venerdì 20 marzo 2015

Open Data: verso la semplificazione amministrativa

Superare le barriere tecnologiche per lo sviluppo del territorio

di Maria Serena Scafuri

Sono 14.012 gli open data (dati aperti) pubblicati online sui siti istituzionali degli enti pubblici nazionali e locali italiani. E' quanto emerge dall'ultimo report di dati.gov.it, portale passato da poco sotto la diretta gestione dell'AgID, Agenzia per l’Italia Digitale. Secondo l'ultimo monitoraggio sono 54mila i dataset gestiti da 9.400 Pubbliche Amministrazioni. Circa 33.200 provenienti dagli enti locali, compresi consorzi e associazioni; 15.500 quelli curati dalle scuole di ogni ordine e grado.

Da una rapida analisi risulta evidente che, su una mole cosi ampia di dati, solo una minima parte è stata resa aperta e fruibile. Su un totale di 14.012 open data pubblicati su internet, 6.665 vengono da Comuni e Province, 4.804 da Regioni e Province autonome, 2.100 da enti nazionali come Istat e Inps, 114 da università e i restanti da altri soggetti pubblici. Stiamo parlando di anagrafi, inventari, informazioni su personale e stipendi, conti economici, statistiche interne ed elenchi di ogni genere.
Dal 2012 ad oggi risultano molti i dataset liberati dalle Pubbliche Amministrazioni. Ma sono 270 i differenti applicativi informatici e schemi di salvataggio implementati che vanno, dal modello relazionale Sql ai software come Access e Oracle, dai primitivi elenchi in .pdf e .txt, fino ai supporti cartacei. Non tutti i dati hanno poi lo stesso indice di riusabilità, concetto con cui si intende il livello di utilizzabilità da parte dell’utente in base alla scala di Tim Berners-Lee, costruita per tipologia di file rilasciato.

Tra gli obiettivi di governo è prevista la realizzazione di un'anagrafe unica, così come dimostrato dall'ampio capitolo destinato agli open data nel Piano per la crescita digitale. Principale scopo risulta essere quello di far dialogare le diverse amministrazioni attraverso piattaforme uniche per condividere le informazioni e ridurre gli sprechi e i malfunzionamenti. Gli open data rappresentano infatti una grande opportunità per informare i cittadini e tutelare la trasparenza amministrativa, nonché promuovere la nuova imprenditoria con lo sviluppo di app e servizi digitali. Ma il caos regna sovrano e l'Italia è ancora lontana dalla semplificazione amministrativa.

Lo scenario italiano relativo a questo tema procede con infinita lentezza e anzi mostra una grave battuta di arresto. E' quanto emerge dall'ultima classifica mondiale Global Open Data Index 2014, pubblicata dalla Open Knowledge Foundation, secondo la quale il nostro paese si ritrova in venticinquesima posizione, perdendo ben cinque posizioni rispetto all'anno precedente.

Inoltre, anche nell'Open Data Barometer, importante ricerca che valuta lo stato dell'arte degli open data nel mondo, l'Italia si posiziona tra le nazioni emergenti, e cioè in via di sviluppo. Una grande perdita considerando che, secondo le stime dell'Unione Europea, il potenziale del nostro patrimonio pubblico si attesta intorno a circa 5 miliardi di euro con una ricaduta sui territori per oltre 60 miliardi.
Si delinea quindi la necessità di invertire al più presto questa tendenza. Solo cambiando totalmente l'approccio agli open data, applicando cioè modelli basati sull'engagement dell'utenza, sarà possibile sfruttarne le potenzialità. L'autoreferenzialità dei progetti italiani, seppur molto interessanti e innovativi, ha rallentato l'impatto sui territori non garantendo sviluppo. Tali progetti, nella maggior parte dei casi, non sono stati strutturati su gli effettivi bisogni dell'utenza esterna, ma semplicemente per portare a termine adempimenti ed esigenze interne alle amministrazioni. Quindi risulta chiaro che la gestione degli open data, per poter funzionare, deve corrispondere ad una riorganizzazione basata su un cambiamento culturale concreto, al fine anche di arginare iniziative che possono rivelarsi utili per gli addetti ai lavori, ma che escludono gli utenti finali, e cioè i cittadini.

Il segreto sta proprio nel mettere al centro il cittadino. Ideare strategie e implementare progetti che rispecchino le reali esigenze del target di riferimento. Metodi che rispondano concretamente ai problemi e i bisogni delle comunità, non più un accessorio aggiuntivo rispetto alle scelte tecnologiche, ma il punto di partenza di ogni direzione e scelta, anche tecnologica. Una tecnologia amica che, semplificando la lettura, l'interpretazione e la circolazione dei dati, produca confronti sempre più orizzontali e identifichi l'ascolto e la partecipazione civica come elementi essenziali per la creazione di valore aggiunto, e quindi, di sviluppo.

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