giovedì 31 luglio 2014

Aziende municipalizzate: urge ristrutturazione

Per la Corte dei Conti l’80% non offre servizi indispensabili

La Corte dei Conti critica sulle municipalizzate
È di pochi giorni fa il severo monito con cui la Corte dei Conti ha affrontato il dossier «municipalizzate». Il procuratore generale commentando il rendiconto ufficiale dello Stato per il 2013 s’è espresso con una dura reprimenda. In particolare, i giudici contabili hanno rilevato che queste imprese hanno un forte impatto sulle tasche dei cittadini poiché, per coprire le perdite, gli enti pubblici aumentano le tasse e le tariffe e, al contempo, non brillano né per efficienza né per trasparenza. Dunque, la Corte ha invitato caldamente a intraprendere misure in grado di rendere meno costoso l’operato delle municipalizzate, impegnandosi al contempo nel predisporre strumenti per poter effettuare un controllo profondo e continuo sul loro operato, per far luce su quelli che sono stati definiti «oscuri aspetti contabili». Particolare enfasi è stata posta sulla necessità di predisporre «un disegno di ristrutturazione organico e complessivo» e dotarsi di «regole chiare e cogenti».

Le cosiddette municipalizzate, in realtà, non sono che una parte del mare magno delle partecipate pubbliche. Per l’esattezza, ne sono state censite 7.472, di cui piú di 5.000 in mano agli enti locali, 50 che fanno capo direttamente allo Stato e circa 2.000 che hanno natura diversa e mutevole (consorzi, fondazioni, etc). Un terzo di loro risulta in perdita, solo nel 2013 sono costate 25,9 miliardi e impiegano più di 300.000 dipendenti, di cui circa 12.000 amministratori e 3.000 dirigenti. Un numero insolitamente alto e, a dir poco, sospetto. Esse sono a volte il forziere nascosto degli Enti locali che, spesso e volentieri, ne approfittano per «sforare» regole contabili. Ad esempio, quelle che impongono che la spesa per il personale debba mantenersi sotto una certa percentuale dell’intero bilancio.

Riguardo alla trasparenza, è sintomatico che l’enfasi posta su di essa nel dibattito pubblico coinvolga di solito solo la politica in senso stretto. Sono pressoché giornalieri, infatti, gli appelli volti a ridurre il numero e gli emolumenti delle cariche politiche in Italia. Tuttavia, per quanto non sbagliata, si tratta d’una spinta alla trasparenza dai connotati statalisti, poiché volta unicamente a denunciare privilegi della classe politica, spesso insopportabili ma praticamente insignificanti sotto l’aspetto della contabilità pubblica. Ci si guarda bene, invece, dal metter in discussione l’intero — ben piú consistente e numeroso — apparato pubblico burocratico e, soprattutto, dal ridiscuterne l’ ambito d’intervento. Confindustria ha calcolato che una riorganizzazione delle municipalizzate potrebbe portare a risparmi quantificabili in 12,8 miliardi. Ciò che appare piú sorprendente, tuttavia, è la stima della Corte dei conti secondo la quale la grandissima parte di questi enti, circa l’80%, non offre servizi ritenuti indispensabili. Per esempio, esistono imprese in mano a Comuni e Regioni che gestiscono sale da gioco, farmacie, assicurazioni e addirittura la produzione di prosciutto. Per quanto riguarda i servizi ritenuti essenziali, l’opposizione alla loro privatizzazione è correlata a interpretazioni profondamente errate di questioni economiche quali il monopolio o la bontà della spesa pubblica — errori che affondano le proprie radici in una narrazione a senso unico negli ultimi decenni, fatta d’una difesa a prescindere dell’intervento pubblico. Invece, per gli ultimi tipi d’interventi non esistono scuse: sono clientelismo allo stato puro e, quel ch’è peggio, rappresentano il tratto tipico dello «Stato imprenditore» che provoca incommensurabili danni, sia sotto il profilo delle risorse drenate dal settore privato, sia sotto il profilo della concorrenza «sleale» ai danni delle imprese che operano nello stesso settore.

di Michele Capasso

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