venerdì 19 dicembre 2014

L'abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti politici

Le regole introdotte dalla Legge n. 13 del 2014

di Michele Capasso

Pur avendo sempre suscitato aspre discussioni, il tema del finanziamento dei partiti ha assunto negli ultimi anni un peso decisivo nel dibattito politico.
Per dare una risposta al diffuso malcontento dei cittadini rispetto al contributo statale ai partiti, il Presidente del Consiglio Letta e il suo successore Renzi hanno inserito nel loro programma di governo un “radicale” intervento normativo in materia, nonostante il sistema di finanziamento pubblico dei partiti politici fosse stato complessivamente riformato meno di due anni prima dalla Legge n. 96 del 2012, e nonostante tale legge, nel suo impianto di fondo, avesse rispettato i principi espressi nella Nota sul finanziamento della politica elaborata dal Prof. Amato su incarico dell’allora Presidente del Consiglio Monti, e poi trovato sostanziale consenso nel documento elaborato dal Gruppo di Lavoro sulle riforme istituzionali istituito dal Presidente della Repubblica all’inizio della XVII legislatura.
Il Governo Letta, il 5 giugno 2013, ha così presentato alla Camera un d.d.l. intitolato “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”, che è stato approvato il 16 ottobre. Mentre il d.d.l. era all’esame del Senato, il Governo Renzi ha deciso, all’evidente fine di accelerarne l’approvazione, di adottare un decreto-legge che ne riproduceva quasi integralmente il testo.
Costituisce un dato oggettivo il fatto che, a partire dal 1974, anno della sua introduzione, l’entità del finanziamento pubblico sia progressivamente aumentata, mentre è calato il finanziamento privato. Come dimostrano alcuni studi, nei bilanci dei maggiori partiti la quota del finanziamento statale si è attestata in una misura che varia da un minimo di due terzi a un massimo di tre quarti delle entrate complessive. Ciò ha sicuramente favorito l’allontanamento dei partiti dalla società civile e, di converso, una loro dipendenza dalla Stato.
Pur trattandosi di un fenomeno generalizzato, non certo solo italiano, esistono meccanismi per evitare che il finanziamento pubblico non finisca per sostituirsi totalmente al finanziamento privato, la cui entità certamente costituisce un indice del radicamento dei partiti nella società.
La nostra Costituzione nulla dice sul sistema di finanziamento dei partiti. Essa invece contiene una norma, l’art. 49 Cost., con cui si è cercato di trovare una sintesi tra la dimensione associativa del partito (soggetti sono “i cittadini”) e quella istituzionale (chiamando i partiti a “concorrere…a determinare la politica nazionale”).
C’è chi, mettendo l’art. 49 Cost. in relazione con l’art. 3 Cost., nella parte in cui impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che impediscono l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica del Paese, ha sostenuto che il riconoscimento del ruolo dei partiti porrebbe in capo allo Stato un obbligo di contribuire economicamente alle loro attività. Ma c’è anche chi ha formulato la tesi opposta, assumendo che il riconoscimento costituzionale del ruolo dei partiti quali “associazioni di cittadini” vieterebbe di introdurre il finanziamento pubblico, perché ne modificherebbe la natura, rendendoli infine organi dello Stato. Queste due posizioni contrapposte volte ad accentuare, l’una, la funzione costituzionalmente rilevante dei partiti politici, l’altra, la loro natura associativa, mettendo chiaramente in luce la difficoltà di trarre dalle disposizioni costituzionali sui partiti prescrizioni vincolanti. E ciò è stato confermato dalla Corte costituzionale che, ammettendo referendum abrogativi sulle norme che prevedono il finanziamento pubblico dei partiti politici, ha implicitamente escluso che esse fossero imposte dalla Costituzione, che fossero cioè a contenuto costituzionalmente vincolato.
Ciascun modello di finanziamento dei partiti ha, tuttavia, delle implicazioni costituzionalmente rilevanti sulla posizione costituzionale del partito, potendone accentuare la dimensione associativa ovvero quella istituzionale; sul pluralismo politico, e, in particolare, sulla uguaglianza delle ciance che pure l’art. 49 Cost. tutela; sui contenuti delle politiche elaborate dai partiti, a seconda che essi siano più o meno dipendenti dai loro finanziatori; sul modello di partito, più o meno “personale”; sulla sua struttura, più o meno radicata sul territorio.
E’ presto per dire quali saranno gli effetti delle regole da ultimo introdotte sui partiti italiani, abituati, come del resto tutti i partiti delle maggiori democrazie, a reggersi soprattutto sui fondi pubblici. Oggi l’unica fonte di finanziamento certa è la contribuzione degli eletti, che sta assumendo un peso crescente nei bilanci dei partiti.  
Ciò che invece ci si può augurare è che le fonti di finanziamento che i partiti riusciranno a raccogliere con le nuove regole siano comunque complessivamente sufficienti a garantire una “buona politica”: se esse, infatti, come alcuni temono, non dovessero bastare, sarà inevitabile incidere in modo radicale sull’organizzazione dei partiti, mettendo a rischio l’esistenza di partiti “veri”, cioè di soggetti capaci non solo di selezionare e sostenere leader e candidati, ma di tenere in vita strutture capaci di elaborare politiche pubbliche.

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