giovedì 29 gennaio 2015

Non facciamoci accecare dal terrorismo

di Giordano e William Colli

L’attentato di Parigi è stato terribile per la notevole perdita di vite umane, per le sue brutali modalità e per il suo esplicito intento di colpire una delle libertà fondamentali delle democrazie europee: il diritto di esprimere le proprie opinioni liberamente e compiutamente, con i soli limiti dettati dalla legge. E’ un diritto di libertà che va assicurato a tutti senza distinzioni, che non può essere inibito da motivazioni legate all’opportunità politica o al potenziale provocatorio dell’espressione. Naturalmente – giova ripeterlo – nessun diritto può essere esercitato senza limiti: la nostra libertà di espressione confina con il divieto di diffamare o calunniare altre persone. In ogni caso non c’è mai nulla che possa giustificare l’uso della violenza o del farsi giustizia da sé. Una reazione violenta, anche ben minore della drammatica mattanza vista a Parigi, va sempre condannata e combattuta: su questo punto, non ha importanza chiedersi se quelle vignette apparse su “Charlie Hebdo” fossero brillanti o semplicemente stupide, se fossero inopportune o provocatorie, chiedersi se era meglio evitarle. Non aiuta a risolvere nulla, a meno che si ritenga che su certi temi sia meglio stare zitti, che è esattamente uno degli obiettivi che si pone il fanatismo religioso.

Non è semplice capire come rispondere efficacemente all’offensiva terroristica internazionale in atto. Purtroppo è facile –ed è umano– farsi accecare e confondere dal terrorismo: più gli attentati sono terribili, più la risposta tende ad essere irosa ed emotiva. C’è una reazione istintiva di una parte della popolazione, alimentata da alcune forze politiche, che tende a semplificare drammaticamente problemi e risposte e chiede di respingere l’islam, tuto l’islam, come un nemico da allontanare, chiede di ripristinare muri e frontiere all’interno dell’Europa, chiede di abbattere moschee. Queste risposte non sono solo contrarie ai valori e alle conquiste che l’Europa cerca di difendere: sono anche assolutamente inefficaci nella lotta ai terroristi e nella difesa della nostra sicurezza. I temi del controllo dell’immigrazione e del terrorismo internazionale sono fra loro legati, ma è chiaro che non sono la stessa cosa, e vanno affrontati con strumenti diversi: è sbagliato sovrapporli e confonderli. L’immigrazione va governata con regole certe e ferme, che devono essere seriamente concertate quanto meno a livello europeo, le reti di illegalità che la sfruttano e la nutrono vanno represse duramente, le politiche di integrazione devono essere razionali e sostenibili. E’ però evidente a tutti, anche alla Lega di Salvini e al Front National della Le Pen, che ogni area del pianeta sarà sempre più multirazziale e multireligiosa. In un mondo iper-globalizzato e iper-connesso, è difficile pensare che ognuno resti a casa propria. E’ difficile – e a nostro avviso ingiusto – pensare che masse di persone non possano fuggire da Paesi devastati da conflitti e guerriglie, da Paesi in cui si viene giustiziati per aver visto una partita di calcio, da Paesi in cui milioni di persone muoiono di fame. Se non teniamo conto di tutto questo, allora andiamo fuori strada. Possiamo avere le idee più diverse e disparate su questi temi, sul presidio delle frontiere, sul respingimento dei barconi nel Mediterraneo: ma possiamo essere certi che non argineremo così il terrore e il fanatismo violento.

Nessuno ha la verità in tasca di fronte a sfide così difficili, ma noi crediamo che un’efficace lotta al terrorismo si debba concentrare su due azioni fondamentali. Dobbiamo mettere in campo un’attività investigativa e repressiva coordinata dall’Unione Europea, fortemente organizzata e tecnologicamente attrezzata, dove il ruolo chiave, con le necessarie risorse a disposizione e norme adeguate alle esigenze, viene svolto dai servizi informativi specializzati dei diversi Paesi con la conseguente capacità di individuare per tempo i terroristi, di fermarli e di condannarli. La qualità e la natura del terrorismo di oggi lo richiedono assolutamente: siamo di fronte a reti criminali globalizzate, molto ben finanziate, che sanno utilizzare efficacemente le tecnologie comunicative per strutturarsi, per raccogliere adepti, per coordinarsi. E’ un tipo di terrore che corre più per canali telematici che attraverso le frontiere nazionali. Un fondamentalismo criminale di stampo religioso che combatte una guerra all’occidente e alla sua cultura: nei confronti di questa organizzazione caratterizzata da un fanatismo assoluto e radicale c’entra molto poco il merito delle cose. Se l’obiettivo dichiarato è quello di soverchiare ed annullare la cultura occidentale, laica, cristiana o ebrea, quel fanatismo troverà sempre un pretesto per mettere in atto attentati e spargere paura: oggi sono le vignette satiriche, domani un articolo o un romanzo, dopodomani qualsiasi altro libero comportamento considerato inaccettabile per la loro dottrina. A questa ramificata organizzazione internazionale occorrerà rispondere con reparti preparati a contrastare preventivamente e a gestire in emergenza quei pericoli, e con servizi di intelligence capaci di fermare per tempo possibili attentati. Non servirà chiudere o abbattere moschee, ma piuttosto sarà importante rendere permeabili quei luoghi alla comunità che li circonda, permeabili all’ascolto, al dialogo, e allo scambio di informazioni fra rappresentanti religiosi e istituzioni locali. La collaborazione con l’Islam moderato e pacifico (che, ricordiamocelo, è la stragrande maggioranza) sia nelle nostre città che nelle relazioni sovranazionali, sarà un fattore decisivo nella capacità di sventare atti terroristici. E sarà necessario rinunciare non all’esercizio di diritti fondamentali, ma a qualche pezzo della nostra privacy che è possibile sacrificare senza grandi ripercussioni sul nostro modo di vivere: ad esempio un maggiore controllo sul traffico aereo e sui nominativi delle persone che si spostano su questi mezzi è importante, ed è richiesto da tempo dagli organi investigativi: è un sacrificio che ci possiamo permettere.

A questa necessaria azione preventiva/repressiva, si deve però finalmente affiancare una politica internazionale dei Paesi occidentali diversa da quella conosciuta fino a ieri. Questa azione è altrettanto importante in termini di efficacia contro il terrore, e non può essere un semplice contorno di vaghe parole disattese. Se è vero che ci sono organizzazioni fondamentaliste che continueranno ad attaccare a prescindere l’occidente e la sua cultura, indipendentemente dalla politica estera europea e statunitense, è altrettanto vero che interventi e azioni dissennate dei Paesi occidentali alimenteranno l’adesione a quel fanatismo, gli consentiranno di crescere, di prendere forza, fornendo alibi e pretesti agli strateghi dell’odio e della guerra fra civiltà. E’ la battaglia più lunga e complessa: si può vincere politicamente il terrorismo se si riesce ad isolarlo, a circoscriverlo, a togliergli da sotto i piedi qualsiasi motivazione possibile, rimuovendo le cause della sua capacità attrattiva su alcune categorie di persone. Noi abbiamo il dovere di isolarlo e prosciugarlo costruendo relazioni pacifiche fra i popoli, attuando politiche internazionali di tolleranza, di pluralismo, di dialogo, senza abboccare all’amo avvelenato della guerra di religione e senza essere trascinati nelle paludi fetide del razzismo. Se non faremo questo i rapporti fra i popoli sono destinati a degradarsi fino ad esplodere in tensioni non più controllabili, con conseguenze drammaticamente imprevedibili. Cadendo nella trappola in cui da sempre tenta di farci precipitare il terrorismo di ogni forma, tipo e colore: il primato dell’odio e della paura, a scapito della civile e pacifica convivenza.

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