venerdì 1 agosto 2014

Per un nuovo partito riformista

La vera battaglia è far diventare pienamente riformista tutto il PD
Il risultato del PD alle ultime elezioni europee non può essere considerato un limite massimo oltre cui sarà impossibile andare. Ciò significherebbe vivere di rendita, quando in realtà quel 41% di consensi apre nuove frontiere per fare ancora meglio, purché siano subito aggredite alcune questioni su cui il PD non appare ancora chiaro e univoco. La prima di queste è la questione morale. Per dare nuova linfa all’impegno politico è essenziale un recupero di moralità diffusa nel Paese. Su questo tema, ormai superate le scorrerie dei partiti, oggi imperano le ruberìe di persone che puntano a facili guadagni privati: politici, imprenditori, pubblici ufficiali, faccendieri di ogni risma.

Torniamo alla “questione morale” sollevata da Enrico Berlinguer, ma non solo per denunciare che i corrotti vanno processati e puniti; anche perché occorre garantire ad ogni ente pubblico la responsabilità del proprio ruolo e autonomia e cessi definitivamente l’occupazione dei partiti da tali enti. Non è più sopportabile che sia un partito a decidere chi deve essere il Primario di un ospedale o chi debba essere il direttore del Telegiornale. Tutto questo deve essere gestito dagli organi di governo degli enti, i quali devono avere la piena disponibilità e responsabilità delle scelte da fare, rispondendo all’ente pubblico che li ha nominati. Ma anche questo non è abbastanza: se si vuole perseguire una conquista piena della moralità del Paese è necessario fare passi avanti anche sulla moralità del cittadino. Esiste un’evasione fiscale paurosa, anche se in alcuni casi l’evasione è ragione di sussistenza a fronte di un’imposizione fiscale altissima: io credo che si debba giungere ad una revisione delle imposte alla persona e all’impresa affinché si possa avviare senza scrupoli un sistema di controllo dove non ci sia nessuna tolleranza verso gli evasori fiscali. Che si realizzi davvero il “pagare tutti per pagare meno”, arrivando ad alleggerire il peso delle imposte per chi ha sempre pagato. L’altra questione essenziale è la riforma della giustizia. C’è davvero poco che funziona, non è pensabile che i processi durino anni, quando spesso l’esito di un processo condiziona la vita di un’intera famiglia o la sopravvivenza di un’impresa. Una persona ha diritto di sapere rapidamente se è ritenuta colpevole o innocente; per non parlare delle liti civili, la cui durata è tale da scoraggiare chiunque a perseguire la tutela dei propri diritti, incentivando così i comportamenti illegali e incivili.

Il PD deve fare una campagna insistente sull’importanza dell’etica pubblica e privata nel suo complesso, sulla valorizzazione dei comportamenti virtuosi individuali e collettivi, sulla promozione del bene comune; l’onestà (anche intellettuale), la meritocrazia e la legalità devono essere per tutti una bussola da seguire. Questa è la condizione per vivere meglio, per garantire equità e competitività al Paese, necessaria per poter guidare e condizionare la politica anche a livello europeo ed internazionale. La seconda questione riguarda la natura e la vocazione del Partito Democratico. Con il 41% si può ambire ad essere il “partito della Nazione”, con l’ambizione maggioritaria di essere il partito di governo del Paese. Una forza politica che non è a priori contro nessuna classe sociale, quindi interclassista, che apre le porte a tutti. Noi abbiamo detto che per rilanciare l’economia e la competitività occorre diminuire il costo del lavoro (non diminuire le retribuzioni, anzi) e contribuire allo sviluppo degli investimenti a favore della qualità del prodotto. Il Ministro Guidi in una recente assemblea di Confindustria ha criticato la dilagante cultura anti-imprenditoriale e la criminalizzazione del profitto”, argomentazioni che nei partiti di sinistra, compreso il PD, a volte fanno storcere il naso a qualcuno, convinto che le politiche classiste siano il modo migliore per difendere i lavoratori dipendenti e i loro stipendi. Occorre invece essere chiari sul fatto che nel PD non c’è spazio per una cultura anti-imprenditori o diffidente nei confronti del lavoro autonomo, sapendo che senza il profitto privato non c’è impresa, e senza impresa non ci sono né posti di lavoro né investimenti. Questo significa essere contro i lavoratori? Assolutamente no, è chiaro che il lavoratore è la parte debole nei rapporti socio-economici e va sostenuto, questo è un ruolo del sindacato insostituibile, cos’ì com’è giusto che il sindacato indirizzi le rivendicazioni in un quadro di compatibilità generali dell’impresa e del Paese. Ed anche il PD è chiamato a fare la sua parte di sostegno verso il mondo del lavoro, ma ciò non può significare che non farà la sua parte anche a sostegno dell’impresa e dell’economia generale del Paese.

Qualcuno ha detto che in questo modo il PD è la nuova DC. Non si vuol capire che non siamo di fronte alla somma fra PCI e DC, o a un compromesso storico fuori tempo. E’ l’evoluzione e l’incontro fra culture socio-politiche diverse da cui è scaturita una nuova sensibilità che non santifica questa o quella classe, ma che fa del suo meglio per eliminare le contraddizioni fra esse, per determinare momenti di intesa, politiche di collaborazione e anche di partecipazione all’impresa, tali da determinare nuovo sviluppo per il sistema economico e per il Paese, senza il quale sarà impossibile aumentare l’occupazione. Se riusciamo in questa scommessa il Paese ne uscirà bene.

La sconfitta di altre forze politiche che si professano anch’esse riformiste è determinata dall’illusione di costruire dal nulla una forza innovatrice che possa stare con successo fra il PD e il centrodestra, senza capire che questo spazio politico non c’è, e che la battaglia vera è far diventare pienamente riformista tutto il Partito Democratico. Nelle scorse settimane si è avviato un significativo dibattito sul rapporto fra il PD ed alcuni parlamentari quali Pietro Ichino, Andrea Romano, Linda Lanzillotta e altri. Lo stesso Monti ha dichiarato che se Renzi avesse vinto prima non sarebbe nata “Scelta Civica”. Oggi, con Renzi al Governo, quella forza politica ha esaurito la sua credibilità. Ma chi allora fece quella scelta oggi non può essere respinto a prescindere, perché la loro cultura riformista non è estranea o confliggente con quella del PD, oggi ancor più di allora. Una partito politico pluralista e a vocazione maggioritaria apre le sue porte a chi può dare contributi positivi e coerenti alle sue elaborazioni programmatiche e alla qualità del suo gruppo dirigente, ad ogni livello. E’ (anche) in questa apertura culturale che stanno le migliori potenzialità del Partito Democratico e del Paese.

di William Colli

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