giovedì 29 gennaio 2015

I volti dei protagonisti per non dimenticare 15 milioni di vittime innocenti

di David Lebro

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Sei milioni di ebrei. Cinquecentomila tra rom e sinti, almeno duecentomila disabili, diecimila omosessuali, duemilacinquecento preti cattolici e altrettanti testimoni di Geova, migliaia di pastori protestanti e ortodossi, milioni di prigionieri e dissidenti. Nei lager nazisti le vittime arrivarono a cifre spaventose. Si calcolano almeno quindici milioni di morti. Più o meno gli abitanti di Tokyo tanto per intenderci.

E quella voce dei sopravvissuti all’inferno, immune all’oblio del tempo, diventa sempre più forte. La voce di coloro che quell’orrore l’hanno visto con i propri occhi e provato sulla propria pelle, costretti da un destino atroce a subire le pene dei campi di concentramento, proprio come quelle vissute e descritte da Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Quelli che hanno sofferto la fame e la sete per colpa dell’odio umano che, inesorabilmente, si riversava su di loro. Volti ormai stanchi, ruvidi, rugosi e tracce di dolore scolpite sul viso. Questi i protagonisti della Giornata della Memoria.

Era il 27 gennaio 1945 quando i soldati dell’Armata Rossa demolirono i cancelli di Auschwitz e liberarono i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Solo in quel campo erano stati uccisi più di un milione di persone, in maggioranza ebrei, e poi polacchi, rom e prigionieri di guerra. Proprio loro, vittime innocenti ma almeno scampate al delirio umano, chiamate ancora una volta al ricordo di quei terribili giorni. Alla cerimonia dei giorni scorsi ad Auschwitz, sotto il grande tendone allestito all’ingresso di Birkenau, insieme a quattromila invitati di trentotto delegazioni da tutto il mondo e quindici capi di stato, ci sono loro. "E' tempo di inserire l'undicesimo comandamento: mai essere indifferenti", ha detto Roman Kent, uno dei tre sopravvissuti che hanno offerto la loro testimonianza. Parole semplici che riecheggiano sullo sfondo di una platea visibilmente commossa.

La Repubblica italiana, con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, già cinque anni prima della risoluzione 60/7 dell’ONU, ha istituito il Giorno della Memoria per ricordare “la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Tante le iniziative promosse anche quest’anno in tutt’Italia per commemorare quei terribili giorni. Il Comune di Napoli, in particolare, ha deciso di intitolare una strada di Borgo Orefici a Lucia Pacifici, una bambina napoletana di appena 8 mesi deportata e morta ad Auschwitz. Un piccolo gesto per non dimenticare una pagina di storia che, inevitabilmente, richiama alla mente le nostre responsabilità sulle disonorevoli leggi razziali. Ma che apre una riflessione anche sull’attuale momento storico su cui pesano ancora troppi focolai di guerra e riecheggia forte l’eco del terrorismo. Un terrorismo che dice di combattere "in nome di Dio" ma che fomenta l’odio. Quell’odio, quella “banalità del male” che, come insegna Hannah Arendt, è sempre intrisa di un’apparente normalità e lastricata di cieca ubbidienza. Ecco perché bisogna stare attenti. Perchè così come i valori di dignità, uguaglianza e libertà che appartengono ad ogni essere umano furono completamente calpestati in quegli anni dalla presunta superiorità della razza ariana, così oggi bisogna difendersi da quell’estremo fanatismo pseudo religioso che ha rimesso in moto la paura. Basti pensare solo ai recenti fatti di Parigi per comprenderne la portata. Ma bisogna stare ugualmente attenti anche a quel becero populismo xenofobo, tipico di chi mira a confondere il terrorismo con la religione musulmana. Soprattutto perché non esiste alcun testo sacro che legittimi i crimini ascrivibili a quel modo di agire, o meglio, di distruggere vite umane.

Non si può e non si deve dimenticare dunque, perché come ha ricordato Obama, parafrasando Levi, se è successo una volta, può accadere di nuovo.


Non facciamoci accecare dal terrorismo

di Giordano e William Colli

L’attentato di Parigi è stato terribile per la notevole perdita di vite umane, per le sue brutali modalità e per il suo esplicito intento di colpire una delle libertà fondamentali delle democrazie europee: il diritto di esprimere le proprie opinioni liberamente e compiutamente, con i soli limiti dettati dalla legge. E’ un diritto di libertà che va assicurato a tutti senza distinzioni, che non può essere inibito da motivazioni legate all’opportunità politica o al potenziale provocatorio dell’espressione. Naturalmente – giova ripeterlo – nessun diritto può essere esercitato senza limiti: la nostra libertà di espressione confina con il divieto di diffamare o calunniare altre persone. In ogni caso non c’è mai nulla che possa giustificare l’uso della violenza o del farsi giustizia da sé. Una reazione violenta, anche ben minore della drammatica mattanza vista a Parigi, va sempre condannata e combattuta: su questo punto, non ha importanza chiedersi se quelle vignette apparse su “Charlie Hebdo” fossero brillanti o semplicemente stupide, se fossero inopportune o provocatorie, chiedersi se era meglio evitarle. Non aiuta a risolvere nulla, a meno che si ritenga che su certi temi sia meglio stare zitti, che è esattamente uno degli obiettivi che si pone il fanatismo religioso.

Non è semplice capire come rispondere efficacemente all’offensiva terroristica internazionale in atto. Purtroppo è facile –ed è umano– farsi accecare e confondere dal terrorismo: più gli attentati sono terribili, più la risposta tende ad essere irosa ed emotiva. C’è una reazione istintiva di una parte della popolazione, alimentata da alcune forze politiche, che tende a semplificare drammaticamente problemi e risposte e chiede di respingere l’islam, tuto l’islam, come un nemico da allontanare, chiede di ripristinare muri e frontiere all’interno dell’Europa, chiede di abbattere moschee. Queste risposte non sono solo contrarie ai valori e alle conquiste che l’Europa cerca di difendere: sono anche assolutamente inefficaci nella lotta ai terroristi e nella difesa della nostra sicurezza. I temi del controllo dell’immigrazione e del terrorismo internazionale sono fra loro legati, ma è chiaro che non sono la stessa cosa, e vanno affrontati con strumenti diversi: è sbagliato sovrapporli e confonderli. L’immigrazione va governata con regole certe e ferme, che devono essere seriamente concertate quanto meno a livello europeo, le reti di illegalità che la sfruttano e la nutrono vanno represse duramente, le politiche di integrazione devono essere razionali e sostenibili. E’ però evidente a tutti, anche alla Lega di Salvini e al Front National della Le Pen, che ogni area del pianeta sarà sempre più multirazziale e multireligiosa. In un mondo iper-globalizzato e iper-connesso, è difficile pensare che ognuno resti a casa propria. E’ difficile – e a nostro avviso ingiusto – pensare che masse di persone non possano fuggire da Paesi devastati da conflitti e guerriglie, da Paesi in cui si viene giustiziati per aver visto una partita di calcio, da Paesi in cui milioni di persone muoiono di fame. Se non teniamo conto di tutto questo, allora andiamo fuori strada. Possiamo avere le idee più diverse e disparate su questi temi, sul presidio delle frontiere, sul respingimento dei barconi nel Mediterraneo: ma possiamo essere certi che non argineremo così il terrore e il fanatismo violento.

Nessuno ha la verità in tasca di fronte a sfide così difficili, ma noi crediamo che un’efficace lotta al terrorismo si debba concentrare su due azioni fondamentali. Dobbiamo mettere in campo un’attività investigativa e repressiva coordinata dall’Unione Europea, fortemente organizzata e tecnologicamente attrezzata, dove il ruolo chiave, con le necessarie risorse a disposizione e norme adeguate alle esigenze, viene svolto dai servizi informativi specializzati dei diversi Paesi con la conseguente capacità di individuare per tempo i terroristi, di fermarli e di condannarli. La qualità e la natura del terrorismo di oggi lo richiedono assolutamente: siamo di fronte a reti criminali globalizzate, molto ben finanziate, che sanno utilizzare efficacemente le tecnologie comunicative per strutturarsi, per raccogliere adepti, per coordinarsi. E’ un tipo di terrore che corre più per canali telematici che attraverso le frontiere nazionali. Un fondamentalismo criminale di stampo religioso che combatte una guerra all’occidente e alla sua cultura: nei confronti di questa organizzazione caratterizzata da un fanatismo assoluto e radicale c’entra molto poco il merito delle cose. Se l’obiettivo dichiarato è quello di soverchiare ed annullare la cultura occidentale, laica, cristiana o ebrea, quel fanatismo troverà sempre un pretesto per mettere in atto attentati e spargere paura: oggi sono le vignette satiriche, domani un articolo o un romanzo, dopodomani qualsiasi altro libero comportamento considerato inaccettabile per la loro dottrina. A questa ramificata organizzazione internazionale occorrerà rispondere con reparti preparati a contrastare preventivamente e a gestire in emergenza quei pericoli, e con servizi di intelligence capaci di fermare per tempo possibili attentati. Non servirà chiudere o abbattere moschee, ma piuttosto sarà importante rendere permeabili quei luoghi alla comunità che li circonda, permeabili all’ascolto, al dialogo, e allo scambio di informazioni fra rappresentanti religiosi e istituzioni locali. La collaborazione con l’Islam moderato e pacifico (che, ricordiamocelo, è la stragrande maggioranza) sia nelle nostre città che nelle relazioni sovranazionali, sarà un fattore decisivo nella capacità di sventare atti terroristici. E sarà necessario rinunciare non all’esercizio di diritti fondamentali, ma a qualche pezzo della nostra privacy che è possibile sacrificare senza grandi ripercussioni sul nostro modo di vivere: ad esempio un maggiore controllo sul traffico aereo e sui nominativi delle persone che si spostano su questi mezzi è importante, ed è richiesto da tempo dagli organi investigativi: è un sacrificio che ci possiamo permettere.

A questa necessaria azione preventiva/repressiva, si deve però finalmente affiancare una politica internazionale dei Paesi occidentali diversa da quella conosciuta fino a ieri. Questa azione è altrettanto importante in termini di efficacia contro il terrore, e non può essere un semplice contorno di vaghe parole disattese. Se è vero che ci sono organizzazioni fondamentaliste che continueranno ad attaccare a prescindere l’occidente e la sua cultura, indipendentemente dalla politica estera europea e statunitense, è altrettanto vero che interventi e azioni dissennate dei Paesi occidentali alimenteranno l’adesione a quel fanatismo, gli consentiranno di crescere, di prendere forza, fornendo alibi e pretesti agli strateghi dell’odio e della guerra fra civiltà. E’ la battaglia più lunga e complessa: si può vincere politicamente il terrorismo se si riesce ad isolarlo, a circoscriverlo, a togliergli da sotto i piedi qualsiasi motivazione possibile, rimuovendo le cause della sua capacità attrattiva su alcune categorie di persone. Noi abbiamo il dovere di isolarlo e prosciugarlo costruendo relazioni pacifiche fra i popoli, attuando politiche internazionali di tolleranza, di pluralismo, di dialogo, senza abboccare all’amo avvelenato della guerra di religione e senza essere trascinati nelle paludi fetide del razzismo. Se non faremo questo i rapporti fra i popoli sono destinati a degradarsi fino ad esplodere in tensioni non più controllabili, con conseguenze drammaticamente imprevedibili. Cadendo nella trappola in cui da sempre tenta di farci precipitare il terrorismo di ogni forma, tipo e colore: il primato dell’odio e della paura, a scapito della civile e pacifica convivenza.

Prima Guerra Mondiale: scade il 13 febbraio il bando per la selezione di iniziative culturali commemorative

di Francesco Spisso

Dai primi mesi del 2015 e fino al 2018 l'intera Europa celebrerà il centenario della Prima Guerra mondiale. Per non rischiare di far cadere nella dimenticanza quel lungo e disastroso periodo della nostra storia, le varie istituzioni culturali dei paesi europei hanno previsto l'organizzazione di diversi eventi, finalizzati alla rievocazione di quegli anni attraverso testimonianze documentarie di vario genere. L’obiettivo è cercare non solo di ricostruire i fatti storici, ma tentare soprattutto di analizzarli per stimolare la coscienza collettiva, mostrando l'irreversibilità del dolore e della distruzione causati dal conflitto.

A tal fine, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, è stata istituita la “Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale” che, come si evince dalla mission, assicura gli adempimenti necessari per la realizzazione del programma e degli interventi connessi alle commemorazioni del centenario della prima guerra mondiale, definiti dal Comitato interministeriale appositamente costituito.
Circa due milioni di euro sono stati stanziati per gli anni 2015 e 2016 per tali iniziative culturali e le richieste di contributo, come si evince dal bando emesso dalla stessa Struttura di Missione, dovranno pervenire entro le ore 15.00 del 13 Febbraio 2015.

I vari eventi culturali illustreranno la cronologia degli accadimenti della 1ͣ Guerra mondiale attraverso immagini, filmati, documenti di archivi pubblici e privati. La sensazione dovrà essere quella di stare in una macchina del tempo, facendo conoscere a tutti, anche ai giovanissimi, un periodo importantissimo della storia dell'Umanità, affinché ognuno possa fare le proprie valutazioni in maniera più realistica rispetto ai libri scolastici, dopo aver visionato materiale che testimonia l'accaduto e soprattutto le sue tragiche conseguenze.

Anche per le scuole ovviamente è stato istituito un concorso rivolto a tutti gli istituti scolastici di ogni ordine e grado. Gli studenti dovranno elaborare una composizione scritta seguendo le tracce indicate nel bando, partendo dalla conoscenza della storia acquisita attraverso lo studio, ma arricchita dall'acquisizione di notizie attraverso fonti documentarie, aggiungendo infine le loro riflessioni riguardo alla drammaticità della prima grande Guerra.
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La Guerra cominciò come un conflitto europeo ma in breve tempo si trasformò in un conflitto mondiale. E’ opportuno ricordare, infatti, che furono reclutati oltre 70 milioni di persone (60 milioni solo in Europa), alla fine ci furono oltre 9 milioni di vittime tra i soldati e circa 7 milioni di vittime civili dovute non solo agli effetti diretti delle operazioni di guerra (da considerare anche l'uso di nuove tecnologie: aerei, sommergibili, i gas, nuove armi chimiche), ma anche alla carestia e alle malattie concomitanti.

La posta in gioco andava al di là del Vecchio Continente, c'erano potenze coloniali in declino, potenze in crescita, in definitiva si trattava di una vera e propria corsa al monopolio coloniale, il tutto inserito in un clima di varie tensioni. Nessuno capì i rischi che avrebbe comportato una guerra, peraltro una guerra di tali dimensioni. La fine della Guerra sancì la preminenza degli Stati Uniti e la fine del predominio europeo: l'Europa uscì stremata dal grande Conflitto, falcidiata nella popolazione e gravemente indebitata, basti pensare che la sua dipendenza dagli Stati Uniti divenne quasi totale al punto che la crisi di Wall Street nel 1929 coinvolse anche l’Europa intera.

Il Jobs act della semplificazione o della perdita dei diritti? Il punto di vista di Governo, Confindustria e Sindacati


di Gennaro Tullio

Per ogni Italiano vedere la nascita così come la fine di un Governo è un po’ come vivere in un irrituale ma costante déjà-vu. Irrituale, perché cambiano i personaggi, ma purtroppo non le situazioni. A ogni governo che s’insedia, indifferentemente dall’appartenenza politica, ideologica e sociale, la richiesta fatta è sempre la stessa: le riforme.

C’è chi le propone, le propaganda come la soluzione a cui nessuno aveva mai pensato, il placebo a ogni problema, e chi le osteggia, le censura come frutto di una mente insana, nemica del popolo e amica delle più sordide combriccole segrete.
Quando finalmente le riforme giungono in Parlamento inizia la bagarre tra Deputati e Senatori. E prima quelli di un’aula poi dell’altra giurano di porvi rimedio, così che emendamento dopo emendamento esse sono addomesticate e svilite. Insomma da qualsiasi punto si osservino, le critiche sono sempre troppe e le soluzioni proposte sempre poche. Questo era ieri. 

Il Governo Renzi, lo si ami o lo si odi, ha stravolto questa routine e tra scioperi ed emendamenti, o il ricorso alla fiducia, questo Esecutivo sembra aver portato a termine il percorso dell’idea iniziale nella sua interezza: cambiare passo. I 1500 lavoratori che Marchionne ha da poco annunciato di voler assumere nello stabilimento di Melfi sembrano urlare che la direzione intrapresa sia quella giusta.
Fanno ben sperare, inoltre, le previsioni nel primo trimestre 2015: più di 8400 assunzioni e un incremento del 6% dei contratti a tempo indeterminato. In pratica, se non si può certamente parlare di ripresa vera e propria, alcune dinamiche fotografate da UNIONCAMERE e Ministero del Lavoro nell’ambito del sistema informativo Excelsior, lasciano intendere che qualcosa inizia a muoversi.

Con il via libera definitivo del Senato il Jobs Act è diventato legge. Già da gennaio dovrebbe entrare in vigore il primo decreto delegato, che riguarda i contratti unici a tutele crescenti e a tempo indeterminato, oltre che la semplificazione delle norme sui licenziamenti e sugli indennizzi. Il resto dei provvedimenti, come per esempio le norme sulla cassa integrazione, entreranno in vigore presumibilmente tra qualche mese.
Eppure le critiche mosse sono evidenti ma considerando le criticità, le posizioni espresse dal Governo e dai Sindacati, sono davvero così agli antipodi?
La riforma si propone il riordino delle tipologie di contratto già esistenti, con l’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato per le nuove assunzioni, il quale prevede tutele crescenti in base all’anzianità di servizio. Parallelamente si riducono le altre forme contrattuali come i contratti di collaborazione a progetto, che esisteranno sino al loro naturale esaurimento.

Per il Governo si tratta di un primo importante passo verso la semplificazione e la notevole riduzione dell’enorme numero di contratti di lavoro esistenti, anche se Confindustria ha già chiesto di ampliare l’accesso a queste forme di contratto anche ai lavoratori che hanno oggi un contratto in essere.
La riforma prevede il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per i licenziamenti illegittimi. Le nuove regole, infatti, escludono il reintegro del lavoratore, prevedendo un risarcimento economico che aumenta con l’anzianità di servizio, e individuano termini certi per impugnare il licenziamento. 

Per Confindustria lo schema di decreto legislativo contiene importanti novità e coglie l'obiettivo prefissato dalla legge delega: favorire le assunzioni a tempo indeterminato, garantendo anche alle parti certezza in merito alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro. Sempre per gli industriali, positiva anche la disciplina dell'offerta di conciliazione che il datore di lavoro può attivare per evitare il possibile contenzioso giudiziario successivo al licenziamento. 

Per i Sindacati, invece, c’è l’evidente assimilazione del trattamento dei licenziamenti legittimi e illegittimi, facendo così saltare il principio per cui “se non c’è giusta causa l’impresa riceve una sanzione”. Ecco perché essi chiedono di correggere gli interventi sui licenziamenti individuali, a partire dalla necessità di ripristinare la proporzionalità tra il fatto contestato e la sanzione del licenziamento, ravvisando anche un eccesso di delega sui licenziamenti collettivi.

L’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) unificherà il sussidio di disoccupazione, estendendolo ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa. La nuova tutela sarà estesa a circa 300 mila lavoratori. I Sindacati chiedono che la nuova indennità di disoccupazione sia innalzata a 24 mesi così come per il 2015 e il 2016, anche per il 2017.

Lo scontro al tavolo delle trattative, dunque, sembra vedere ancora lontana la sua conclusione.

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Liberi di vivere: Je suis Charlie

di Ginevra Giannattasio

Parigi, 7 Gennaio, alle ore 11.00 viene sferrato l'attentato jihadista, organizzato dai fratelli Kouachi, al giornale Charlie Hebdo. La cronista giudiziaria superstite, Sigolène Vision, descrive la tragedia sul giornale Le Monde: “Sembrava un normale mercoledì, era iniziata da poco la riunione, quando i fratelli Kouachi sono entrati armati, sparando Charb e altri 9 giornalisti della redazione. Ricordo ogni attimo, dopo poco ho chiamato il pronto intervento, qui alla redazione Hebdo sono tutti morti”.

Inquietanti, veloci, riluttanti, il mio occhio osserva le immagini riprese della fuga dei terroristi, dopo aver compiuto l'attacco alla redazione del giornale. Continuo ad osservarle ad oltranza, quasi quelle immagini possano contenere la risposta alla strage, ma è inutile: il mio animo non riesce a comprendere il fanatismo e il mio cuore piange gridando: "Je suis Charlie". Parigi, quel rumore, i due colpi d'arma da fuoco, l'odore di polvere da sparo, i corpi che giacciono senza vita: quel sangue che scorre non è solo francese, è il nostro sangue, sangue della libertà violata. Con questo folle gesto islamico la città è stata colpita nel suo cuore, la libertà d'espressione.

Come può una religione impadronirsi e offuscare il pensiero delle persone, come può far covare tanto odio, da uccidere senza pietà, senza differenza? Semplice non può e non deve. L'uomo sceglie di essere violento, giustificandosi dietro all'interpretazione fanatica di qualche profeta maledetto, che annebbia la vista. Nessuna religione professa di uccidere i propri fratelli, invero i musulmani reagiscono ed esclamano: "Non siamo tutti terroristi!". 
Parigi, il 9 Gennaio si raccoglie, sceglie di ricordare il suo lutto e di marciare, uniti nel dolore comune: a guidare la fiaccolata è il Presidente francese François Hollande, accanto il Presidente della Germania, Angela Merkel e il Presidente italiano Matteo Renzi. Tutto il mondo è stato colpito. In quella folla piangono musulmani, ebrei, cristiani, pronti a difendere la propria integrità.

Ho deciso di scrivere Je suis Charlie non perché condivido la sua satira, ma perché in questo momento storico per me è come se il suo nome assumesse il significato "liberi di vivere", dato che ai giornalisti è stata strappata la libertà di vivere e non solo quella d'espressione. Il coraggio della redazione Hebdo di uscire in stampa dopo l'attentato, la vignetta che ritrae Maometto con la lacrima “Tout est pardonné” merita di essere pubblicata, non solo per solidarietà ma, soprattutto, per diritto d'informazione.

Nonostante il fenomeno Charlie si estenda alla velocità della luce sui social network, dilagano anche l'omissione d'informazione e l'omertà di alcune delle maggiori testate: come il New York Times, che ha deciso di censurare la copertina, ritenuta offensiva per i musulmani, o il giornale turco Cumhuriyet, che ha scelto di mandare in stampa solo una parte dell’editoriale; a Londra, invece, le grandi catene Comag hanno scelto di non distribuire il giornale per paura di subire ripercussioni, difatti le copie sono state messe in vendita solo nelle edicole che si occupano di politica estera, veramente un numero irrisorio. Non si può ledere il diritto all’informazione o pensare ai propri magri interessi utilitaristici. Questo pericolo riguarda tutti, siamo tutti nel mirino, con quell'agire di alcune redazioni è stata lesa una delle libertà fondamentali.

L’Isis non si è fermato dopo Parigi: continua ad attaccare, sale ogni giorno il numero delle vittime nello Yemen, in Nigeria, Siria, Pakistan.
Integralisti in Nigeria insegnano “Boko Haram”, l'educazione all’Occidente è peccato mentre i jihadisti continuano a trasmettere in diretta decapitazioni ed esecuzioni di massa.

Questa “Guerra Santa” colpisce tutti e non fa sconti a nessuno. È diventata una lotta senza confini geografici, basata su un'ideologia malata che trova terreno fertile non solo in stati abbandonati e poveri, ma si insinua anche in occidente, coinvolgendo nuove reclute, plasmando persone nate e cresciute in Europa. Ma l’errore che bisogna evitare forse è proprio quello di farsi offuscare dall’odio e cadere nella rete della violenza che sempre più cerca di farsi strada.




Prevenzione e contrasto della corruzione nella P.A

Le misure adottate dal Comune di Napoli

di Michele Capasso

La legge 6 novembre 2012, n.190, intitolata “Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella Pubblica Amministrazione”, affronta il fenomeno della corruzione sia sul piano della prevenzione amministrativa che su quello della repressione penale.

Obiettivo della riforma è aggiornare le norme penali esistenti ai mutamenti strutturali che nel corso degli anni avevano interessato le concrete forme di manifestazione dell’illegalità amministrativa e, contestualmente, quello di adempiere agli obblighi internazionali.

E’ innanzitutto prevista una “Autorità Nazionale Anticorruzione”, che viene precisamente individuata nella Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche.

Essa oltre ad approvare il Piano Nazionale Anticorruzione predisposto dal Dipartimento della Funzione pubblica, è destinata a svolgere importanti funzioni rispettivamente in termini di: analisi delle cause della corruzione e individuazione degli interventi a carattere preventivo; formulazione di pareri in materia di conformità degli atti e dei comportamenti dei funzionari pubblici alle leggi, ai codici di comportamento e ai contratti di lavoro, di vigilanza e controllo sull’effettiva applicazione e sull’efficacia delle misure preventive adottate dalle singole amministrazioni pubbliche.

E’ altresì prevista la definizione, ad opera del Governo, di un Codice di comportamento dei dipendenti pubblici contenente regole di condotta volte ad assicurare la qualità dei servizi, la prevenzione dei fenomeni di corruzione, il rispetto dei doveri costituzionali di diligenza, lealtà e imparzialità. A tale Codice è anche attribuito il compito di stabilire i limiti entro i quali i pubblici dipendenti possono ricevere donativi dai privati nell’ambito delle normali relazioni di cortesia; mentre è espressamente previsto un divieto per tutti i dipendenti di chiedere o accettare compensi, utilità o regali in connessione con l’espletamento delle funzioni esercitate.

Le pubbliche amministrazioni centrali, a loro volta, predispongono Piani di prevenzione finalizzati a diagnosticare il grado di esposizione dei diversi uffici al rischio di corruzione e, nel contempo, a indicare gli interventi organizzativi considerati necessari ai fini della prevenzione del rischio medesimo.
Inoltre, di norma tra i dirigenti amministrativi di ruolo e di prima fascia viene individuato il Responsabile della prevenzione della corruzione. Tale soggetto, nel caso in cui all’interno della amministrazione viene commesso un reato di corruzione accertato con sentenza passata in giudicato, è esentato da responsabilità amministrativa, disciplinare ed erariale ove provi di aver provveduto all’adozione di misure preventive adeguate e di aver vigilato sulla loro osservanza.
Coerentemente con quanto sinora esposto il Comune di Napoli si è dotato del Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione.

Il Piano:
  • individua le attività nell'ambito delle quali è più elevato il rischio di corruzione;
  • prevede meccanismi di formazione, attuazione e controllo delle decisioni idonei a prevenire il rischio di corruzione;
  • prevede obblighi di informazione nei confronti del Responsabile per la Prevenzione della Corruzione, chiamato a vigilare sul funzionamento e sull'osservanza del piano;
  • monitora il rispetto dei termini, previsti dalla legge o dai regolamenti, per la conclusione dei procedimenti e i rapporti tra l'amministrazione e i soggetti che con la stessa stipulano contratti o che sono interessati a procedimenti di autorizzazione, concessione o erogazione di vantaggi economici di qualunque genere, anche verificando eventuali relazioni di parentela o affinità sussistenti tra i titolari, gli amministratori, i soci e i dipendenti degli stessi soggetti e i dirigenti e i dipendenti dell'amministrazione;
  • individua specifici obblighi di trasparenza ulteriori rispetto a quelli previsti da disposizioni di legge.
Il Comune di Napoli, infine, sta provvedendo all’aggiornamento per gli anni 2015-2017 del Piano triennale di Prevenzione della Corruzione e, a tal fine, ha previsto anche l’adozione di forme di consultazione con soggetti esterni all’Amministrazione al fine di garantire una sempre maggiore imparzialità e trasparenza nell’azione amministrativa.


venerdì 23 gennaio 2015

Piazza Carlo III a Napoli: sempre più vicino l’avvio dei lavori di restyling

Finalmente tra pochi giorni partiranno i lavori di restyling di piazza Carlo III a Napoli, una bella soddisfazione per tutti i cittadini che, da anni, aspettano la sua completa riqualificazione. Sull’Albo Pretorio del Comune partenopeo, infatti, è stato già pubblicato l’esito della gara di aggiudicazione dei lavori di riqualificazione, ultimo atto burocratico prima dell’apertura dei cantieri.
 
Il futuro aspetto di Piazza Carlo III
E’ opportuno precisare che Piazza Carlo III, che accoglie il maestoso Palazzo Fuga, per la sua posizione strategica rappresenta un importante punto di snodo tra 2 nevralgici boulevards cittadini, via Foria e corso Garibaldi, quest'ultimo un vero e proprio centro commerciale naturale. Prima vetrina della città che si offre ai turisti che arrivano dall'aeroporto di Capodichino, tuttavia, la piazza negli anni è diventata famosa più per lo spettacolo indecoroso di decine di clochards che la utilizzano come orinatoio pubblico. Un fatto, questo, che ha portato addirittura alla realizzazione di interventi alquanto discutibili come i “famosi braccioli antibarbone” sulle panchine, che hanno scatenato non poche polemiche. Ancora più paradossale è il fatto che cittadini e residenti del posto, a dir poco stremati da tanta incuria e degrado, con il tempo, si sono quasi abituati e non fruire più della stessa piazza, considerata letteralmente pericolosa ed “inidonea” ad ospitare famiglie e bambini. La paura di incorrere in qualche brutto episodio, come spesso accade, ha finito quindi col prevalere sul diritto di fruire di un bene pubblico.

Oggi, però, ci troviamo di fronte ad un radicale cambio di passo perchè, finalmente, dopo trent’anni, piazza Carlo III vedrà finalmente un importante intervento di restyling generale. Il progetto preliminare, risalente a due anni fa, è stato corredato nel tempo da riunioni fiume, sopralluoghi e, soprattutto, concertazione con i cittadini. Nell’ultimo sopralluogo effettuato con l’Assessore al decoro urbano, Ciro Borriello, sono stati illustrati nel dettaglio i lavori di arredo urbano, previsti dal progetto esecutivo a firma dall’architetto Ugramin. Il cronoprogramma prevede il completo rifacimento della pavimentazione, la palettizzazione delle aiuole, nuove panchine nei viali pedonali della piazza, un parco giochi per bambini, nuove aiuole e la piantumazione di essenze arboree. Insomma la piazza cambierà davvero volto e di questo non possiamo che essere fieri. Grazie gli sforzi del Comitato Civico Carlo III, che ha saputo mantenere sempre alta l’attenzione dell’Amministrazione comunale e del Sindaco Luigi de Magistris, sempre vicino alle istanze presentate, presto dunque, una delle piazze storiche più importanti della nostra città sarà completamente restituita ai cittadini.

di David Lebro


















domenica 18 gennaio 2015

Il ricordo di un napoletano illustre: Francesco Rosi, colui che inventò i film-inchiesta

di Alessia Nardone

Anche dopo la sua morte, avvenuta il 10 gennaio scorso, Francesco Rosi non smette di stupirci con la sua immensa e profonda umanità. Nel necrologio infatti, la figlia Carolina scrive in questi termini le ultime volontà del regista "Non fiori ma solidarietà per gli immigrati"

Francesco Rosi
Una grave perdita per Napoli, uno dei più grandi registi italiani, geniale e coraggioso, con lui la città da cartolina divenne un laboratorio di indagine civile. Nato nel novembre del 1922 studia alla facoltà di Giurisprudenza e comincia la sua carriera come illustratore di libri per l’infanzia e contemporaneamente collabora con Radio Napoli. Proprio questa collaborazione gli permetterà di conoscere Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria ed Aldo Giuffrè con i quali strinse un bellissimo rapporto lavorativo e di amicizia.

La sua gavetta comincia dal teatro nel 1946 quando Ettore Giannini lo sceglie come assistente per la messa in scena de “ ’O voto” di Salvatore di Giacomo. Le sue doti non tardano a manifestarsi così nel 1948 Luchino Visconti lo vuole come aiuto regista per “La terra trema” e, dopo varie sceneggiature, nel 1952 Goffredo Alessandrini gli offre la possibilità di dirigere alcune sequenze di “Camicie Rosse”. Nel 1956 co-diresse con Vittorio Gassman il film “Kean - Genio e sregolatezza” e finalmente nel 1958 diresse il suo primo lungometraggio, “La Sfida” che ottenne un grandissimo successo di pubblico e critica.

I temi sociali, già affrontati nel film d’esordio, continuano con “I Magliari” del 1959 nel quale Alberto Sordi è un immigrato della Germania dell’Ovest che si scontra con un boss napoletano per il controllo del mercato delle stoffe.

Nel 1961, con “Salvatore Giuliano”, inaugura il florido filone dei film-inchiesta ripercorrendo, attraverso una serie di lunghi flashback, la vita di un malavitoso siciliano. Questo nuovo filone sarà molto ben accolto dal pubblico nonostante la durezza delle vicende raccontate così l’anno successivo si ripropone con “Le mani sulla città” nel quale denunciava con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La pellicola fu premiata con il Leone d'Oro al Festival di Venezia.

Dopo Il momento della verità (1965), Rosi si concesse una migrazione in un film favolistico C'era una volta... (1967), con Sophia Loren e Omar Sharif. Negli anni settanta tornò ai temi di sempre con “Uomini contro” (1970), “Il caso Mattei” (1972) e “Lucky Luciano” (1973). Da ricordare ancora c’è sicuramente la rappresentazione de “La tregua” di Primo Levi, fortemente voluto da Rosi e rimandato fino al 1997 a causa del suicidio dello scrittore.

Nel 2003 è ancora la volta di Francesco Rosi regista teatrale con “Napoli milionaria” cui segue, nel 2007, ad 85 anni, l’annuncio dell’addio al cinema e la sua completa dedizione alla regia teatrale. 
Inutile sarebbe ricordare tutti i premi e le onorificenze che gli sono state attribuite, perché speriamo che l’Italia non smetta mai di applaudire alla sua eccezionale bravura.

mercoledì 7 gennaio 2015

Influenza e vaccini: Federfarma Campania contro gli sprechi

di Gennaro Tullio

Cattive notizie giungono dal Servizio Sanitario Nazionale: ammonterebbero infatti alla considerevole cifra di quattro milioni le dosi di vaccino antinfluenzale che il Ssn potrebbe mandare al macero in seguito all’ingente numero di defezioni che sono state registrate dalla campagna 2014.

Fiale di vaccino
Il monito arriva puntuale dall’Istituto superiore di sanità e aggiunge che la campagna che si è appena chiusa a dicembre non è riuscita a raggiungere il 75% degli anziani vaccinati ma, quel che è peggio, risulta difficile immaginare che possa replicare il 55% della precedente stagione. Corrisponde così al 20% il calo delle adesioni registrate in questo anno, secondo la stima realizzata dall’Aifa. In risposta allo scenario così presentato, c’è chi si fa avanti chiedendo un aggiornamento dei meccanismi su cui si reggono le suddette campagne vaccinali. Il Presidente di Federfarma Campania e membro del consiglio di presidenza di Federfarma Michele Di Iorio si pronuncia in materia, individuando una possibile soluzione e lanciando una sua personale proposta che chiamerebbe in causa le farmacie: “Per evitare sprechi e dosi al macero basterebbe assoggettare i vaccini a prescrivibilità e farli distribuire alle farmacie, che si rifornirebbero dai canali tradizionali. In tal modo, si eviterebbe al Ssn l’acquisto di ingenti dosi di vaccino quando la stagione influenzale è solo alle porte”. Nel frattempo di tutt’altra opinione risultano essere gli esperti che su questo importante tema invitano a non disperare e soprattutto a non considerare chiusa la campagna vaccinale. Tra questi spicca il pensiero di Walter Ricciardi, Commissario dell'Istituto superiore di sanità, che sull’argomento invita a mantenere la calma e commenta senza disfattismi ma in favore di una visione ottimistica dello stato dei fatti con queste parole: “siamo ancora in tempo, incoraggiamo la profilassi, perché il picco è atteso nel periodo più critico tra gennaio e febbraio”. Alla luce di tutte queste attente considerazioni c’è ancora un ultimo recente aspetto da valutare. Durante le festività appena terminate va infatti constatato che si è registrato un netto aumento dei casi supportato dal seguente bilancio: i dati di Influnet affermano infatti che i casi corrispondenti a 2,18 italiani su mille sono a letto con la febbre, un tasso da non sottovalutare assolutamente che registra un considerevole incremento raggiungendo il rapporto di ben 7,6 ogni mille quando si parla di bambini che appartengono ad un’età inferiore ai quattro anni.

venerdì 2 gennaio 2015

Napoli: il Consorzio Chiaja regala ai bambini una giornata con la Befana

A Chiaja la nota vecchietta non “vien di notte”…

di Gennaro Tullio

A Chiaja la vecchietta più amata dai bambini arriva un giorno prima. Lunedì 5 gennaio, infatti, direttamente dal cielo approderà a bordo della sua scopa volante su piazza dei Martiri la Befana, che dalle 10 alle 19 sarà protagonista di un evento organizzato dal Consorzio Chiaja, in collaborazione con la Camera di Commercio di Napoli, il Patrocinio del Comune e della Municipalità di Napoli, e reso possibile grazie anche allo sponsor Eccellenze Campane.

Il primo evento in assoluto del 2015, ideato dal Consorzio Chiaja, intende proseguire un discorso iniziato già nell’anno precedente che punta alla riqualificazione del quartiere restituendogli un’immagine positiva e allegra, attraverso numerose iniziative volte a coinvolgere la gente, sottolineando anche l’importanza delle tradizioni come è effettivamente la ricorrenza legata alla Befana.

La casetta di legno della Befana con le calze
La vecchietta più amata dai bambini sarà presente con la sua veste consumata e con le scarpe rigorosamente rotte in piazza dei Martiri per trascorrere una giornata con grandi e piccoli, sia coloro che sono stati buoni (e a cui vanno tanti dolcetti) che quelli che invece sono stati cattivi (per loro tanto carbone!). Ma la signora dal naso “importante” non si presenterà da sola: al suo fianco ci saranno gli inseparabili aiutanti folletti e un’infinita fila di immancabili calze di tutti i colori da regalare ai bambini, gentilmente offerte dallo sponsor Eccellenze Campane.


La location di piazza dei Martiri sarà uno spettacolo da ammirare anche per i più grandi: sarà infatti possibile accedere, nel centro della piazza, alla caratteristica casa di legno della Befana, che ha fatto un lungo viaggio prima di approdare qui completa di letto, coperte e quadretti dei suoi avi (tutti con l’inconfondibile naso lungo).

A questo evento all’insegna della generosità e organizzato per far felici i bambini partecipano in prima linea i consorziati, i quali per l’occasione hanno scelto di donare i loro gadget, provenienti dai rispettivi negozi di Chiaja, per regalare tanti sorrisi e condividere con tanti bambini e le loro famiglie un evento di festa come questo.

All’evento ci sarà spazio anche per l’intrattenimento con due spettacoli, che si svolgeranno alle ore 12 e alle ore 17, davvero imperdibili per grandi e per piccoli. Con quella della Befana continuano le iniziative promosse dal Consorzio Chiaja, che hanno il preciso scopo di avvicinare la gente al quartiere, mostrando in concreto che qualcosa qui è cambiato e che tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’unione di tutti e delle persone che ci lavorano con passione e impegno. Come dimostrano, del resto, gli eventi realizzati e i tanti altri progetti in cantiere che saranno proposti per tutto l’anno 2015.

Zilda Street Art rinascimentale nei vicoli di Napoli per il suo documentario sulla città

di Alessia Nardone

L'angelo riabilitato
«Non conosco altre città così» così Zilda, street artist francese molto noto in Italia, racconta Napoli in un'intervista: «Il sublime ti esplode in faccia senza sosta. Strada per strada, quartiere per quartiere. Non conosco altre città così sconcertanti, generose e capaci di condensare tante cose assieme. Ogni cosa sembra coesistere con il suo perfetto contrario. Napoli è piena di contrasti, talvolta colorata ed esuberante, talvolta buia e infinitamente nascosta. Amo questa città e le sue contraddizioni. Amo i suoi chiaroscuri. Il suo odore di piscia e santità». L’artista arriva in città nel 2011 alla ricerca dei più suggestivi luoghi, quelli più adatti ad ospitare le sue opere. Personaggi alati, feriti, legati, angeli, demoni, vestali e figure «quattrocentesche» questi i soggetti preferiti da questo eclettico artista e che i napoletani hanno imparato bene a distinguere. Si tratta di stencil che l’artista, anche soprannominato il Banksy di Rennes, dipinge con dovizia di particolari e utilizzando diverse tecniche artistiche nel suo studio e che poi incolla sul muro che aveva scelto.
 
L'installazione con Dante e Virgilio
Zilda, rimasto folgorato dalla unicità di Napoli ha dedicato a questa città diverse opere tra le quali "Il vento pesa quanto le catene" ispirata all'omonimo brano del francese Arnaud Michniak e posta in Palazzo Sanfelice di via Sanità, e "L'angelo riabilitato" ispirato a Jean de Bochere nell’ex carcere minorile Filangieri. Ma l’artista è stato generoso con la città tutta, dalla pedamentina a Portici, passando per i Campi Flegrei dove troviamo due installazioni di cui una recentissima: la prima, apparsa circa un mese fa, raffigura Dante e Virgilio ritratti di spalle che osservano un ironico cartello turistico che recita: “Benvenuti nei Campi Flegrei. Lasciate ogne speranza, Voi ch’ intrate”; l’altro è la Venere Sosandra, la celebre scultura rinvenuta da Maiuri durante gli scavi nelle terme di Baia, ad essere ritratta con tanto di valigia al seguito con scritta “home sweet home”. Questo ultimissimo stencil dalle dimensioni umane, è stato posto a pochi passi dal molo di Baia, a conferma dell’interesse del celebre street artist francese originario di Rennes, per la terra del mito.

Ma oltre a questi stencil l’artista, incappucciato o coperto da una maschera di pulcinella, ha deciso di raccogliere le sue esperienze napoletane in un video documentario forse per farci meglio comprendere la poetica bellezza della nostra terra o forse per ricambiarci per quello che Parthenope ha saputo donare alla sua arte.