domenica 1 febbraio 2015

Dopo trent'anni il maxi processo di Palermo fa ancora riflettere

di Alessia Nardone

Il 10 febbraio 1986 ha inizio un processo contro la mafia che resterà pietra miliare nella memoria e nell’anima di tutti gli italiani. Sono passati trent’anni dal Maxi-processo di Palermo, ma ancora siamo pervasi da un brivido lungo la schiena quando pensiamo a quegli anni e ai suoi più coraggiosi protagonisti tra i quali i giudici Falcone e Borsellino. Fu un processo di proporzioni enormi, il più grande mai celebrato al mondo: 22 mesi di dibattimento, 349 udienze, 474 imputati, 8000 pagine di verbale, 1314 interrogatori, 635 arringhe difensive, 900 testimoni, 200 avvocati penalisti, 600 giornalisti arrivati da tutto il mondo.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Oltre alle pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione e ai 19 ergastoli sentenziati dalla Corte di Cassazione, il processo fu importante perché mise in luce l’organizzazione e i regolamenti con cui agiva Cosa Nostra. Infatti molto importante fu il ruolo dei pentiti, ossia di persone affiliate ai clan mafiosi che decidono di collaborare con la giustizia svelando quanto sanno sugli accaduti. In particolare Tommaso Buscetta rivelò, riguardo a Cosa Nostra, informazioni dettagliate sulla sua organizzazione rigidamente piramidale, con alla base le “famiglie”. Più “famiglie” formavano un “mandamento”; i capi-mandamento della provincia di Palermo formavano la “Commissione” la quale aveva il compito di esprimersi in merito agli omicidi di maggior rilievo. A intercettare la fiducia di Buscetta fu proprio il Giudice Istruttore Giovanni Falcone, l’unico con il quale il pentito parlava. Ci vollero due mesi prima che Buscetta esaurisse le cose che aveva da raccontare. A quei tempi si sapeva poco o nulla dell'organizzazione e delle regole di Cosa Nostra, per cui tali rivelazioni avevano un valore incalcolabile e consentivano per la prima volta agli inquirenti di penetrare in quel mondo ancora ignoto.

Tra gli imputati presenti vi erano Luciano Leggio, Pippo Calò, Michele Greco, Leoluca Bagarella, Salvatore Montalto e moltissimi altri; tra i contumaci figuravano Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Le accuse ascritte agli imputati includevano, tra gli altri, 120 omicidi, traffico di droga, rapine, estorsione, e, ovviamente, il delitto di "associazione mafiosa" in vigore da pochi anni.

Per comprendere a fondo l’importanza di questo processo è bene ricordare che in quegli anni a Palermo imperversava la seconda guerra di mafia; in poco più di due anni furono commessi circa 600 omicidi, alcuni dei quali a danno di numerosi uomini delle istituzioni come il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale siciliano del PCI Pio La Torre e molti altri ancora.

L’unico modo per far fronte ad una simile situazione, fu quello di costruire un pool antimafia ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso. Per eseguire questo arduo compito furono scelti Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Questi avrebbero svolto tutte le indagini su Cosa Nostra, coadiuvati dal sostituto procuratore Giuseppe Ayala e tre colleghi, il cui compito era inoltre quello di portare a processo come pubblici ministeri i risultati delle indagini del pool e ottenere le condanne.

Il 10 febbraio 1986, in un'aula bunker colmata di circa 300 imputati, 200 avvocati difensori e 600 giornalisti da tutto il mondo, si aprì il processo. Cosa Nostra fu sconfitta nonostante avesse sfoderato tutte le sue “armi” per impedire lo svolgimento del maxiprocesso. Molti uomini lavorarono a questo risultato giorno e notte, con coraggio, lealtà e amore. Questi uomini hanno fatto la storia, a scapito della loro stessa vita.

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