giovedì 29 gennaio 2015

I volti dei protagonisti per non dimenticare 15 milioni di vittime innocenti

di David Lebro

Immagine da internet
Sei milioni di ebrei. Cinquecentomila tra rom e sinti, almeno duecentomila disabili, diecimila omosessuali, duemilacinquecento preti cattolici e altrettanti testimoni di Geova, migliaia di pastori protestanti e ortodossi, milioni di prigionieri e dissidenti. Nei lager nazisti le vittime arrivarono a cifre spaventose. Si calcolano almeno quindici milioni di morti. Più o meno gli abitanti di Tokyo tanto per intenderci.

E quella voce dei sopravvissuti all’inferno, immune all’oblio del tempo, diventa sempre più forte. La voce di coloro che quell’orrore l’hanno visto con i propri occhi e provato sulla propria pelle, costretti da un destino atroce a subire le pene dei campi di concentramento, proprio come quelle vissute e descritte da Primo Levi in “Se questo è un uomo”. Quelli che hanno sofferto la fame e la sete per colpa dell’odio umano che, inesorabilmente, si riversava su di loro. Volti ormai stanchi, ruvidi, rugosi e tracce di dolore scolpite sul viso. Questi i protagonisti della Giornata della Memoria.

Era il 27 gennaio 1945 quando i soldati dell’Armata Rossa demolirono i cancelli di Auschwitz e liberarono i prigionieri sopravvissuti allo sterminio del campo nazista. Solo in quel campo erano stati uccisi più di un milione di persone, in maggioranza ebrei, e poi polacchi, rom e prigionieri di guerra. Proprio loro, vittime innocenti ma almeno scampate al delirio umano, chiamate ancora una volta al ricordo di quei terribili giorni. Alla cerimonia dei giorni scorsi ad Auschwitz, sotto il grande tendone allestito all’ingresso di Birkenau, insieme a quattromila invitati di trentotto delegazioni da tutto il mondo e quindici capi di stato, ci sono loro. "E' tempo di inserire l'undicesimo comandamento: mai essere indifferenti", ha detto Roman Kent, uno dei tre sopravvissuti che hanno offerto la loro testimonianza. Parole semplici che riecheggiano sullo sfondo di una platea visibilmente commossa.

La Repubblica italiana, con la legge n. 211 del 20 luglio 2000, già cinque anni prima della risoluzione 60/7 dell’ONU, ha istituito il Giorno della Memoria per ricordare “la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Tante le iniziative promosse anche quest’anno in tutt’Italia per commemorare quei terribili giorni. Il Comune di Napoli, in particolare, ha deciso di intitolare una strada di Borgo Orefici a Lucia Pacifici, una bambina napoletana di appena 8 mesi deportata e morta ad Auschwitz. Un piccolo gesto per non dimenticare una pagina di storia che, inevitabilmente, richiama alla mente le nostre responsabilità sulle disonorevoli leggi razziali. Ma che apre una riflessione anche sull’attuale momento storico su cui pesano ancora troppi focolai di guerra e riecheggia forte l’eco del terrorismo. Un terrorismo che dice di combattere "in nome di Dio" ma che fomenta l’odio. Quell’odio, quella “banalità del male” che, come insegna Hannah Arendt, è sempre intrisa di un’apparente normalità e lastricata di cieca ubbidienza. Ecco perché bisogna stare attenti. Perchè così come i valori di dignità, uguaglianza e libertà che appartengono ad ogni essere umano furono completamente calpestati in quegli anni dalla presunta superiorità della razza ariana, così oggi bisogna difendersi da quell’estremo fanatismo pseudo religioso che ha rimesso in moto la paura. Basti pensare solo ai recenti fatti di Parigi per comprenderne la portata. Ma bisogna stare ugualmente attenti anche a quel becero populismo xenofobo, tipico di chi mira a confondere il terrorismo con la religione musulmana. Soprattutto perché non esiste alcun testo sacro che legittimi i crimini ascrivibili a quel modo di agire, o meglio, di distruggere vite umane.

Non si può e non si deve dimenticare dunque, perché come ha ricordato Obama, parafrasando Levi, se è successo una volta, può accadere di nuovo.


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