giovedì 29 gennaio 2015

Liberi di vivere: Je suis Charlie

di Ginevra Giannattasio

Parigi, 7 Gennaio, alle ore 11.00 viene sferrato l'attentato jihadista, organizzato dai fratelli Kouachi, al giornale Charlie Hebdo. La cronista giudiziaria superstite, Sigolène Vision, descrive la tragedia sul giornale Le Monde: “Sembrava un normale mercoledì, era iniziata da poco la riunione, quando i fratelli Kouachi sono entrati armati, sparando Charb e altri 9 giornalisti della redazione. Ricordo ogni attimo, dopo poco ho chiamato il pronto intervento, qui alla redazione Hebdo sono tutti morti”.

Inquietanti, veloci, riluttanti, il mio occhio osserva le immagini riprese della fuga dei terroristi, dopo aver compiuto l'attacco alla redazione del giornale. Continuo ad osservarle ad oltranza, quasi quelle immagini possano contenere la risposta alla strage, ma è inutile: il mio animo non riesce a comprendere il fanatismo e il mio cuore piange gridando: "Je suis Charlie". Parigi, quel rumore, i due colpi d'arma da fuoco, l'odore di polvere da sparo, i corpi che giacciono senza vita: quel sangue che scorre non è solo francese, è il nostro sangue, sangue della libertà violata. Con questo folle gesto islamico la città è stata colpita nel suo cuore, la libertà d'espressione.

Come può una religione impadronirsi e offuscare il pensiero delle persone, come può far covare tanto odio, da uccidere senza pietà, senza differenza? Semplice non può e non deve. L'uomo sceglie di essere violento, giustificandosi dietro all'interpretazione fanatica di qualche profeta maledetto, che annebbia la vista. Nessuna religione professa di uccidere i propri fratelli, invero i musulmani reagiscono ed esclamano: "Non siamo tutti terroristi!". 
Parigi, il 9 Gennaio si raccoglie, sceglie di ricordare il suo lutto e di marciare, uniti nel dolore comune: a guidare la fiaccolata è il Presidente francese François Hollande, accanto il Presidente della Germania, Angela Merkel e il Presidente italiano Matteo Renzi. Tutto il mondo è stato colpito. In quella folla piangono musulmani, ebrei, cristiani, pronti a difendere la propria integrità.

Ho deciso di scrivere Je suis Charlie non perché condivido la sua satira, ma perché in questo momento storico per me è come se il suo nome assumesse il significato "liberi di vivere", dato che ai giornalisti è stata strappata la libertà di vivere e non solo quella d'espressione. Il coraggio della redazione Hebdo di uscire in stampa dopo l'attentato, la vignetta che ritrae Maometto con la lacrima “Tout est pardonné” merita di essere pubblicata, non solo per solidarietà ma, soprattutto, per diritto d'informazione.

Nonostante il fenomeno Charlie si estenda alla velocità della luce sui social network, dilagano anche l'omissione d'informazione e l'omertà di alcune delle maggiori testate: come il New York Times, che ha deciso di censurare la copertina, ritenuta offensiva per i musulmani, o il giornale turco Cumhuriyet, che ha scelto di mandare in stampa solo una parte dell’editoriale; a Londra, invece, le grandi catene Comag hanno scelto di non distribuire il giornale per paura di subire ripercussioni, difatti le copie sono state messe in vendita solo nelle edicole che si occupano di politica estera, veramente un numero irrisorio. Non si può ledere il diritto all’informazione o pensare ai propri magri interessi utilitaristici. Questo pericolo riguarda tutti, siamo tutti nel mirino, con quell'agire di alcune redazioni è stata lesa una delle libertà fondamentali.

L’Isis non si è fermato dopo Parigi: continua ad attaccare, sale ogni giorno il numero delle vittime nello Yemen, in Nigeria, Siria, Pakistan.
Integralisti in Nigeria insegnano “Boko Haram”, l'educazione all’Occidente è peccato mentre i jihadisti continuano a trasmettere in diretta decapitazioni ed esecuzioni di massa.

Questa “Guerra Santa” colpisce tutti e non fa sconti a nessuno. È diventata una lotta senza confini geografici, basata su un'ideologia malata che trova terreno fertile non solo in stati abbandonati e poveri, ma si insinua anche in occidente, coinvolgendo nuove reclute, plasmando persone nate e cresciute in Europa. Ma l’errore che bisogna evitare forse è proprio quello di farsi offuscare dall’odio e cadere nella rete della violenza che sempre più cerca di farsi strada.




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