venerdì 19 dicembre 2014

Agire da uomo di pensiero e pensare da uomo di azione

Una riflessione atipica su uno dei miti della sinistra

di William Colli

Il 9 Ottobre scorso è stato il 47esimo anniversario dell’assassinio di Ernesto “Che” Guevara. E’ passato quasi mezzo secolo, eppure in tantissimi ancora lo ricordano, ne parlano, ne discutono. Ci sono evidentemente tante ragioni compreso il fatto che, da sempre, è particolarmente amato dai giovani. E’ una figura che anch’io ho sempre apprezzato, perché è stata una persona capace di trasmettere speranza ai diseredati, alle persone che non avevano niente, nemmeno il diritto di esistere. Attenti però a non elevarlo a mito assoluto Tante ragioni rendono la mitizzazione inutile e scarsamente didattica. I miti non aiutano a capire, ma insegnano soltanto ad adorare acriticamente. I fenomeni sociali e politici, così come i personaggi storici, vanno studiati e capiti con i loro limiti e nelle loro ragioni. Un altro esempio lampante è il “maggio francese del ‘68”, mitizzato da una parte della sinistra. Fu certamente una grande mobilitazione di massa, ma i protagonisti di quelle contestazioni non riuscirono a stabilire un rapporto positivo con l’intera popolazione; non si fecero capire, commisero gravi errori, e il risultato finale fu una severa sconfitta elettorale della sinistra e una netta vittoria di Charles de Gaulle.
"Bisogna agire da uomo di pensiero e pensare da uomo di azione"
Se il maggio francese ci insegna qualche cosa, è che ogni manifestazione, ogni movimento popolare, deve mettere nel conto cosa fare e come agire per farsi capire dalla maggioranza della gente. Se ciò non accade, si dà sfogo ad un bisogno, si esercita un sacrosanto diritto, si dà testimonianza di un orientamento e di una presa di posizione, ma non si convince nessuno e non si incide sulle decisioni da prendere.
Nel caso del “Che”, bisogna capire tutto il suo pensiero, non soltanto qualche pezzo. Egli non predicava la rivoluzione armata come strumento privilegiato per dare diritti al popolo, ma la considerava uno strumento estremo. Nel 1959 scrisse il libro “La guerra di guerriglia” dove esponeva tutta la sua concezione politica. Se si studia attentamente quel libro, a quei tempi il più famoso scritto del “Che”, venduto in tutto il mondo con il “Che” vivo, in esso si fa una premessa estremamente chiara. Egli affermava: “…qualora un governo sia salito al potere attraverso qualche forma di consultazione popolare, fraudolenta o no, e si mantenga almeno un’apparenza di legalità costituzionale, è impossibile che l’impulso alla guerriglia si produca, poiché non tutte le possibilità di lotta politica si sono esaurite. …”.
E’ interessante constatare che Papa Paolo VI, circa 8 anni dopo, nell’enciclica “Populorum progressio” scrive: “…Rivoluzione - 31. E tuttavia sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine…”. Come si può vedere si esprime in modo diverso sostanzialmente lo stesso concetto.
Una parte della sinistra italiana tendeva a esaltare la rivoluzione armata del “Che”, attribuendogli tesi e volontà che non ha mai avuto, nonchè a liquidare con supponenza il valore della “Populorum progressio”, senza capire che vi era un forte punto di incontro e senza capire che in Italia non si poteva prescindere dalla “questione cattolica” (come insegnava un grande intellettuale e politico, Antonio Gramsci), senza la quale non era possibile farsi capire dalla maggioranza del Paese. Per quanto riguarda il “Che”, purtroppo restò vittima più della sua indole guerrigliera che del suo pensiero politico. Evidente la contraddizione con l’aforisma riportato all’inizio. In Bolivia il “Che” fallì la sua missione, non tanto perché fu fatto prigioniero, ferito e poi barbaramente ammazzato, ma perché non ottenne nessun risultato politico. Leggendo il suo diario si capisce con estrema chiarezza l’isolamento in cui si era trovato. Non riuscirono minimamente a far scattare “l’impulso alla guerriglia” o alla sollevazione popolare, e giorno dopo giorno si avvicinavano alla sconfitta. La verità è che Guevara sbagliò l’analisi politica sulle possibilità di innestare un processo rivoluzionario in quel Paese. Probabilmente non vi è nessuna possibilità su quella via indicata. Possiamo approfondire gli studi ma, come abbiamo giustamente detto a George Bush, non si può esportare la democrazia con la guerra. Allo stesso modo non è possibile esportare la guerriglia solo perché in un Paese sarebbe ritenuta necessaria. Ogni Paese deve percorrere la sua storia conquistando il progresso con i propri leader.
Queste affermazioni non mi conducono a sottovalutare il “Che”, tutt’altro. Semplicemente non è opportuno mitizzarlo in modo acritico, anzi un’analisi obiettiva delle sue azioni e dei suoi pensieri lo rende più umano e politicamente più interessante, degno di essere studiato e non solo sventolato nelle bandiere o mostrato sulle magliette come una pop-star.

1 commento:

  1. Ho apprezzato molto queste riflessioni e le condivido in pieno. Penso che sia giusto trasformare i miti in qualcosa che aiuti, realisticamente, a costruire un futuro vivibile. Il PD è un grande partito perchè ha due o più anime, tutte con ideali di equità sociale che si contrappongono alle forze orientate alla massimizzazione del profitto ed alla sopraffazione dei più forti.
    Già da molto tempo, con uno sforzo ideologico non da poco, queste anime si sono prima avvicinate e poi riunite, ma tra quelli, come noi, che hanno ancora nelle orecchie gli echi e le contrapposizioni del '68, rimane un legame forte con i propri grandi simboli, siano essi marxisti che cattolici.
    Dove affondano le proprie radici, fortunatamente, non è più un problema, anche se ogni tanto qualche mal di pancia o qualche ventata d'incomprensione creano qua e là malumori. Questa è la forza di un partito che è la speranza del nostro Paese perchè sta costruendo ideali sociali condivisi.
    Spesso sento dibattere gli amici di Campania Domani, con ragionamenti altrettanto riflessivi, pacati ed a volte autocritici, sui loro uomini simbolo e sui loro padri fondatori come De Gasperi. Chi viene da un'esperienza di moderato di anima cattolica ha una profonda sensibilità politica e, in una riflessione storica, tende a non escludere aprioristicamente riferimenti ad idee, simboli o a grandi personaggi che non siano appartenenti della propria tradizione. E' una questione di grande rispetto e di responsabilità per la sensibilità degli altri e per il valore prevalente dell'unità del partito.
    Indipendentemente che ne se ne parli bene o in maniera critica o in una riflessione neutrale, sarebbe un errore politico.
    Spesso, in discussioni non ufficiali, li ho sentito parlare con rispetto e stima di Berlinguer, come, tra i meno giovani, ho sentito riemergere cenni ad antiche contrapposizioni ideologiche. Questo è un modo per attingere, nella costruzione di un progetto politico, con pacata riflessione a tutte le grandi idee e alle esperienze di chi si è battuto per l'equità sociale, come accade a De Gasperi quando, rivendicando la laicità delle scelte politiche, si oppose energicamente alle direttive del Vaticano.
    Tutte le anime, in una visione riflessiva del passato, sono fondamentali per la costruzione di valori e progetti in cui identificarsi. Questo è il futuro del PD, quello di una politica in cui si parli ancora di ideali e di prospettive in cui molti possano identificarsi e reagire ribaltando la deriva del Paese.
    Bisogna guardare avanti costruendo un futuro equo e sostenibile, nel grande rispetto reciproco.

    MICHELE APICELLA

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