mercoledì 29 ottobre 2014

Una Bicamerale d'inchiesta riapre il caso Moro

Fioroni nuovo presidente: “oggi ci sono le condizioni per scrivere la verità”

di David Lebro

Misteri, enigmi, incongruenze, reticenze, omissioni. A distanza di trentasei anni la ricerca della verità. Tutta la verità. Per restituire alla storia una ricostruzione fedele e completa dei fatti che portarono prima al sequestro e poi all’uccisione di uno dei più grandi statisti del XX secolo. Tante domande, tanti dubbi, tante perplessità, un unico grande interrogativo: la morte di Aldo Moro poteva essere evitata? E a chi, in quegli anni, conveniva sbarazzarsi di un personaggio così scomodo? Perché chi sapeva è restato in silenzio?
Proprio per fare chiarezza su una delle vicende più oscure della storia italiana è stata finalmente istituita, nei giorni scorsi, su proposta di diversi parlamentari del PD tra cui Giuseppe Fioroni e Gero Grassi, un’apposita Commissione bicamerale d’inchiesta, che per 18 mesi avrà l’importante compito di recuperare il ritardo e le omissioni dello Stato sull’intera vicenda. Ma anche di fare piena luce “sugli elementi non ancora chiariti e sugli elementi di nuova conoscenza che possono contribuire a individuare responsabilità finora inedite di singoli o di apparati”. L’obiettivo, dunque, è quello di mettere, una volta per tutte, la parola fine al caso Moro e su questo il neo Presidente della Bicamerale, Fioroni è stato chiaro: “oggi ci sono le condizioni per scrivere la verità”. Oggi appunto, non ieri. Si perché, in quasi quarant’anni, non sono mancate iniziative parlamentari e commissioni d’inchiesta, la prima risale addirittura al 1979, ma il permanere di determinate condizioni politiche e la presenza di numerosi personaggi a torto o a ragione coinvolti, ha fatto sì che la verità non venisse mai completamente a galla. 
Nel corso degli anni, infatti, è stata prodotta un’enorme quantità di documenti ed approfondimenti, sapientemente raccolti e sintetizzati in un dossier di 400 pagine dal gruppo PD alla Camera e curato da Gero Grassi, che attraverso una ricostruzione minuziosa di dichiarazioni, testimonianze, citazioni tratte da audizioni, documenti, relazioni per il Parlamento, sentenze e materiale fotografico ripercorre i nodi più oscuri della vicenda. Un dossier che ha senz’altro contribuito ad alimentare la consapevolezza che di contraddizioni nel caso Moro ce ne sono. Ed anche troppe. Se a tale consapevolezza aggiungiamo le nuove rivelazioni emerse, come le recenti dichiarazioni di un ex poliziotto, che svela il contenuto di una lettera scritta da uno dei due presunti passeggeri della Honda che bloccò il traffico il giorno del rapimento, in quel 16 marzo 1978, capiamo l’importanza di questa Bicamerale e l’ancora più importante funzione che è chiamata a svolgere.

Inquietanti retroscena potrebbero portare alla risoluzione di un caso, denso di intrighi e giochi di potere, che mostrano i limiti e le bassezze di una parte di Stato deviato. Ma anche dell’agire umano applicato alla paura di un uomo come Moro, probabilmente a quei tempi considerato troppo pericoloso per il mantenimento dello status quo. Perché, ritornando alle rivelazioni dell’ex poliziotto, se addirittura gli uomini in sella alla Honda in via Fani rispondevano al colonnello del Sismi, Camillo Guglielmi, e il loro compito sarebbe stato quello di “proteggere le Br da disturbi di qualsiasi genere” è evidente, come sostiene anche Gero Grassi, che "dietro il rapimento di Moro non ci furono solo le BR che furono in realtà quantomeno osservate e tutelate nei loro propositi". Considerazioni agghiaccianti che lasciano intendere un sottobosco fatto di collusioni, appoggi e collegamenti tra servizi segreti (italiani e stranieri), poteri ecclesiastici e massoneria, ma che purtroppo ben inquadrano la storia del grande leader della DC, a differenza della pseudo verità propinataci in tutti questi anni. Il nuovo organismo parlamentare insomma, che avrà gli stessi poteri investigativi dell’autorità giudiziaria ne avrà di materiale da trattare. E sicuramente contribuirà a far emergere la verità sulle responsabilità e i livelli di potere coinvolti risultando determinante nel ricostruire le dinamiche e gli accadimenti di una vicenda a tinte fosche e nel restituire finalmente la verità alla storia del nostro Paese.



giovedì 23 ottobre 2014

Riforma del lavoro: servono scelte nette, semplici e radicali

Mission, obiettivi e la questione dell’articolo 18

La riforma del lavoro proposta dal Governo si sostanzia in un insieme organico di profonde modifiche che hanno l’ambizione di ripensare radicalmente il mercato del lavoro. Un intervento complessivo quindi, non aggiustamenti parziali: proprio per questo motivo, giudicare il progetto di riforma concentrando tutta l’attenzione su un singolo intervento (ovvero la modifica dell’art. 18) non ha alcun senso. Se vogliamo discutere senza faziosità nel merito delle proposte, è chiaro che le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori vanno messe in relazione agli elementi salienti del “Jobs Act” e ai suoi obiettivi. Le due principali finalità della riforma sono evidenti:

· far crescere l’occupazione aumentando considerevolmente la diffusione dei contratti a tempo indeterminato (che oggi riguardano soltanto il 16% dei neo assunti) con un sistema di tutele crescenti, in un quadro fortemente semplificato delle tipologie di rapporti di lavoro;

· estendere universalmente le tutele essenziali a chi ancora non le ha, ovvero a quei milioni di lavoratori con contratti precari, a cui la riforma estende ulteriormente i diritti sulla maternità e un più esteso accesso agli ammortizzatori sociali.

E ciò dovrebbe andare a scapito di chi ha già un posto fisso con tutele garantite? No, allo stato attuale della discussione ciò non è previsto, non vengono tolte tutele a chi le ha. I lavoratori che hanno già un contratto a tempo indeterminato non dovrebbero essere interessati dalla riforma.

L'art. 18 e il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa non verrà meno per i contratti in essere e continuerà ad essere applicabile anche ai nuovi contratti previsti dalla riforma sia per i licenziamenti discriminatori che disciplinari, per i quali sarà sempre possibile chiedere la reintegrazione nel posto perduto.

Ci sono certamente molte questioni della legge delega che richiedono ancora approfondimenti, ma serve una discussione sul merito, senza le inconcludenti timidezze del passato, su cui la sinistra italiana ha le sue responsabilità. Non serve fare la caricatura di vecchi schieramenti, non c’è il tempo per giocare a chi è di sinistra e a chi non lo è abbastanza. E’ una trappola conservatrice che nessuno può più permettersi.

I contenuti essenziali del “Jobs Act”

- Il cuore della riforma è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che aumentano con gli anni di anzianità. Si applicherà a tutti i neo assunti, godrà delle tutele “piene” oggi precluse ai precari, ad eccezione del diritto alla reintegrazione per alcuni casi di licenziamenti economici (la reintegra rimarrà invece in caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari). Il nuovo contratto verrà incentivato da forti benefici fiscali che lo renderanno più appetibile del contratto a termine, incentivi che l’impresa dovrà restituire allo Stato in caso di scioglimento anticipato del rapporto di lavoro;

- la drastica riduzione delle tipologie contrattuali: rimarranno soltanto il contratto a tempo determinato e il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che soppianterà le varie forme di lavoro precario (contratti a progetto ecc.);

- i nuovi ammortizzatori sociali: estensione universale delle tutele essenziali a tutti i rapporti di lavoro, precari e parasubordinati, dall’allargamento dei diritti alla maternità alle indennità di disoccupazione. Il salario minimo viene inoltre esteso anche ai rapporti di collaborazione;

- nuova efficienza ai servizi per l’occupazione e alla formazione professionale tramite una organica rivisitazione del funzionamento dei centri per l’impiego e della loro efficacia. Potenziamento delle politiche attive per incentivare la nuova occupazione.

Qualche numero sull’effettiva incidenza dell’art. 18

Il tessuto produttivo italiano è storicamente costituito da tantissime piccole-medie imprese e da poche grandi imprese. Soltanto il 2,4% delle aziende (circa 105mila su 4,4 milioni) ha più di 15 dipendenti, al restante 97,6% delle imprese italiane l’art. 18 non si applica. I soggetti tutelati dall’art. 18 sono il 57% dei lavoratori dipendenti, circa 6,5 milioni di persone. A fronte di un alto numero di lavoratori “protetti” dal diritto alla reintegra, tuttavia, non corrisponde affatto una rilevante richiesta di applicazione della norma: è infatti molto basso il numero di cause in cui il lavoratore richiede effettivamente la reintegrazione nel posto, anziché il risarcimento del danno, ancor più basso il numero di cause che si chiudono con l’ordine di reintegra del lavoratore in azienda. Negli ultimi 7 anni, soltanto nell’1,5% dei processi per impugnazione di licenziamento individuale il lavoratore ha richiesto al Giudice la reintegra, e meno dell’1% delle vertenze ha portato alla effettiva reintegrazione nel posto di lavoro.

Il motivo è semplice: molto spesso il lavoratore che si sente ingiustamente licenziato fa causa all’azienda per ottenere un risarcimento (utile per sostenere il proprio reddito, insieme ai sostegni economici degli ammortizzatori sociali, nell’attesa di trovare una nuova occupazione) senza chiedere il reintegro in un ambiente lavorativo in cui i rapporti sono ormai deteriorati.

di Giordano Colli

Eterologa: il Parlamento faccia presto

Salto in avanti delle Regioni. Presentata proposta di legge Fioroni

Le Regioni iniziano la corsa alla fecondazione eterologa senza una legge del Parlamento. E’ bene ricordare che quando la Corte costituzionale dichiarò illegittima la legge elettorale, lasciò giustamente al Parlamento la possibilità di riscriverla, su questo tema, invece, le Regioni tirano dritto. E così, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ne ha rimosso il divieto dal nostro ordinamento, i Presidenti delle Regioni, ignorando critiche e polemiche, hanno approvato, all’unanimità, le linee guida sulla fecondazione eterologa messe a punto dai tecnici regionali e dagli assessori alla Sanità. Ora ogni Regione dovrà recepirle con delibere proprie. In attesa che un Parlamento inadempiente si decida a regolamentare la materia con una legge, le Regioni dunque si portano avanti con il lavoro.
“E' un segnale politico forte al Parlamento, a cui rivolgo un appello accorato perché legiferi”, ha spiegato il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, ricordando di aver già incontrato il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che si è detta del tutto d'accordo con le linee proposte. Anche il ministro Lorenzin ha infatti sottolineato “la necessità di approvazione di una legge, anche da un punto di vista pratico, evidenziando l’esigenza di un intervento parlamentare per normare alcuni elementi, perché si rilevano tutta una serie di problemi che “senza un registro nazionale non si possono risolvere”.
Questi i punti principali delle Linee guida sulla fecondazione eterologa approvate dalla Conferenza delle Regioni:
  • LEA: la Conferenza delle Regioni ha sottolineato l’urgente necessità dell’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza delle tecniche di fecondazione assistita omologa e eterologa.
  • GRATUITÀ: non potrà esistere una retribuzione economica per i donatori, né potrà essere richiesto alla ricevente contributo alcuno per i gameti ricevuti.
  • CENTRI: solo i centri Procreazione conformi alle normative regionali in materia di autorizzazione e accreditamento risultano idonei ad effettuare l’eterologa.
  • COPPIE: l’eterologa è eseguibile unicamente qualora sia accertata e certificata una patologia causa irreversibile di sterilità o infertilità.
  • ETÀ: può ricorrere alla tecnica la donna «in età potenzialmente fertile» e comunque in buona salute per affrontare una gravidanza.  
  • DONATRICI: Sono candidabili come donatrici: donne che in modo spontaneo decidono di donare i propri gameti, donne che hanno congelato gameti in passato e non volendo utilizzarli decidono di donarli.
  • COLORE PELLE: non è possibile per i pazienti scegliere particolari caratteristiche fenotipiche del donatore.
  • ANONIMATO: è garantito.
  • NUMERO DONAZIONI: le cellule riproduttive di un medesimo donatore non potranno determinare più di 10 nascite.
L’ex ministro della Pubblica Istruzione ed esponente dell’area cattolica del Pd, Giuseppe Fioroni, ha presentato una proposta di legge sull’eterologa, sottoscritta anche da Gian Luigi Gigli (Per l’Italia) e da Simone Valiante (Pd), che prevede un limite massimo di 35 anni per le donne e 40 anni per gli uomini, un registro nazionale per i donatori, la possibilità per i figli di conoscere l’identità del padre biologico una volta compiuti i 18 anni e pene severe per chi non usufruisce del registro nazionale.
In un clima di “Far West” che circonda in questo momento l’eterologa, è urgente regolamentarla, ma senza metterla in discussione. La proposta di legge, a tal proposito, spiegano i firmatari, servirà infatti “a dare una risposta chiara alla tutela della salute, alla sicurezza della tecnica e ai diritti dei figli”.

di Alessia Nardone

Ordini professionali: fanno gli interessi degli iscritti o ne intascano solo i soldi?

Cosa è cambiato dopo la riforma del 2012? Vantaggi o svantaggi per gli iscritti?

Gli Ordini Professionali sono enti di diritto pubblico non economico, sottoposti nella maggior parte dei casi alla vigilanza del Ministero della Giustizia. La loro funzione principale è quella di garantire al cittadino la competenza e la professionalità dei propri iscritti, nei vari settori per cui sono previsti. A tale scopo, formano e pubblicano ciascuno il proprio albo, procedendo alla sua revisione periodica. Gli ordini tutelano inoltre i propri iscritti, possono fornire pareri sulle controversie professionali e reprimono gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell'esercizio della professione.
Tutela dei diritti e specifica dei doveri sembrano concetti chiari ed universalmente riconosciuti, eppure sono anni che, ciclicamente, ritorna in auge la discussione sulla necessità di tenere questi Ordini in vita o meno.
Cosa non piace e cosa sarebbe migliorabile al fine di ottimizzare l’esercizio della professione, pur mantenendo un alto livello qualitativo offerto, oggettivamente, sembra non saperlo nessuno.
Intanto però ogni giovane laureato che, dopo anni di sacrifici, intenda esercitare la professione si trova davanti l’ostacolo degli esami di stato. Una sorta di “lotteria” indetta dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), con costi, per chi non lavora, indubbiamente pesanti da sostenere.
Ma i neolaureati come vivono il percorso che li porta all’iscrizione all’albo e dunque a vincere questa famosa lotteria? Sicuramente non bene. Un giovane, infatti, dopo aver sostenuto un numero sostanziale di esami, aver conseguito la laurea ed eventualmente svolto un tirocinio professionale, tirocinio che in alcuni casi può raggiungere anche i cinque anni, viene valutato sul possesso o meno dei requisiti per l’esercizio della professione. Così ogni anno migliaia di giovani avvocati, ingegneri o architetti, con trolley pieni di libri e di speranze, si trovano all’alba a dover fare file interminabili, davanti ai cancelli delle sedi d’esame, guardati a vista dagli addetti ai lavori e spesso trattati come vere e proprie bestie al macello.
Solo nel 2012, dopo un anno di discussioni in Aula e con un’Italia divisa come allo stadio tra sostenitori ed oppositori, il Parlamento ha proceduto, attraverso il DPR 137/2012, alla riforma degli ordini e dei collegi. In discussione c’erano l’abolizione dell’esame di stato, la liberalizzazione delle professioni e dunque l’abolizione degli stessi ordini.  
Nella pratica, però, con la nuova riforma sono state solo abolite le tariffe minime, riassunto i poteri degli ordini nella custodia e nell’aggiornamento dell’albo ed introdotta, per legge, la formazione continua obbligatoria per i professionisti, dando così all’ordine ed alle associazioni riconosciute la possibilità di organizzarla. Tradotto: il professionista è obbligato a pagare ogni anno per aggiornarsi, anche se non guadagna. Una magra consolazione quindi rispetto alle intenzioni iniziali, anche se, evidentemente, ai sostenitori di tale iniziativa è sfuggito che, all’epoca, al tavolo delle trattative per le decisioni inerenti le professioni, sedevano anche i rappresentanti degli ordini stessi.  
La situazione da allora è pressappoco rimasta invariata e ancora non si è fatta chiarezza su temi importanti come l’individuazione delle figure atte alla progettazione, che oggi è concessa alle figure più disparate, o le pretese della cassa degli ordini, che richiede un contributo fisso del 2% anche a chi, pur essendo un lavoratore dipendente non è iscritto all’ente previdenziale autonomo.
Ecco che queste piccole ma sostanziali dimenticanze fanno si che l’ipotesi dell’esistenza di una lobby, di una casta atta a difendere se stessa, resti sempre in piedi. Resta solo da chiedersi quando la politica rispolvererà il problema degli ordini e quali altre grandi manovre, sempre studiate con finalità di sviluppo, intenda mettere in campo.

di Gennaro Tullio

Cittadini protagonisti della manutenzione e riqualificazione di spazi pubblici

A Napoli oltre alle alle aiuole si adottano le strade

Foto da internet
“Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”. Così Jean-Jacques Rousseau spiegava il significato profondo della parola città dando priorità assoluta all’agire degli uomini che la abitano.

Dovere, responsabilità, partecipazione, parole sentite e risentite, e che sempre di più ci risultano vecchie, noiose e scontate. Eppure un’alta percentuale dei problemi che assilla la città di Napoli, e non solo, risiede proprio nella perdita del senso esatto di questi tre semplici concetti. Lo sanno bene il Sindaco sospeso Luigi de Magistris e la sua Giunta che, sulla scia del successo del progetto che permetteva ai cittadini napoletani di occuparsi della manutenzione di un'area verde, hanno recentemente presentato “Adotta una Strada”, un progetto analogo al precedente, ma che permette di adottare una intera strada primaria o secondaria.

I “padri adottivi” delle strade cittadine, singolarmente oppure organizzati in Comitati civici, potranno occuparsi della manutenzione ordinaria di una parte o di tutta la strada, della salvaguardia del decoro urbano, della riqualificazione, della pulizia, potranno creare nuovi punti di interesse turistico con installazioni artistiche e culturali. Chi decide di impegnarsi nella valorizzazione di un’area di Napoli, a spese proprie, avrà diritto ad un esenzione tributaria e dovrà sempre attenersi agli strumenti urbanistici vigenti e non potrà apportare nessuna modifica alla destinazione d’uso della stessa.

Ma la grandezza di questa iniziativa è da leggere nella possibilità di coinvolgimento e quindi di responsabilizzazione nei confronti della propria città, così come sottolinea l’assessore alle Politiche Urbane, Urbanistica e Beni Comuni Carmine Piscopo, a margine della conferenza stampa del progetto di cui è promotore insieme all’assessore alle Infrastrutture Mario Calabrese: «Con questa delibera riaffermiamo il senso della partecipazione dei cittadini alla cura e alla gestione responsabile della propria città attraverso l’adozione di una parte di strada».

A quanti invece malignano che tutto questo non fa altro che sgravare l’amministrazione comunale dai doveri che non riesce a gestire, l’assessore Mario Calabrese risponde: «questa proposta fa parte di un progetto più ampio che il Comune sta mettendo in campo per la riqualificazione della città. Infatti, finora abbiamo compiuto circa 30 chilometri di manutenzione delle strade primarie e secondarie. Inoltre, entro fine anno, la Napoli Servizi avrà una squadra di cinque persone, sette giorni a settimana, da adoperare per ciascuna municipalità».

Napoli così conquista un altro eccellente risultato, infatti, come ricorda il sindaco sospeso Luigi de Magistris, la nostra è stata la prima città a far partecipare i cittadini ai progetti pubblici e, a conferma della brillante intuizione, siamo anche quella con il maggior numero di spazi adottati.

Dunque, per i cittadini napoletani, dovere, responsabilità e partecipazione, smettono di essere concetti noiosi e diventano stimoli concreti, il pagamento dei tributi si trasforma in voluta autotassazione e la città, da luogo violato sotto gli occhi distratti di tutti noi ritorna ad essere il nostro bene più prezioso da difendere e da valorizzare.

di Alessia Nardone 

Foto da internet

Teatro: vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male

A trent’anni dalla scomparsa, Napoli ricorda il grande artista De Filippo

Il grande Eduardo
Nell’ ottobre 1984 scompariva Eduardo De Filippo, uno dei più grandi artisti del Novecento. Figlio naturale del grande commediografo Eduardo Scarpetta, già a 4 anni esordisce nella commedia paterna “La Geisha”, cresce nell'ambiente teatrale napoletano insieme ai fratelli Titina, (uno dei figli legittimi di Scarpetta) e Peppino, il più piccolo. Nel 1929 i tre fratelli passano alla compagnia Molinari e del 1931 è “Natale in casa Cupiello” di Eduardo. Il 1933 segna la nascita della Compagnia De Filippo, che vede i tre fratelli lavorare insieme fino al 1945, anno in cui Peppino si distacca da loro. Gli anni dopo la fine della Guerra sono molto significativi per Eduardo, che riempie i teatri con i suoi testi, interpretati da lui stesso. L’Artista porta in scena la realtà napoletana dalle tante sfaccettature, a volte drammatica, talvolta comica, adottando il linguaggio popolare, che acquisisce in tal modo la dignità di lingua, trasformando il tetro dialettale in teatro d’arte. “Il teatro – afferma Eduardo – porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose; l’Umanità attraverso fatti che si evolvono continuamente e che si trasformano, ci fornisce modelli che ci sorprendono sempre: nuovi, pazzi, imprevedibili, che ci danno i personaggi. Come può finire il teatro? Una volta io ho detto che fino a quando ci sarà un filo d’erba sulla terra, ce ne sarà uno finto sul palcoscenico”. La cultura, la sensibilità e la potente espressività del viso stanno alla base della fortuna delle opere di Eduardo, egli infatti diffonde la cultura partenopea nel mondo e, capocomico della propria compagnia, fa risorgere il teatro San Ferdinando di Napoli. E’ difficile supporre che ci sia qualcuno che non conosca almeno un’opera del vasto repertorio eduardiano, come Napoli Milionaria (1945), Questi Fantasmi e Filumena Marturano (1946), Mia Famiglia (1953), Bene mio, core mio (1956), De Pretore Vincenzo (1957), Sabato, domenica e lunedì (1959), Il sindaco del Rione Sanità (1961), Gli esami non finiscono mai (1974). Come regista il suo primo film è del 1940, mentre il suo grande successo arriva nel 1951 con Filumena Marturano. Realizza anche registrazioni delle proprie opere per la televisione.
Il 2014 è l'anno in cui ricorre il trentennale della morte del grande Eduardo. La città di Napoli ha organizzato un ricco evento culturale presentato con il titolo di “Eduardiana”. Convegni, spettacoli teatrali e mostre mettono in luce le già notissime peculiarità dell'illustre attore, regista e sceneggiatore della città partenopea.
La Biblioteca Nazionale di Napoli partecipa alle celebrazioni per il 30° anniversario della scomparsa di De Filippo con una mostra documentaria e iconografica (5 ottobre-8 novembre), intitolata “TRA LE CARTE DI EDUARDO”, che racconta il grande artista attraverso l’esposizione di una significativa selezione di copioni teatrali, fotografie di scena, vecchie locandine, programmi di sala originali, lettere e documenti autografi. Il pregiato materiale proviene dall’Archivio De Filippo (di proprietà della Fondazione De Filippo), prima ospitato dal Teatro San Ferdinando e poi dalla Società napoletana di Storia Patria, trasferito infine dal marzo scorso nella Biblioteca Nazionale di Napoli, per essere collocato presso la sezione delle arti dello spettacolo Lucchesi Palli.

Eduardo ha mostrato la Napoli vera, fatta di persone buone e meno buone, quella Napoli che ha tanto amato con i suoi pregi ma anche con i suoi difetti e a cui ha dedicato le migliori pagine della sua carriera, raggiungendo un successo internazionale.

di Francesco Spisso




Sicurezza nei luoghi di lavoro: meno formalismi e più sostanza

Scade il 3 Novembre il Bando INAIL rivolto alle aziende

Foto da internet
Cominciamo da una certezza: la prevenzione nei luoghi di lavoro ed il contrasto agli infortuni in ambito lavorativo sono obiettivi realizzabili. Ma per realizzarli occorre non solo definire un contesto legislativo moderno e coerente con le normative internazionali e comunitarie in materia, ma anche diffondere la cultura della tutela della salute dei lavoratori, al di là del rispetto meramente formale delle regole.

Del resto basta verificare il dettato delle Direttive comunitarie succedutesi in materia di salute e sicurezza, che disegnano le attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali come un complesso di procedure che coinvolgono diversi soggetti, a partire dal datore di lavoro fino a ciascuna lavoratrice o lavoratore, in un’ottica di partecipazione e sinergia. Si tratta, quindi di costruire nuove modalità di gestione davvero coerenti con la logica e le finalità che le Direttive comunitarie che delineerebbero una vera e propria strategia di riduzione o, se possibile, abbattimento dei rischi infortunistici in ambiente di lavoro.

Non stupisce, dunque, che l’Agenzia per la salute e sicurezza sul lavoro di Bilbao abbia dedicato la prima campagna biennale per la salute e sicurezza sul lavoro, alla valutazione dei rischi, attività assolutamente pregiudiziale a qualunque altra per il raggiungimento di livelli di tutela adeguati nei luoghi di lavoro.

E’ opportuno guardare al rispetto degli obblighi di legge in materia valutando tali obblighi, non tanto facendo riferimento alle caratteristiche del documento di valutazione del rischio quanto, soprattutto, tenendo conto della finalizzazione di tale documento ad un preciso obiettivo: consentire al datore di lavoro, con la collaborazione degli altri “protagonisti” della salute e sicurezza in azienda, di rilevare ed analizzare attentamente i rischi delle attività della propria impresa o del proprio ente, pianificare e porre in essere, all’esito, le iniziative preventive, in modo che le attività lavorative possano svolgersi in sempre maggiore sicurezza per i lavoratori. È dunque questo il metodo col quale si realizza il superamento di un approccio meramente formalistico e burocratico al tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: una maggiore attenzione ai profili sostanziali della gestione della salute e sicurezza sul lavoro rispetto a quelli meramente formali.

È questa la strada individuata dall’INAIL che ha stanziato 30 milioni di euro per il finanziamento di progetti di innovazione tecnologica per gli impianti, le macchine e le attrezzature che migliorino le condizioni di salute e sicurezza sul lavoro (art. 11, comma 5, D.lgs. n. 81 del 2008).

Il Bando, disponibile sul sito dell’INAIL, è rivolto alle Piccole e Micro Imprese operanti nel settore dell'agricoltura, dell'edilizia, dei lapidei e affini (GU n. 165/2014).

Il contributo, in conto capitale, avrà una misura massima corrispondente al 65% della spesa dei costi ammissibili sostenuti e documentati per la realizzazione del progetto (il contributo massimo concedibile non potrà superare l’importo di 50.000 euro ed il contributo minimo ammissibile è di 1.000 euro).

La domanda di partecipazione al bando dovrà essere presentata dalle imprese, in modalità telematica a partire dal 3 novembre 2014 fino alle ore 18,00 del 3 dicembre 2014.

I 30 milioni di euro destinati al finanziamento dei progetti, sono così ripartiti tra i tre settori di attività:

• 15.582.703 di euro per il settore agricoltura

• 9.417.297 di euro per il settore edilizia

• 5.000.000 di euro per il settore estrazione e lavorazione dei materiali lapidei

Gli importi sono a loro volta suddivisi in budget regionali e provinciali. Alle domande presentate si applica la procedura di tipo valutativo a graduatoria (art. 5, comma 2, del D.Lgs.123/98). Le domande presentate saranno oggetto, quindi, di valutazione da parte di una Commissione costituita presso le Direzioni Regionali/Provinciali dell’INAIL territorialmente competenti.

Saranno ammessi al finanziamento i progetti secondo l’ordine di graduatoria, fino alla concorrenza delle somme stanziate.

di Michele Capasso

venerdì 3 ottobre 2014

Napoli: il consorzio Chiaja presenta il piano attività 2014-2015

di Gennaro Tullio

Si è riunito martedì 30 settembre alle ore 14 presso la sala conferenze dell’ordine dei Dottori Commercialisti, in piazza dei Martiri 30, il neonato Consorzio Chiaja con tutti gli associati per esporre i nuovi progetti del 2014-2015.

Il logo del Consorzio Chiaja
Carla della Corte
, Presidente del Consorzio costituito a luglio 2014, ne spiega le motivazioni: “Il Consorzio Chiaia nasce dall’esigenza di migliorare il nostro quartiere e vogliamo provare a farlo tutti insieme. Siamo convinti che l’unico modo per cercare di superare la crisi, la concorrenza dei centri commerciali e l’apatia delle istituzioni è unirsi! Solo unendoci potremmo sopperire dove il pubblico non riesce e potremmo far tornare la voglia di spendere a Chiaia.” Il Consiglio Direttivo, a cui appartengono il vicepresidente Paola Aisler e l’Art Director Roberta Bacarelli, i consiglieri Marisa Del Vecchio, Maria di Pace, Assia Monetti, Guglielmo Campajola, Walter Marino, Ettore Cucari, Massimo Di Porzio, Maurizio Tassieri, Paolo Di Rienzo e Maurizio Festa, ha presentato agli intervenuti il calendario del programma, ricco di eventi e iniziative.

Importanti alcune proposte volte a riqualificare il quartiere: la pulizia delle strade, opere di arredo urbano, installazioni di videosorveglianza, aperture straordinarie dei negozi così come convenzioni con parcheggi, fino a proposte di finanziamento. Per ogni importante via del quartiere sono stati istituiti dei rappresentanti di strada per avviare una rete di contatti più fluida e diretta.

La programmazione eventi prevede iniziative speciali per ogni mese, da ottobre 2014 a marzo 2015: la prima sarà Chiaia Fashion Week con eventi nei negozi in cui saranno presentate le nuove collezioni fra happy hour e occasioni speciali. A novembre, l’evento “Have a glamourous weekend” promosso dallo storico mensile di Condé Nast Glamour che coinvolgerà le vie e le piazze di Napoli dal 21 al 23 novembre con presenza di blogger, concerti e tante altre idee fashion. A dicembre la tradizione si rinnova con luminarie natalizie da fiaba e il Concerto di Natale con i musicisti del Conservatorio di San Pietro a Maiella; gennaio di Saldi & Food, dove ad abiti e accessori scontati saranno abbinati aperitivi doc. Febbraio è il mese più romantico e a tal proposito sono previste le luci di san Valentino e una mostra itinerante di artisti emergenti sul tema dell’amore. A marzo, Napoli City Mall, un progetto di Francesco Grimaldi che propone una sinergia tra commercianti del Consorzio Chiaja e tour operator per intercettare il flusso turistico delle navi da crociera e portarlo a Chiaja. Sarà offerto ai croceristi un piccolo tour gratuito della città, con sosta finale a piazza Vittoria. All’interno del bus ci sarà un magazine con articoli sulle eccellenze del quartiere e la piantina che mostrerà come raggiungerle. Grande è stata la partecipazione attiva degli intervenuti alla riunione e già tante nuove adesioni sono state sottoscritte al Consorzio. Degno di nota anche il successo riscosso sui social network: in un solo giorno di vita la pagina Facebook ha già quasi raggiunto la soglia dei 400 mi piace.

Ancora una volta il Consiglio Direttivo ci ha tenuto a sottolineare quanto sia importante coinvolgere tutti gli operatori commerciali che lavorano nel quartiere, perché quante più saranno le adesioni al Consorzio più forte sarà la spinta per rilanciare il quartiere Chiaja.

giovedì 2 ottobre 2014

Moro: grande soddisfazione Fioroni Presidente Commissione d’inchiesta

Con l’elezione di Beppe Fioroni a Presidente della Commissione bicamerale di inchiesta sul caso Moro, finalmente, si farà piena luce sul rapimento e l’uccisione di uno dei più grandi statisti del ventesimo secolo. Una grande soddisfazione anche per tutti gli amici dell’Associazione Campania Domani, di cui Fioroni è presidente onorario.
 
Questo importante organismo parlamentare, che avrà il compito di far emergere la verità sulla strage di via Fani e accertare le responsabilità e i livelli di potere coinvolti nel rapimento di una persona a quei tempi considerata troppo scomoda, non poteva che essere presieduta da Fioroni, perché nessuno più di lui si è battuto, sin dal primo momento, per la sua istituzione. E l’elezione a larga maggioranza ottenuta ne è il giusto riconoscimento.

Numerosi sono i componenti della Commissione:

Deputati: Angelo Attaguile, Alfredo Bazoli, Pier Luigi Bersani, Marco Carra, Claudio Cominardi, Emanuele Cozzolino, Luca D’Alessandro, Antonio Distaso, Donatella Duranti, Ettore Guglielmo Epifani, Giuseppe Fioroni, Carlo Galli, Vincenzo Garofalo, Francesco Saverio Garofani, Marta Grande, Gero Grassi, Lorenzo Guerini, Ignazio La Russa, Rocco Palese, Caterina Pes, Flavia Piccoli Nardelli, Gaetano Piepoli, Nazzareno Pilozzi, Pino Pisicchio, Sergio Pizzolante, Ernesto Preziosi, Walter Rizzetto, Andrea Romano, Francesco Paolo Sisto, Arianna Spessotto.

Senatori: Alessandra Bencini, Enrico Buemi, Giacomo Caliendo, Massimo Cervellini, Luigi Compagna, Paolo Corsini, Jonny Crosio, Giuseppe Cucca, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Aldo Di Biagio, Rosa Maria Di Giorgi, Federico Fornaro, Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Miguel Gotor, Stefano Lepri, Pietro Liuzzi, Stefano Lucidi, Luigi Manconi, Giovanna Mangili, Giuseppina Maturani, Maurizio Migliavacca, Michela Montevecchi, Nicola Morra, Paolo Naccarato, Giorgio Pagliari, Ugo Sposetti, Gianluca Susta, Lucio Rosario Filippo Tarquinio, Mario Tronti.

Ciò che fa ben sperare è che “in nessun caso, per i fatti rientranti nei compiti della Commissione, può essere opposto il segreto d’ufficio”, come si evince dalla legge di istituzione della stessa Bicamerale Moro.

A distanza di tanti anni, insomma, ci sono tutti i presupposti affinché la verità venga a galla e, sicuramente, il contributo della Commissione d’inchiesta, che avrà gli stessi poteri investigativi dell’autorità giudiziaria, sarà determinante nel ricostruire le dinamiche e gli accadimenti che, per anni, sono stati celati dalle fuorvianti ricostruzioni che ci sono state propinate.

Non possiamo che congratularci dunque, con l’on. Fioroni per questo nuovo e prestigioso incarico, facendogli i più sinceri auguri per un proficuo lavoro.

di David Lebro