martedì 24 giugno 2014

Il male oscuro della società di oggi: il mobbing

Un fenomeno in continua espansione che miete sempre più vittime

Mobbing: il nuovo male della società
In un mondo del lavoro sempre più competitivo ed arrivista, emarginazione e violenza psicologica sembrano trovare terreno fertile. Coloro che assistono in silenzio al misfatto o diventano complici suggellano un moderno crimine: il mobbing. Questo termine, che deriva dall’inglese to mob (accerchiare, attaccare, aggredire in massa), è ormai entrato a far parte del vocabolario del mondo del lavoro, rappresentando un fenomeno ampio e dagli effetti pericolosissimi. Infatti, rappresenta quella pratica persecutoria o, più in generale, di violenza psicologica perpetrata dal datore di lavoro o da colleghi (mobber) nei confronti di un lavoratore (mobbizzato) per costringerlo alle dimissioni o comunque ad uscire dall’ambito lavorativo.

Gli elementi identificativi del mobbing sono dunque:
  • il contrasto tra almeno due soggetti, il mobber (parte attiva) ed il mobbizzato (parte passiva);
  • l’attività vessatoria continua e duratura;
  • lo scopo di isolare la vittima sul posto di lavoro e/o di allontanarla definitivamente o comunque di impedirle di esercitare un ruolo attivo sul lavoro;
Non esiste un criterio specifico per individuare tali atti, nei quali rientra pertanto ogni forma di angheria perpetrata nel tempo: ostracismo, umiliazioni pubbliche e spargimento di fatti non veritieri, intimidazione, svariati episodi di bullismo, molestie sessuali.

Dall’analisi del fenomeno, soprattutto ad opera di Heinz Leymann, uno dei primi studiosi della materia, sono state individuate principalmente due tipologie:
  • Il mobbing di tipo verticale è quello messo in atto da parte dei datori di lavoro verso i dipendenti per indurli a licenziarsi da soli, schivando così eventuali problemi di origine sindacale. Spesso si tratta di vere e proprie "strategie aziendali" per le quali è stato coniato il termine di Bossing; in tal caso sono i dirigenti dell’azienda ad agire;
  • Il mobbing di tipo orizzontale viene invece praticato dai colleghi di lavoro verso uno di loro per varie ragioni: per gelosia verso colleghi più capaci, per necessità di alleviare lo stress da lavoro oppure per trovare un capro espiatorio su cui far ricadere le disorganizzazioni lavorative.
Lo scopo perseguito col mobbing è quello di eliminare una persona "scomoda", sia perché più capace e geniale e dunque in grado di sovvertire la gerarchia aziendale o di eliminare i privilegi conquistati dagli altri lavoratori prima della sua venuta, sia più semplicemente perché esprimente opinioni ed abitudini diverse dal gruppo. Tutto ciò viene perseguito distruggendo la persona psicologicamente e socialmente in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni senza che si crei un caso sindacale. Di frequente, inoltre, al di là delle condotte apertamente vessatorie, la situazione di isolamento della vittima viene ulteriormente amplificata anche dai comportamenti dei c.d. "side mobbers", cioè tutti quei soggetti che, pur non essendo direttamente responsabili delle condotte "mobbizzanti", scelgono, essendone venuti a conoscenza, di restare "spettatori silenziosi" delle persecuzioni a danno della vittima designata.

Per quanto riguarda le cause del fenomeno, negli ultimi anni è emerso come queste vadano ben oltre le antipatie, gelosie e frustrazioni personali, evidenziando pertanto, un profondo legame causale con i problemi dell’occupazione ed in particolare, del ridimensionamento dell’organico. Ad esempio, le ristrutturazioni delle aziende private e pubbliche, le fusioni tra società dello stesso settore generano forti conflittualità e competitività nell'ambiente di lavoro e coloro che si trovano a svolgere le stesse mansioni entrano in conflitto fra loro fino all'eliminazione del più debole.

In Italia, la sentenza che per prima ha accolto il termine mobbing nel lessico giurisprudenziale, è la pronuncia emessa dal Tribunale di Torino, Sez. Lav. I grado, datata 16XI/99 che riguardava una lavoratrice dipendente che, costretta a lavorare ad una macchina in uno spazio angusto ed isolata dagli altri colleghi, aveva richiesto il risarcimento del danno biologico (crisi depressiva) subito a causa delle condizioni di lavoro gravose e dalle continue e mirate vessazioni e umiliazioni da parte del capo reparto. Anche l'Inail, di fronte al divampare del fenomeno, ha cominciato a considerare il mobbing come malattia professionale: infatti è stato inserito nella categoria delle malattie professionali non tabellari.

Ad oggi, il mobbing, benchè costituisca un tema caldo e molto intricato, necessita ancora di opportuni interventi legislativi e giurisprudenziali. Ma una riflessione è d’obbligo: non bisogna confondere la libera competizione con l’arbitrio del più forte, gli stimoli per raggiungere obiettivi economico-produttivi con le politiche del terrore che calpestano diritti, bisogna salvaguardare la sana e libera competizione e condannare e denunciare qualsiasi fenomeno di violenza.

di Giovanna Cerbone

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