, fosse solita sbarazzarsi dei rifiuti industriali, interrandoli sotto nuove ed ambiziose costruzioni. Un metodo quindi criminale, con un'attenta regia condivisa con l'accorta e preparata élite dei colletti bianchi che, da sempre, come un perfetto consiglio di amministrazione, converte con metodi spregiudicati e criminali, eufemisticamente definiti “d’ingegneria economica”, gli interessi economici delle attività criminali. Ed intanto sono trascorsi più di venti anni ed i bambini, ai quali fu promesso che lì dove i loro genitori avevano lavorato in luoghi insalubri sarebbero nati giardini ed infrastrutture futuristiche, studi televisivi ed opportunità di lavoro per loro, sono cresciuti, sono diventati genitori ed ai loro figli spiegano che tutto cambia per non cambiare mai.

di Gennaro Tullio

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