giovedì 23 ottobre 2014

Riforma del lavoro: servono scelte nette, semplici e radicali

Mission, obiettivi e la questione dell’articolo 18

La riforma del lavoro proposta dal Governo si sostanzia in un insieme organico di profonde modifiche che hanno l’ambizione di ripensare radicalmente il mercato del lavoro. Un intervento complessivo quindi, non aggiustamenti parziali: proprio per questo motivo, giudicare il progetto di riforma concentrando tutta l’attenzione su un singolo intervento (ovvero la modifica dell’art. 18) non ha alcun senso. Se vogliamo discutere senza faziosità nel merito delle proposte, è chiaro che le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori vanno messe in relazione agli elementi salienti del “Jobs Act” e ai suoi obiettivi. Le due principali finalità della riforma sono evidenti:

· far crescere l’occupazione aumentando considerevolmente la diffusione dei contratti a tempo indeterminato (che oggi riguardano soltanto il 16% dei neo assunti) con un sistema di tutele crescenti, in un quadro fortemente semplificato delle tipologie di rapporti di lavoro;

· estendere universalmente le tutele essenziali a chi ancora non le ha, ovvero a quei milioni di lavoratori con contratti precari, a cui la riforma estende ulteriormente i diritti sulla maternità e un più esteso accesso agli ammortizzatori sociali.

E ciò dovrebbe andare a scapito di chi ha già un posto fisso con tutele garantite? No, allo stato attuale della discussione ciò non è previsto, non vengono tolte tutele a chi le ha. I lavoratori che hanno già un contratto a tempo indeterminato non dovrebbero essere interessati dalla riforma.

L'art. 18 e il diritto al reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa non verrà meno per i contratti in essere e continuerà ad essere applicabile anche ai nuovi contratti previsti dalla riforma sia per i licenziamenti discriminatori che disciplinari, per i quali sarà sempre possibile chiedere la reintegrazione nel posto perduto.

Ci sono certamente molte questioni della legge delega che richiedono ancora approfondimenti, ma serve una discussione sul merito, senza le inconcludenti timidezze del passato, su cui la sinistra italiana ha le sue responsabilità. Non serve fare la caricatura di vecchi schieramenti, non c’è il tempo per giocare a chi è di sinistra e a chi non lo è abbastanza. E’ una trappola conservatrice che nessuno può più permettersi.

I contenuti essenziali del “Jobs Act”

- Il cuore della riforma è il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che aumentano con gli anni di anzianità. Si applicherà a tutti i neo assunti, godrà delle tutele “piene” oggi precluse ai precari, ad eccezione del diritto alla reintegrazione per alcuni casi di licenziamenti economici (la reintegra rimarrà invece in caso di licenziamenti discriminatori e disciplinari). Il nuovo contratto verrà incentivato da forti benefici fiscali che lo renderanno più appetibile del contratto a termine, incentivi che l’impresa dovrà restituire allo Stato in caso di scioglimento anticipato del rapporto di lavoro;

- la drastica riduzione delle tipologie contrattuali: rimarranno soltanto il contratto a tempo determinato e il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che soppianterà le varie forme di lavoro precario (contratti a progetto ecc.);

- i nuovi ammortizzatori sociali: estensione universale delle tutele essenziali a tutti i rapporti di lavoro, precari e parasubordinati, dall’allargamento dei diritti alla maternità alle indennità di disoccupazione. Il salario minimo viene inoltre esteso anche ai rapporti di collaborazione;

- nuova efficienza ai servizi per l’occupazione e alla formazione professionale tramite una organica rivisitazione del funzionamento dei centri per l’impiego e della loro efficacia. Potenziamento delle politiche attive per incentivare la nuova occupazione.

Qualche numero sull’effettiva incidenza dell’art. 18

Il tessuto produttivo italiano è storicamente costituito da tantissime piccole-medie imprese e da poche grandi imprese. Soltanto il 2,4% delle aziende (circa 105mila su 4,4 milioni) ha più di 15 dipendenti, al restante 97,6% delle imprese italiane l’art. 18 non si applica. I soggetti tutelati dall’art. 18 sono il 57% dei lavoratori dipendenti, circa 6,5 milioni di persone. A fronte di un alto numero di lavoratori “protetti” dal diritto alla reintegra, tuttavia, non corrisponde affatto una rilevante richiesta di applicazione della norma: è infatti molto basso il numero di cause in cui il lavoratore richiede effettivamente la reintegrazione nel posto, anziché il risarcimento del danno, ancor più basso il numero di cause che si chiudono con l’ordine di reintegra del lavoratore in azienda. Negli ultimi 7 anni, soltanto nell’1,5% dei processi per impugnazione di licenziamento individuale il lavoratore ha richiesto al Giudice la reintegra, e meno dell’1% delle vertenze ha portato alla effettiva reintegrazione nel posto di lavoro.

Il motivo è semplice: molto spesso il lavoratore che si sente ingiustamente licenziato fa causa all’azienda per ottenere un risarcimento (utile per sostenere il proprio reddito, insieme ai sostegni economici degli ammortizzatori sociali, nell’attesa di trovare una nuova occupazione) senza chiedere il reintegro in un ambiente lavorativo in cui i rapporti sono ormai deteriorati.

di Giordano Colli

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