giovedì 23 ottobre 2014

Ordini professionali: fanno gli interessi degli iscritti o ne intascano solo i soldi?

Cosa è cambiato dopo la riforma del 2012? Vantaggi o svantaggi per gli iscritti?

Gli Ordini Professionali sono enti di diritto pubblico non economico, sottoposti nella maggior parte dei casi alla vigilanza del Ministero della Giustizia. La loro funzione principale è quella di garantire al cittadino la competenza e la professionalità dei propri iscritti, nei vari settori per cui sono previsti. A tale scopo, formano e pubblicano ciascuno il proprio albo, procedendo alla sua revisione periodica. Gli ordini tutelano inoltre i propri iscritti, possono fornire pareri sulle controversie professionali e reprimono gli abusi e le mancanze di cui gli iscritti si rendessero colpevoli nell'esercizio della professione.
Tutela dei diritti e specifica dei doveri sembrano concetti chiari ed universalmente riconosciuti, eppure sono anni che, ciclicamente, ritorna in auge la discussione sulla necessità di tenere questi Ordini in vita o meno.
Cosa non piace e cosa sarebbe migliorabile al fine di ottimizzare l’esercizio della professione, pur mantenendo un alto livello qualitativo offerto, oggettivamente, sembra non saperlo nessuno.
Intanto però ogni giovane laureato che, dopo anni di sacrifici, intenda esercitare la professione si trova davanti l’ostacolo degli esami di stato. Una sorta di “lotteria” indetta dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), con costi, per chi non lavora, indubbiamente pesanti da sostenere.
Ma i neolaureati come vivono il percorso che li porta all’iscrizione all’albo e dunque a vincere questa famosa lotteria? Sicuramente non bene. Un giovane, infatti, dopo aver sostenuto un numero sostanziale di esami, aver conseguito la laurea ed eventualmente svolto un tirocinio professionale, tirocinio che in alcuni casi può raggiungere anche i cinque anni, viene valutato sul possesso o meno dei requisiti per l’esercizio della professione. Così ogni anno migliaia di giovani avvocati, ingegneri o architetti, con trolley pieni di libri e di speranze, si trovano all’alba a dover fare file interminabili, davanti ai cancelli delle sedi d’esame, guardati a vista dagli addetti ai lavori e spesso trattati come vere e proprie bestie al macello.
Solo nel 2012, dopo un anno di discussioni in Aula e con un’Italia divisa come allo stadio tra sostenitori ed oppositori, il Parlamento ha proceduto, attraverso il DPR 137/2012, alla riforma degli ordini e dei collegi. In discussione c’erano l’abolizione dell’esame di stato, la liberalizzazione delle professioni e dunque l’abolizione degli stessi ordini.  
Nella pratica, però, con la nuova riforma sono state solo abolite le tariffe minime, riassunto i poteri degli ordini nella custodia e nell’aggiornamento dell’albo ed introdotta, per legge, la formazione continua obbligatoria per i professionisti, dando così all’ordine ed alle associazioni riconosciute la possibilità di organizzarla. Tradotto: il professionista è obbligato a pagare ogni anno per aggiornarsi, anche se non guadagna. Una magra consolazione quindi rispetto alle intenzioni iniziali, anche se, evidentemente, ai sostenitori di tale iniziativa è sfuggito che, all’epoca, al tavolo delle trattative per le decisioni inerenti le professioni, sedevano anche i rappresentanti degli ordini stessi.  
La situazione da allora è pressappoco rimasta invariata e ancora non si è fatta chiarezza su temi importanti come l’individuazione delle figure atte alla progettazione, che oggi è concessa alle figure più disparate, o le pretese della cassa degli ordini, che richiede un contributo fisso del 2% anche a chi, pur essendo un lavoratore dipendente non è iscritto all’ente previdenziale autonomo.
Ecco che queste piccole ma sostanziali dimenticanze fanno si che l’ipotesi dell’esistenza di una lobby, di una casta atta a difendere se stessa, resti sempre in piedi. Resta solo da chiedersi quando la politica rispolvererà il problema degli ordini e quali altre grandi manovre, sempre studiate con finalità di sviluppo, intenda mettere in campo.

di Gennaro Tullio

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