giovedì 31 luglio 2014

Le mancate politiche di sviluppo in Regione Campania

La disfatta dei Fondi Strutturali tra incapacità amministrativa e progetti mai conclusi

Le amministrazioni meridionali incapaci di spendere le risorse assegnate
I fondi strutturali sono il principale strumento della politica di coesione dell’Unione Europea e, in un quadro di risorse pubbliche che tendono sempre più a ridursi, rappresentano per la Campania e per il Mezzogiorno, una fonte di finanziamento rilevante per la realizzazione di politiche di sviluppo. Recentemente è giunta la notizia del giudizio molto negativo espresso dalla Commissione europea relativamente alla programmazione 2000-2006, nota come Agenda 2000. A finire sotto osservazione sono stati numerosi progetti che non hanno dato i risultati attesi perché mai conclusi o resi operativi.
Tuttavia se Agenda 2000 può essere considerato un vero e proprio fallimento, i problemi sembrano riproporsi in maniera non meno grave con riferimento all’azione dell’attuale governo regionale e alla programmazione 2007-2013. Secondo i dati resi noti dal Ministero dello Sviluppo Economico la Campania risulta aver speso appena il 16% delle risorse FSE e 14% del FESR.
Sono anni ormai che viene denunciata l’incapacità delle amministrazioni meridionali di spendere in maniera efficacie le risorse a propria disposizione.
La Svimez nel suo Rapporto sull’economia del Mezzogiorno ha messo in luce come i fondi comunitari, negli ultimi dieci anni, abbiano contribuito a una crescita delle aree in ritardo di sviluppo in misura molto maggiore (3,3%) rispetto alla media dell’Unione (2,6%). Nello stesso periodo nel Mezzogiorno la crescita era stata molto più limitata (1,1%) rispetto al centro-nord (1,4%).
Le ragioni di questa impotenza le ritroviamo in uno studio condotto dall’Università di Goteborg (Quality of Government in EU Member States and regions). Lo studio prende in considerazione una serie di indicatori utilizzati per costruire un indice di misurazione della qualità del governo. L’analisi si fonda su quattro pilastri: corruzione; stato di diritto; efficacia del governo; accountability. La regione europea con l’indice più alto è il Midtjylland (Danimarca) con un punteggio di 1.750. L’indice di qualità medio del nostro paese è -1.064 e la prima regione italiana il Trentino (57°, 0.766). Nel Mezzogiorno il miglior risultato è quello dell’Abruzzo (169, – 0.988). L’indice della Campania risulta disastroso (-2.408) e colloca la regione al terz’ultimo posto. Peggio fanno solo le due aree più povere in assoluto dell’Unione: Severozapaden (Bulgaria, -2.556) e Ilfov (Romania, -2879).
In sostanza nella nostra realtà varie amministrazioni sono coscientemente promotrici di uno stile di governo caratterizzato dall’opacità e dalla chiusura dei processi decisionali, dalla mancanza di coordinamento e dalla frammentazione degli interventi, dalla perdita del focus sulle reali esigenze del territorio. Il sistema politico-amministrativo spesso continua a rappresentare una rete dissipativa intrisa di connivenze e cooptazioni che coinvolgono ceto politico-burocratico e organizzazioni d’interesse. Una rete che è il principale sistema di regolazione sociale e il più rilevante svantaggio competitivo: gli attori che la compongono non hanno alcun interesse in uno sviluppo equo e armonico, al contrario è la condizione di arretratezza che li legittima nella richiesta di sempre nuove risorse pubbliche. Un salto di qualità potrebbe essere rappresentato anche da un approccio volto al riconoscimento e alla legittimazione di esperienze e di soggetti sociali, culturali, minoranze attive, e nel conseguente passaggio da pratiche consultive e concertative limitate a esperienze volte alla formulazione di decisioni più razionali perché caratterizzate da una logica di confronto e di inclusione di un numero maggiore di punti di vista. In quest’ottica la partecipazione non costituirebbe solo la base per migliorare l’efficacia delle politiche, ma rappresenterebbe un opportunità di rafforzamento del capitale sociale, di costruzione di istituzioni e apprendimento collettivo.

di Michele Capasso

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