venerdì 31 luglio 2015

Sulla base di che presupposto le scuole paritarie dovrebbero pagare l’ICI/IMU?.

di David Lebro

La vicenda dell’ICI-IMU sulle scuole paritarie ha generato non poche polemiche. Anche se parlare solo di polemiche o di interpretazioni ideologiche sembra quasi riduttivo. A scatenare l’attenzione pubblica, la recente sentenza della Corte di Cassazione che, accogliendo il ricorso del Comune di Livorno, ha disposto il pagamento dell’Ici non versato dal 2004 al 2009 alle scuole paritarie. Sostanzialmente, la sentenza crea il presupposto giuridico per cui gli Enti locali, per esigenze di bilancio, potranno richiedere alle stesse il pagamento di quella che oggi chiamiamo Imu. Il rischio che si intravede è quello della chiusura di tanti istituti che, considerati i bilanci già in rosso, non riuscirebbero più a coprire le spese necessarie per la gestione.

Anche se la Cassazione ha subito chiarito che la sentenza non obbliga a pagare, poiché non si tratta di una sentenza definitiva, ma di annullamento con rinvio al giudice competente e l’onere di provare il carattere non commerciale dell’attività spetta agli istituti, indubbiamente, apre una riflessione su una giudizio che sottovaluta o ignora alcuni concetti fondamentali. Proviamo ad elencarne alcuni. Innanzitutto, il diritto costituzionale all’istruzione, che deve essere garantito a ogni cittadino, e il diritto alla libertà di scelta delle famiglie per quanto riguarda l’insegnamento. Ma anche il fatto che le scuole paritarie non solo non sottraggono risorse alla scuola pubblica, ma garantiscono un notevole risparmio per casse dello Stato. Bisogna tener presente, infatti, che il costo medio di un iscritto ad una scuola paritaria per lo Stato è nettamente inferiore rispetto ad un iscritto ad una pubblica. E, come ha sottolineato anche Monsignor Galatino, Segretario generale della CEI, a fronte dei 520 milioni che ricevono le paritarie, che ad oggi accolgono circa un milione e 300 mila allievi, lo stesso Stato risparmia oltre 6 miliardi e mezzo di euro. Va da sé che sarebbe davvero un paradosso, nonché una follia, costringere alla chiusura questi istituti che, a maggior ragione in tempi di crisi, risultano fondamentali. Altra riflessione, necessaria da fare, riguarda le finalità e il contesto in cui sorgono le scuole paritarie. Forse si ignora che la maggior parte di esse sopperiscono alla mancanza di una struttura pubblica. Basti solo pensare al fatto che la percentuale più alta delle scuole paritarie è rappresentata dalle scuole dell’infanzia, un settore dove lo Stato, dall’Unità ad oggi, è sempre stato inadempiente.

Il nodo che si è creato, ricorda il sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi, riguarda il concetto ente commerciale, perché se una scuola che chiede una retta, tra l’altro irrisoria, viene definita a prescindere attività commerciale, senza considerare l’utilità pubblica delle attività che presta in settori di attività considerati di interesse generale e senza scopo di lucro, allora si apre un enorme vaso di pandora. Insomma il punto è che il tema è così complesso da non poterlo ridurre a delle categorie assolute.

Il Governo, dopo le polemiche dei giorni scorsi, si è mostrato sensibile al tema ed ha subito promesso un tavolo tecnico di confronto per proporre adeguate soluzioni normative volte a fare chiarezza sulla materia. In realtà, se c’è la volontà politica, come ha ben sottolineato anche l’ex Ministro all’Istruzione, Beppe Fioroni, il problema potrebbe essere facilmente risolto, perché “quello che serve è una norma di una riga che dica che gli enti gestori di scuole senza reddito e senza profitto non possono essere considerati attività commerciali”. Ma ciò potrà realmente accadere solo se si comprenderà fino in fondo che le paritarie rappresentano un valore aggiunto per il sistema scolastico italiano e la loro chiusura, contrariamente a quanto si crede, non solo lederebbe il diritto all’istruzione e alla libertà di scelta del singolo, ma arrecherebbe notevoli danni all’ economia del nostro Paese.

giovedì 30 luglio 2015

NAPOLI: Collezione Bonelli, presto immobile per creare museo della città

di David Lebro

Torna in Consiglio comunale l’interminabile battaglia, portata avanti dal gruppo consiliare Campania Domani, per la creazione di un museo della città di Napoli che possa accogliere l’importante collezione Bonelli.

E’ bene ricordare che la raccolta Bonelli, frutto di una ricerca quasi trentennale, nasce allo scopo di far conoscere aspetti inediti riconducibili alla storia e alla cultura partenopea. Si tratta di un corpus fondamentale di oltre 10.000 pezzi che raccoglie curiosità, cimeli, documenti e oggetti rari, coprendo un arco temporale che va dal ‘500 alla prima metà del secolo scorso. La collezione abbraccia diversi settori quali teatro, cinema, urbanistica, architettura, fotografia, trasporti, politica, economia, emigrazione, enogastronomia, commercio e vanta opere uniche come la terracotta inedita policroma di Vincenzo Gemito. La raccolta rappresenta, dunque, il più grande archivio privato sulla città di Napoli, che l'artefice di queste ricerche ed acquisizioni, il giornalista e cultore di Storia Patria Gaetano Bonelli, non ha mai considerato suo, ma appartenente alla storia e alla cultura della nostra città. Sono anni, ormai, che Bonelli ha manifestato la volontà di mettere a disposizione questo prestigioso tesoro, chiedendo al Sindaco de Magistris la possibilità di allocarlo in un edificio di proprietà comunale per renderlo fruibile a cittadini e visitatori.
Gaetano Bonelli con il Sindaco Luigi de Magistris
Nel corso dell’ultimo Question Time presentato e discusso sul caso in Consiglio, nonostante la lentezza con cui si sta procedendo e la risposte alquanto vaghe date in Aula consiliare dall’Assessore alla Cultura Nino Daniele, che pure ha riconosciuto l’unicità della collezione, si è appresa la volontà del sindaco de Magistris di voler portare avanti il progetto. Il sindaco, infatti, ha assicurato che nei prossimi giorni sarà indetta una riunione congiunta con gli Assessori al Patrimonio e alla Cultura per l’individuazione, in tempi rapidi, di un bene immobile dove allocare le importanti testimonianze documentaristiche. L’auspicio, naturalmente, è che alle parole seguano subito i fatti, perché non è possibile che, dopo anni di battaglie per assicurare una degna collocazione ad una collezione, la cui importanza è stata anche recentemente riconosciuta, tra gli altri, dalla Soprintendenza Archivistica per la Campania, si temporeggi ancora e si continui a sottrarre alla fruizione cittadina la visione di preziose testimonianze riconducibili alla Napoli nobilissima.

mercoledì 22 luglio 2015

Ospedale del Mare: che cosa cambia?

di Antonio Cimminiello

Era il 1997 quando si decise di realizzare un nuovo ospedale a Napoli, “l’Ospedale del mare”, sulla base di un progetto addirittura elaborato da Renzo Piano: un presidio ospedaliero che avrebbe fatto fronte ai bisogni di più di 700.000 utenti. Ma in virtù della solita consuetudine di affogare nei meandri della burocrazia la costruzione di un’opera pubblica, i lavori iniziano “solo” 9 anni dopo. Nel 2009 arriva la nuova qualificazione, ad opera della Regione, della costruenda struttura come Azienda di rilievo nazionale, e sorge la necessità di nuove risorse per completare l’opera, arrivando ad una somma complessiva superiore ai 300 milioni di euro. 

Dopo 5 anni, a fronte di nuove dichiarazioni secondo cui i lavori sarebbero terminati nel 2016, qualche mese fa arriva un annuncio inaspettato: l’Ospedale del Mare può essere inaugurato. In quale scenario si colloca questo avvenimento? E’ opportuno distinguere la teoria dalla pratica.

In teoria, la Regione Campania, sotto la gestione Caldoro, ha debellato la situazione debitoria che l’aggravava in materia sanitaria. Sul piano pratico, è stato necessario un rigorosissimo piano di spending review, portando la Regione all’ultimo posto nella classifica dei livelli essenziali di assistenza: in altre parole rimane il rischio di dormire in una barella in un corridoio d’ospedale, o attendere tempi biblici per una visita specialistica.
Sul piano teorico l’Ospedale del Mare ha iniziato ufficialmente la propria attività, ma sul piano pratico, per ora a funzionare sono soltanto i poliambulatori. Sul piano teorico, l’Azienda si trova in una posizione strategica tale da poter permettere la dismissione di altri ospedali cittadini obsoleti. Sul piano pratico, fin dal 1997 non si è mai pensato però alla sua vicinanza- ed oggi inclusione- alla “zona rossa” del Vesuvio, la cui eruzione sarà pure remota, ma sempre un rischio è.

Qualche dubbio permane circa l’esatta entità del contributo che l’Ospedale del Mare potrà dare ora alla salute dei cittadini. La prossima mission del nuovo governo De Luca sarà assicurare in tempi brevi la funzionalità di tutti gli altri reparti. Rimane l’unico, solito timore che si finisca con l’avere di fronte alla fine una nuova opera incompiuta e che riaffiori anche qui il cancro dell’inefficienza e del clientelismo.
Dopo 5 anni di buchi alla cinghia, “snobbare” l’effettività del diritto alla salute, un diritto sancito dalla Costituzione italiana, non sarebbe più tollerabile.

FemmeNA, il programma dell’estate 2015 a Napoli.

Il Comune punta sull’identità partenopea omaggiando l’arte e la creatività femminile.

di Alessia Nardone

Il sette luglio il Sindaco Luigi de Magistris e l’Assessore alla Cultura e al Turismo Nino Daniele hanno presentato, presso la sala Giunta del Comune di Napoli, il programma degli eventi previsti per i mesi estivi. 
Un programma molto attento che ben rispecchia tutte le sensibilità culturali della nostra città ma che soprattutto rende omaggio all’arte e alla creatività femminile.
"FemmeNa - alle origini della creatività" questo il titolo dell’edizione 2015 che, come accennato, sarà intrisa di lavori creati e interpretati da donne o ispirati alla vita di “femmene” comuni o famose.
Di indiscutibile pregio storico-artistico sono anche le location che ospiteranno le 70 giornate di eventi previsti, infatti, spettacoli teatrali, concerti, commedie e mostre saranno allestiti nel cortile del Maschio Angioino, nel Convento di San Domenico Maggiore, al PAN- Palazzo delle Arti di Napoli e infine alla Casina Pompeiana in Villa Comunale.
In particolare, nel cortile del Maschio Angioino potremo ascoltare ogni genere musicale dal rock al jazz, dalla musica etnica e popolare alla lirica, il raggae, il tango, la musica d'autore, quella classica e quella napoletana. Ma non è finita qui perché, sempre all’interno del Castello, simbolo per eccellenza della nostra città, potremo assistere agli spettacoli messi a punto da alcune associazioni culturali che in zone come Forcella e la Sanità lavorano incessantemente per appianare le piaghe sociali che feriscono quei quartieri e lo fanno attraverso il sublime strumento dell’arte.
Il Convento di San Domenico Maggiore sarà invece palcoscenico di numerosi spettacoli teatrali. Anche in questo caso il programma risulta essere estremamente variegato, a cominciare dai 10 giorni di omaggio a Shakespeare al teatro classico e contemporaneo, fino al teatro napoletano e ai percorsi nella storia del teatro. Ricordiamo inoltre che, sempre all’interno del convento, sarà allestita una mostra agroalimentare napoletana dal titolo “MAGNA”, promossa e realizzata dall'Associazione Guviden in collaborazione con l'assessorato alla Cultura.
Il Pan | Palazzo delle Arti Napoli oltre ad un ricco programma espositivo che prevede la mostra "Monicelli e Rap - 100 anni di Cinema" di Chiara Rapaccini fino al 29 agosto, "Soul and Matrix" di Valeria Viscione fino al 30 luglio, la mostra del giovane Matteo Peretti"L'ironia del Sapere (Volume Due)" fino al 31 luglio, la rassegna "N.E.A.POLIS" a cura di Daniela Wollmann e Gianni Nappa fino al 30 agosto, "Dalla vita in giù" di Francesco Lo Sapio fino al 24 agosto, la mostra fotografica "Sorsi di Vita" fino al 30 agosto, "Vestitele d'autore" di Carla Colarusso fino al 5 agosto ed altre che saranno inaugurate successivamente, sarà palcoscenico di numerosi recital musicali e rassegne teatrali.
Infine la Casina Pompeiana è stata scelta quale luogo prediletto per la canzone napoletana. Qui infatti numerosi cittadini e turisti potranno fare un tuffo nella più antica tradizione musicale, famosa e stimata in tutto il mondo.
Altri luoghi della città saranno protagonisti di eventi, uno tra tutti è la Notte Bianca delle Librerie che interesserà tutte le librerie della città per tutti quelli che non vogliono rinunciare a portare un libro sotto l’ombrellone.
Infine, una cosa della quale non possiamo che andare notevolmente fieri è la prima edizione del Premio di giornalismo al femminile Pimentel Fonseca che si terrà il 20 agosto, cui seguirà il primo Festival di giornalismo europeo Imbavagliati.
Insomma, per questa estate 2015 la nostra Partenope ha indossato gli abiti più affascinanti che la storia e la cultura napoletana le ha regalato ed è pronta a fare innamorare di sé chiunque decida di dedicarle anche solo un’ora del suo tempo.


Abilitazione alla professione forense: perché quasi il 70% dei napoletani non ce l’ha fatta?

di Marcello de Angelis

Puntuale e violento come un temporale estivo è arrivato anche quest’anno l’esito della prova scritta dell’esame di avvocato 2014. Dopo un lunghissimo tempo di correzione, la scure dei commissari della Corte di Appello di Roma si è abbattuta su circa 3250 candidati napoletani. In pratica il 65% di un totale di quasi 5000 praticanti avvocati è stato bocciato lasciando ad un misero 35% la possibilità di sostenere la successiva prova orale, per poi ottenere il sospirato titolo di avvocato. Ciò è semplicemente inammissibile per una città definita da sempre come la culla del diritto.

Napoli e la sua avvocatura hanno una storia antica ed inscindibile, fatta di istinti geniali, menti illuminate ed eccellenti maestri dell’eloquentia. Ed ora? Di colpo tutti incapaci? Tutti incompetenti? Tutti ignoranti? No, la grandezza dell’avvocatura napoletana non è in discussione. Lo è invece il cosiddetto esame di stato cui devono sottoporsi migliaia di giovani per poter accedere alla professione effettiva e fregiarsi della prestigiosa qualifica.

Dicembre, Mostra D’Oltremare: migliaia di ragazzi appesantiti da giacconi, ombrelli e codici, ma alleggeriti da un bagaglio di sogni e speranze, si accodano dalle prime luci dell’alba per varcare i fatidici cancelli. È l’esercito dei praticanti avvocati, i laureati in giurisprudenza che, effettuati i 18 mesi di tirocinio, devono affrontare una complessa prova consistente nella produzione di uno scritto di diritto civile, di diritto penale ed un atto giudiziario, il tutto distribuito nell’arco di tre giorni. Un vero e proprio tour de force alla fine del quale gli scritti saranno inviati alle varie Corti di Appello sorteggiate per poi essere corretti, così come deciso nel 2003 dalla riforma Castelli. Tale legge introdusse l’estrazione a caso della sede di correzione dei compiti per impedire “l’emigrazione” di candidati presso quelle che storicamente presentavano annualmente la più alta percentuale di promossi. Ma, paradossalmente, è proprio questa fase che rappresenta l’anello debole dell’attuale sistema: gli elaborati, infatti, esaurita la distribuzione, verranno letteralmente inghiottiti da un infernale labirinto di commissioni e sottocommissioni in cui si dividono i soggetti preposti alle correzioni.
Un dedalo di commissari (tra eccellenze…e non dell’avvocatura) che assicura solo confusione ed una evidente difformità di giudizi. Infatti, se Napoli ha mostrato impegno e attenzione nel leggere e correggere le composizioni milanesi (e l’oltre 50% di promossi alla fase orale lo testimonia), non si può dire lo stesso della Corte di Appello romana, quella che per sorte ci è toccata quest’anno. Tagliare drasticamente quasi il 70% di candidati napoletani evidenzia come tali compiti siano stati corretti da diversi commissari che hanno adottato diversi criteri di giudizio.

Ciò porta all’inevitabile conclusione che uno studio serrato e meticoloso non basta. Per superare lo scritto dell’esame di avvocato, a quanto pare, è fondamentale una ottima dose di fortuna. Una dose tale che porti gli elaborati nelle mani di commissari capaci e scrupolosi.

Già, la fortuna, che essendo notoriamente distribuita da una dea bendata, molte, troppe volte, finisce per baciare giovani incapaci che magari hanno copiato integralmente il proprio compito da un compagno geniale e vengono anche premiati con la “Toga d’onore” (premio ambitissimo per chi riesce a superare l’esame a pieni voti) col risvolto grottesco che il compito del geniale compagno suddetto venga corretto da un diverso membro di una diversa sottocommissione che, per un qualsivoglia motivo, non si accorge della bontà dello scritto, bocciandolo. Ebbene, non è possibile affrontare un esame di tale importanza basandosi quasi esclusivamente sulla “fortuna”, parola che stride in modo insopportabile con quelle di “studio” e “preparazione”, le uniche vere determinanti in queste situazioni.
A questo punto è chiaro che urge destrutturare e ridisegnare l’esame di abilitazione alla professione forense in un modo completamente nuovo, che possa portare in primo piano lo studio, la professionalità e il merito. Un’ipotesi in tal senso potrebbe essere quella di limitare la prova (dopo il tirocinio di pratica) ad un esame orale sulle principali materie giuridiche, per poi aprire la professione a tutti coloro che superano questa fase. Sarà la bravura, il valore e la capacità personale di ogni giovane avvocato, sviluppata direttamente “sul campo” , la vera svolta. Tutti avvocati dopo la laurea? Si, se l’attuale sistema esaminativo permette una aberrazione che ormai si ripete da troppi anni. Perché lasciare al palo giovani capaci ed efficienti e permettere ad incapaci e copioni dell’ultim’ora di andare avanti è una aberrazione. Davanti al rischio di avere troppi avvocati incapaci, è meglio “tutti avvocati”. Non più la fortuna, ma la preparazione e l’impegno produrranno una vera e propria selezione naturale. Si rischia di rimpolpare un settore già estremamente inflazionato? Forse, ma almeno chi è realmente capace avrà la possibilità di mettersi in luce.

Il non senso e l'irrazionalità nella prima guerra mondiale

di Germana Guidotti

Gli intellettuali dei primi anni del ‘900 erano pervasi da una profonda inquietudine sociale e politica. Il loro desiderio era quello di recuperare un ruolo attivo, da protagonisti, in seno alla società. Tale aspirazione si manifestò nella straordinaria fioritura di riviste -legate alle nuove tendenze della cultura militante dell’epoca- abilmente utilizzate da giovani intellettuali per obiettivi imperialistici e sostanzialmente antidemocratici. Pertanto, si può affermare con certezza che il decennio che precedette il Primo Conflitto Mondiale si caratterizzò per la plurivocità editoriale e la vivacità espressiva. 
Nel 2015, anno in cui si celebra il centenario dell'intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale, è bene evidenziare che le motivazioni, a favore della mobilitazione, che nel 1915 portarono la nostra Nazione a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria furono realmente le più disparate. E lo testimoniano le differenti posizioni assunte dai periodici di quel tempo. Se la rivista fiorentina ‘Il Regno’, infatti, rintracciò in ragioni economiche (l'espansionismo determinerà la prosperità) e di prestigio (l'Italia dovrà raggiungere una posizione di forza fra gli Stati europei) le motivazioni che portarono alla mobilitazione, ‘La Voce’ ne sottolineò, invece, le ragioni morali (la guerra determinerà uno sviluppo delle virtù umane).

Come è noto, ebbe la meglio la propaganda interventista che riuscì a conquistare vasti strati dell’opinione pubblica, sebbene non la maggioranza. Del resto, la simpatia crescente con la quale la borghesia dell’epoca guardava alle posizioni interventiste fu incoraggiata dagli orientamenti di molte di queste testate giornalistiche italiane, che non a caso in quel periodo incrementarono in maniera significativa le vendite.
 
E’ come se tutta la volontà di intervento e di azione della cultura di inizio secolo avesse poi trovato alla fine il suo sbocco “naturale” nella Guerra Mondiale, in cui la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani intravide una sorta di fuoco sacrificale e vivificatore, che avrebbe temprato una nuova umanità.

Quella tragedia insensata, "il festival dell’insensatezza" la definirà Thomas Mann, apparve come una grande scena: il vecchio mondo sarebbe stato definitivamente liquidato e ci si sarebbe proiettati in un futuro libero e aperto. Molti, infatti, per questa ragione sostennero massicciamente l’intervento del nostro Paese nel conflitto, confidando nel ruolo-guida che la cultura avrebbe potuto svolgere. E la guerra era sentita come esperienza senz’altro da affrontare, come doloroso do­vere da compiere e non come facile esaltazione, o, peggio, come cieca ed euforica avventura. Giuseppe Prezzolini, direttore de “La Voce”, invece, esaltò l'interventismo come estremo antidoto per un'Italia remissiva, come mito in grado di smuovere le coscienze e, dunque, di mobilitare le masse, modernizzando il Paese.
Tuttavia, la macchina bellica messa in campo fu gigantesca. La durata del conflitto enorme. Se negli intenti iniziali si doveva connotare come guerra-lampo, fulminea, essa si trasformò, infatti, nella più grossa guerra di trincea mai combattuta fino a quel tempo nella storia dell’umanità. Pertanto, coi fatti, le velleità degli intellettuali vennero smentite ed essi ridotti a marginali collaboratori di un ingranaggio la cui ratio e la cui destinazione andavano di gran lunga più in là rispetto alla loro stessa capacità di comprensione.

A posteriori si può dunque affermare con forza che la Prima Guerra Mondiale ha propriamente messo fine ad un’intera epoca e, soprattutto, ad un’ideologia, una cultura, quella positivista, nonché alla sua cieca ed incondizionata fiducia nel progresso. Come palesemente fu dimostrato, esso non portò nulla di buono, anzi: nella coscienza generale, presso l’opinione pubblica, aveva trascinato alla morte, alla distruzione globale. Aveva portato con sé nella società civile solo sfacelo e terrore, e nulla di quel benessere tanto acclarato dal positivismo.
La Grande Guerra ha rappresentato l’effigie più triste di tutto ciò: nessuna felicità, nessuna prosperità in seno alla vita associata. La “vecchia” filosofia era stata così soppiantata in toto. Perché in quel conflitto era venuto fuori tutto il non-senso, l’irrazionalità della storia. Davvero, come profeticamente disse Francisco Goya, «il sonno della ragione genera mostri».
Francisco Goya - "Il sonno della ragione genera mostri"
 










Comune di Napoli: disponibile a far ripartire il Progetto Sirena

di Antonio Cimminiello

Si può ben commentare l’intenzione del Comune di Napoli, manifestata per il tramite dell’assessore all’Edilizia Carmine Piscopo in occasione del convegno "Cura del patrimonio architettonico. Sicurezza e manutenzione", di far ripartire il “Progetto Sirena”.

Nato nel 2002 grazie allo stesso Assessorato all’Edilizia del Comune di Napoli, il Progetto Sirena aveva rappresentato, in 11 anni circa di vigenza propria e della connessa società SI. RE. NA. (deputata tra l’altro a garantire la comunicazione tra privati ed Enti) un ottimo esempio di efficiente collaborazione pubblico-privata, in grado di garantire il contenimento e la risoluzione di un problema ormai risalente della città partenopea, e che si è mostrato in tutta la sua gravità in recenti episodi: la stabilità e sicurezza degli immobili.
Attraverso incentivi di carattere economico ed origine pubblica, i privati proprietari venivano invogliati ad attuare interventi di manutenzione edilizia di vario tipo, da quelli strutturali fino ai semplici restauri delle facciate, salvaguardando in tal modo quel patrimonio immobiliare così prezioso anche per l’intera città.

Il Progetto Sirena in tal modo ha permesso il recupero di più di 900 edifici. Purtroppo, per la necessità di avviare una spending review in favore delle esauste casse comunali e regionali, nel 2013 il Progetto si concluse, tra contraddizioni (la società SI. RE. NA. venne messa in liquidazione nonostante bilanci in attivo; l’allora Ministro dello Sviluppo Economico Passera attuò un piano analogo a livello nazionale, a riprova della sua bontà) e strascichi notevoli: oltre alle conseguenze dell’incuria purtroppo documentate dalla cronaca- dalla caduta di calcinacci quasi quotidiana fino alla morte di alcune persone- si sono aggiunti anche risvolti sul piano occupazionale, se si pensa ai tanti cantieri aperti negli anni, ed in piena crisi economica, grazie a Sirena, che hanno garantito lavoro a circa 400 piccole e medie imprese

Trattandosi di un progetto che coinvolge più Enti pubblici, l’Assessore Piscopo ha ritenuto necessario attendere l’insediamento dei vertici del nuovo Governo regionale per far ripartire il Progetto Sirena: ora che anche tale ultimo ostacolo sta per essere quasi completamente superato, si spera che non si debba attendere ancora molto per ridare ai napoletani uno strumento di “buona amministrazione della città” realmente efficiente.

Un senatore chiamato Eduardo

di Antonio Lepre

Eduardo De Filippo è il Senatore del popolo. Nel settembre del 1981, l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini nominò Senatore a vita proprio De Filippo, il quale lasciò l’incarico nel luglio del 1983 per problemi di salute.
Sandro Pertini ed Eduardo De Filippo
Eduardo durante la sua nomina a Senatore disse: “Io sarò al Senato quello che sono stato sia nella vita, sia nelle commedie. È per quello che ho scritto che mi lusingo abbiano voluto compensarmi con la nomina a senatore. Quindi lo sapevano e lo sanno che io sono per il popolo”. Per tale ragione entrò nel gruppo Sinistra Indipendente, gruppo parlamentare che comprendeva altri artisti del panorama italiano come Giorgio Strehler, il regista del Piccolo di Milano e Gino Paoli, cantautore genovese.

Nei suoi testi infatti si possono evincere delle tematiche prettamente legate alle esigenze e alle sofferenze che pativa il popolo napoletano: si pensi soprattutto al rapporto Stato-Cittadino in Napoli Milionaria, ricordato dallo stesso Eduardo nell’Interpellanza del 23 Marzo 1982 al Presidente Dc Fanfani e ai vice Ossicini e Ferralasco, il quale dice, ricordando le parole della sua commedia “Nel 1945 finito il fascismo, finita la guerra si doveva iniziare la ricostruzione ( … ) Dice Gennaro Jovine: ‘La guerra non è finita, non è finito niente, adda passà a ‘nuttata’; attraverso questi semplici parole, semplici ma niente affatto sciocche, il reduce voleva significare che c’era ancora da combattere nemici potenti quali il disordine, la borsa nera, la corruzione, la prepotenza, la disonestà ( … ) il popolo era pronto ai sacrifici, ma ecco che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosanti aspirazioni. ( … ) Qual è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa Napoli Milionaria siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto Cittadino-Stato: la necessità di responsabilizzare l’individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società, che poi di individui è fatta”. Sembra qualcosa scritta oggi questa interpellanza del 1982, infatti Eduardo De Filippo auspica un popolo, dei cittadini che possano costruire, quasi utopicamente, la società di cui fanno parte e possano essi stessi creare il proprio fabbisogno e il proprio benessere, senza aiuti estranei. 
Eduardo De Filippo
Eduardo, in qualità di Senatore, seppur per un breve periodo, ha fatto ciò che ha scritto nei suoi testi: ‘stare dalla parte del popolo’. Vanno ricordato, infine, sue attività da senatore ha fatto parte della VII commissione permanente dell’Istruzione pubblica, sino alla sua morte avvenuta il 30 Ottobre 1984.

Vasco Rossi torna a Napoli ed infiamma il San Paolo

di Antonio Ianuale


Vasco Rossi torna a Napoli dopo undici anni, ospite della casa del Calcio Napoli, il San Paolo. Come a chiudere il cerchio che lui stesso aveva aperto undici anni prima con l’ultimo concerto ospitato dal San Paolo di Napoli, adesso il concerto del Blasco segna un nuovo inizio per la stagione dei concerti nel capoluogo campano. Dimenticate le polemiche tra l’Amministrazione comunale e il patron del Napoli Aurelio de Laurentiis, con la società sportiva arrivata anche a richiedere la presenza della polizia per verificare la posizione dei pannelli di alluminio nell’area di rigore, protagonista assoluta dell’evento del tre luglio è stata solo la grande musica del cantautore modenese. Nella scaletta dello spettacolare Live Kom’015 un mix dei grandi successi di Vasco: brani vecchi e nuovi che si susseguono davanti ai 56 mila spettatori in delirio.

Alle 21,26 Vasco irrompe in scena sulle note della suite che il compositore e pianista sovietico Dmitrij Shostakovich scrisse per la colonna sonora del film Zoya, per poi proseguire con la scaletta già annunciata. Epilogo verso la mezzanotte con il successo del 1979 “Albachiara”. In mezzo un medley acustico, prima della chiusura con alcuni dei suo brani più conosciuti: da “Rewind” a “Vivere” fino all’indimenticabile “Vita spericolata”. Vasco aveva anticipato ai suoi fan, una sorpresa relativa al cantautore napoletano Pino Daniele, scomparso all’inizio dell’anno ed è stato di parola. “Napoli è mille colori e io voglio dedicare questo concerto a un caro amico e grande artista. Viva Pino Daniele”, questa la commuovente dedica di Vasco al compianto Pino Daniele. Il concerto è stato ripreso da diciotto telecamere che mostravano Vasco e la sua band, i chitarristi Stef Burns e Vince Pastano, Claudio Golinelli al basso, Will Hunt alla batteria, Alberto Rocchetti alle tastiere, Andrea Innesto al sax, Frank Nemola alla tromba e Clara Moroni ai cori. Le riprese del concerto napoletano faranno parte del dvd ufficiale del tour del cantante di Zocca. Grande partecipazione del pubblico che ha cantato a squarciagola tutte le canzoni della scaletta del concerto. Venticinque brani per due ore e mezzo di concerto, con un pubblico in visibilio che da tempo aspettava una notte come questa. Il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha sottolineato tutta la sua soddisfazione per la riuscita dell’evento: “Ce l’abbiamo fatta. Con Vasco Rossi la grande musica è tornata al San Paolo”. Dopo la tappa napoletana Vasco prosegue il suo tour per l’Italia. Ma anche Napoli si prepara ad una grande estate di musica, con l’attesissimo concerto di Jovanotti, fissato per il prossimo 26 luglio. Una grande estate di musica italiana attende il pubblico napoletano. 


Studiare con passione? Sì… ma al contempo saper scegliere il giusto percorso formativo.

di Teresa Uomo

Intraprendere un percorso di studi universitario in linea con le proprie inclinazioni è importante, ma è allo stesso modo importante portarlo avanti puntando lo sguardo sui possibili sbocchi occupazionali. 
Lo studio universitario gioca su diversi punti: formazione – in primis – successivamente la dimensione del sapere, fondamentale per la crescita interiore dei giovani.
Il percorso accademico può presentare difficoltà ed è fatto anche di sacrifici e rinunce. Restano poi le difficoltà per l’accesso al mondo del lavoro: l’investimento nella formazione consente di trovare più facilmente occupazione ai laureati rispetto ai diplomati.

Il nostro Paese è stato “bacchettato” per l’istruzione “scesa al di sotto della media”. Intanto, lo scorso 4 febbraio, il ministro dell’istruzione Stefania Giannini ha fatto presente alcuni obiettivi strategici, tra cui la riprogrammazione dell’orientamento universitario per assicurare un migliore collegamento tra mondo del lavoro e mondo accademico.  
Oggi il ruolo dell’università diventa ancora più importante per poter dare maggiori opportunità occupazionali ai giovani laureati attraverso l’innovazione, l’internazionalizzazione e l’autoimprenditorialità. L’università, dunque, ha un ruolo rilevante nel promuovere l’innovazione. Questo vorrebbe dire offrire agli studenti un percorso didattico che congiunge una solida formazione con le esigenze del mercato del lavoro.
E poi nessuno assume, dopo tanti anni di studio, ma come si matura l’esperienza? Eppure la richiedono spesso.
Certo, il momento economico non è molto favorevole, ma se i giovani non vengono aiutati, quale futuro avrà il nostro Paese? Molti restano sempre più sfiduciati e delusi.
Tutti vogliono, tutti pretendono.

I giovani sembrano avere sempre minor fiducia nelle prospettive di trovare un posto di lavoro adatto. Problematica sarebbe per loro in particolare la mancanza di un'offerta di lavoro consona agli studi svolti, accanto alla difficoltà di trovare un lavoro nella propria area di residenza e alla giusta retribuzione.
Una parte dei giovani indica una formazione inadeguata o la mancanza di sufficienti competenze come motivo principale della difficoltà ad accedere alla vita lavorativa. Se da una parte vi è un'offerta di posti di lavoro adeguati, dall’altra parte c’è chi li ritiene retribuiti in modo inadeguato o comunque non tale da garantire un tenore di vita equilibrato.

Stagione teatrale 2015/2016: le proposte del Teatro Stabile di Napoli

di Maria Di Mare

Si è conclusa da poche settimane l’annuale rassegna teatrale Napoli Teatro Festival Italia, e già il capoluogo partenopeo, da sempre luogo di culto di quest’arte performativa, si prepara ad accogliere nuovi cartelloni e nuovi attori.

Il Teatro Stabile di Napoli, investito come Teatro Nazionale, ha recentemente presentato al pubblico i nuovi cartelloni per la stagione 2015/2016. Il teatro muove la sua offerta su più fronti: da un lato si riversa sul Teatro Mercadante e sul San Ferdinando, che con le loro opere salgono e scendono la scala che va dal classico al moderno, dall’altro affida la produzione più propriamente contemporanea al Ridotto.

Il Teatro Mercadante
Il Mercadante apre con In memoria di una signora amica di Giuseppe Patroni Griffi per la regia di Saponaro, e prosegue con grandi classici: in cartellone sono infatti presenti ben due proposte che riprendono il teatro greco con Orestea, uno spettacolo in due parti che racchiude Agamennone e Coefore e Eumenidi di Eschilo, per la regia di Luca De Fusco, e Medea, di Euripide, diretto da Gabriele Lavia. Segue La Signorina Giulia di Strindberg, una delle opere più forti dell’autore svedese, che vede alla regia Cristian Plana, Casa di Bambola di Ibsen, regia di Claudio Di Palma e interprete principale Gaia Aprea, e Re Lear, di Shakespeare, con Mario Rigillo diretto da Di pasquale.

Il Teatro San Ferdinando
Al San Ferdinando ritroviamo come ogni anno l’omaggio a De Filippo con Filumena Marturano, ma anche Shakespeare col suo Sogno di una notte di mezza estate, dove Claudio di Palma dirige, tra gli altri, Isa Danieli e Lello Arena, e, ancora, il Pigmalione di Shaw, regia di Benedetto Sicca. La stagione del San Ferdinando però, si apre il 4 novembre e, per quasi tutto il mese, vede in scena Spaccanapoli Times, testo e regia di Ruggero Cappuccio: quattro fratelli napoletani diventano qui il simbolo della città di Napoli, vista come il detonatore da cui si sprigiona il disfacimento dei valori etici della nostra società; il linguaggio è un misto di italiano, napoletano e termini inglesi, il risultato è una comicità tagliente e illusoria, che nasconde nel suo racconto il resoconto del male di vivere dei giorni nostri.

Il Ridotto
Del tutto nuove le proposte del Ridotto: nel periodo che va da ottobre a novembre si succederanno tre lavori tratti dalle opere di Giuseppe Patroni Griffi, mentre da dicembre a gennaio in scena ci saranno cinque lavori accomunati dall’etichetta Nuova Drammaturgia: Il giorno della laurea, Opengame, Lostland, La Reggente, Quell’ultima Parata, il cartellone si conclude con un ciclo di letture dedicato ad un autore napoletano contemporaneo.

La crisi colpisce ancora…ed è sempre il Sud a pagarne le conseguenze

di Teresa Uomo

L’Italia sembra essere fuori dalla crisi, ma il Sud rimane sempre più indietro. Un Paese che già dagli ultimi mesi dell’anno scorso sta emergendo dalla crisi faticosamente. I segnali sono però deboli e la disoccupazione di lunga durata ha un’incidenza maggiore sui senza lavoro.
La crescita si concentra nel Centro e nel Nord, mentre il Mezzogiorno sprofonda, con una perdita di mezzo milione di occupati dall’inizio della crisi.
Il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, afferma: “la dimensione del problema è tale che, se non si recupera il Mezzogiorno alle dimensioni di crescita e sviluppo su cui si sta avviando il resto del Paese, sviluppo e crescita non potranno che essere penalizzati rispetto agli altri Paesi”.
La crisi, dunque, ha accentuato l’uso/abuso del part-time, come forma di sottoccupazione. L’inizio di ripresa migliorerà solo leggermente una situazione che rimane ancora negativa. Continua a crescere la disoccupazione di lunga durata. Sono i giovani a pagare il prezzo più salato e più alto di questi ultimi anni di crisi.
L’istruzione paga. Una situazione decisamente migliore per chi ha un livello di istruzione più alto, mentre la crisi ha falcidiato i meno istruiti.
Il Sud rimane indietro. Le aree del Mezzogiorno si caratterizzano per una consolidata condizione di svantaggio legata a condizioni di salute, carenza di servizi, disagio economico, disuguaglianze sociali, scarsa integrazione degli stranieri residenti.
La crisi colpisce ancora il meridione, maggiormente le fasce più deboli, giovani, famiglie a basso reddito e donne. Ad una riduzione dei posti di lavoro e ad una precarizzazione della vita corrisponde una diminuzione dei consumi. A Sud si concentra maggiormente la perdita di lavoro determinata dalla crisi. Quello che allarma è il dato che riguarda i giovani tra i 15 e i 34 anni. Queste perdite toccano anche i giovani altamente formati.

Studiare serve soprattutto ad emigrare. Esistono due fasi di emigrazione: la prima riguarda lo studio: un giovane su quattro dei giovani meridionali studia al Nord e di questi, due su tre trovano lavoro al Nord. La seconda concerne i laureati. Laureati meridionali che hanno cambiato residenza verso il Nord. Esiste un flusso migratorio sempre più crescente verso il Nord. Ad andarsene sono soprattutto i giovani più dinamici e qualificati in cerca di migliori opportunità di formazione e opportunità professionali. Un fenomeno che è causa e conseguenza dell’impoverimento economico e culturale del Mezzogiorno.

Eduardo Scarpetta e il cinematografo

di Antonio Lepre

Sembra strano che Eduardo Scarpetta, il riformatore del teatro napoletano, abbia avuto a che fare anche con il cinematografo, eppure egli ha partecipato sia come autore sia come attore in ben cinque riprese cinematografiche. Poco più di cento anni fa Scarpetta vendette cinque suoi testi teatrali alla casa editrice milanese di Renzo Sonzogno che realizzò ben cinque film, che ebbero tutti come protagonista lo stesso Eduardo. Si trattava di: Miseria e Nobiltà, il capolavoro indiscusso di Scarpetta, poi ‘a Nutriccia, Il non plus ultra della disperazione, Tre Pecore Viziose e Lo Scaldaletto, tutte riprese realizzate tra il 1914 e il 1916, pertanto tutte pellicole mute. In queste pellicole si nota anche una giovanissima Titina De Filippo, figlia naturale di Scarpetta che in Miseria e Nobiltà interpretava Gemma.
Ma come mai la casa editrice milanese di Sonzogno decise di fare queste cinque pellicole? Naturalmente era un motivo di cassetta, infatti, la maschera di Felice Sciosciammocca era estremamente vendibile sul palcoscenico, basti pensare alle centinaia e centinaia di repliche che ogni commedia di Eduardo Scarpetta faceva, a Napoli e in tutta Italia.

Eduardo Scarpetta e Gennaro Pantalena

La casa editrice, però, decise di fare un provino alla maschera di Felice Sciosciammocca, e ne fu sbalordita dacché la sua maschera risultava a contatto con la macchina da presa più espressiva e potente; così si decise di realizzare le cinque pellicole nella villa Santarella dello stesso Scarpetta. A tal proposito bisogna ricordare le sue parole che, dopo quel provino e alle riprese, ricorda così nelle sue memorie: “senza mezzi termini quella macchina è implacabile, e senza alcuna pietà: svela i trucchi degli interpeti e i bluff del loro valore, smaschera le false giovinezze, scopre i cani e dà risalto agli attori veri, in una parola,insomma, non permette come spesso fa il palcoscenico che il pubblico posso essere tratto in inganno. Fra teatro e cinema esiste un abisso profondo, e gli elementi rappresentativi dell’uno non possono essere confusi con quelli dell’altro; raramente un buon attore nel teatro lo può essere al cinema, e viceversa, e che la tecnica di recitazione è dissimile e a volte contrastante”. È straordinario come questo nostro attore abbia anticipato di lì a trent’anni le differenze della recitazione cinematografica di Lee Strasberg e quelle teatrali di Kostantin Stanislavskij. Eppure era ancora il 1915.


Miseria e Nobiltà, unica foto di scena dal film del 1940
Naturalmente, con il passare del tempo, le commedie di Eduardo Scarpetta sono state riprese da molti registi cinematografici. Innanzitutto da Corrado D’Errico, il quale nel 1940 fece le riprese di Miseria e Nobiltà, opera nella quale recitava non Eduardo bensì il figlio legittimo Vincenzo Scarpetta. Accanto a lui Nicola Maldacea, il padre della macchietta napoletana. Dieci anni dopo fu la volta di Mario Mattoli che con Totò protagonista rielaborò: Miseria e Nobiltà, Un Turco Napoletano e Il Medico dei pazzi. Anche Eduardo De Filippo, figlio naturale di Eduardo Scarpetta, si cimentò con un riadattamento di un’opera di Scarpetta, infatti diresse Ti Conosco Mascherina, opera tratta da Romanzo di un farmacista povero. Infine a riadattare le opere di Scarpetta sono stati Marcello Marchesi che realizzò Sette ore di guai, film con Totò, ispirato a 'Na criatura sperduta, e Giorgio Patina che ha realizzato il film Un’agenzia matrimoniale tratto da 'N agenzia 'e matrimonie.

Napoli, Porta di Massa: studenti in difesa di due lavoratori.

di Antonio Ianuale

Lo scorso 30 giugno studenti e studentesse del prestigioso ateneo Federico II hanno trovato il portone della sede di Porta di Massa, chiuso, per un’occupazione degli studenti della facoltà di lettere e filosofia. La protesta degli studenti organizzata dal Collettivo Studenti Federico II e dalla Mensa Occupata Rete nazionale Noi Saremo Tutto, cominciata con l’occupazione della presidenza del dipartimento degli studi umanistici, ha avuto la solidarietà dei professori e personale tecnico-amministrativo dell’ateneo federiciano in sostengo a due addetti alla manutenzione che rischiavano il posto. 
Il comunicato fuori l’ateneo spiegava le ragioni della protesta: il licenziamento dei due lavoratori dovuta all’esternalizzazione dei servizi, causa appunto di licenziamenti e precarietà. Si evidenziava inoltre la partecipazione alla protesta dei docenti e dei lavoratori dell’ateneo e si attaccavano le istituzioni accademiche per la loro complicità. I due lavoratori hanno continuato il loro lavoro all’interno della sede di Porta di Massa, nonostante il licenziamento fosse prossimo. Uno striscione attaccava la ditta Romeo, responsabile dei licenziamenti dei due lavoratori. Le lezioni sono state rimandate a data da destinarsi, mentre esami e ricevimenti sono stati spostati nelle altre sedi della Federico II. La protesta ha avuto i risultati sperati: infatti nella stessa giornata dell’occupazione è stato organizzato un tavolo di discussione che vedeva partecipi tutte le parti in causa: l’università, i lavoratori, la Romeo. La mediazione ha avuto successo con la Romeo che si è impegnata ad assumere i due lavoratori alla fine del mese di luglio. Gli studenti che aveva ventilato la possibilità di perdurare nella loro occupazione, vista l’evolversi in positivo della situazione, hanno cessato la protesta il medesimo giorno. Mercoledì 31 la sede universitaria di Porta di Massa riprendeva la sua attività didattica, ma gli studenti hanno tenuto a precisare che non abbasseranno la guardia e che sono pronti ad azioni di protesta per salvaguardare i diritti dei lavoratori del plesso universitario.
“Siamo consapevoli di non poter abbassare assolutamente la guardia sul destino dei due lavoratori: continueremo a lottare al loro fianco fino a quando questa vertenza non si concluderà favorevolmente.
Sappiamo che anche questo è solo un passo intermedio verso un lavoro di riappropriazione più ampio e strutturato: le politiche di esternalizzazione e privatizzazione imposte dall’Unione Europea hanno di fatto distrutto garanzie e diritti dei lavoratori frutto di decenni di lotte e conquiste. Bisognerà lottare senza tregua affinché questi diritti vengano progressivamente riconquistati”
. Questo il passaggio del comunicato degli studenti che ha annunciato il termine dell’occupazione, ma anche evidenziato come sarà sempre grande l’attenzione verso la sorte dei lavoratori dell’ateneo. L’occupazione inoltre è stato anche un segno di vicinanza al popolo greco in procinto di pronunciarsi sul piano di aiuti elaborato dall’Unione Europea. Un piano che gli studenti ritengono inaccettabile e da bocciare, proprio come stabilito dal risultato del referendum.

Napoli: il Teatro Nuovo presenta il suo cartellone 2015/2016

di Maria Di Mare

È innegabile che la vena artistica e teatrale del popolo partenopeo scorre senza sosta come un fiume in piena, vivificando di anno in anno una tradizione ormai consolidata.

Le origini del teatro napoletano si collocano tra la fine del 1400 e l’inizio del 1500, con autori quali il Sannazzaro e il Capuano, che condussero quest’arte prima nelle corti e poi tra il popolo, distaccandosi da linguaggi elevati per entrare nel cuore del quotidiano e attingere da esso la materia prima. Indubbiamente è stata la maschera di Pulcinella, però, a dare risalto al teatro napoletano: nata nel ‘500 ha dominato le scene diventando il trait d’union col Novecento grazie alla rielaborazione di Eduardo Scarpetta. Da allora grandi nomi si sono succeduti, donando rilievo al teatro campano: da Scarpetta fino a Raffaele Viviani, da Eduardo e Peppino De Filippo fino a Ruccello, da Totò a Massimo Troisi. E ai giorni nostri? Chi rappresenta il teatro oggi? 
Portare nuova linfa, cambiamento, stupore, all’interno di una storia già scritta, è quello che tenta di fare il Teatro Nuovo, storico teatro sperimentale partenopeo situato nel cuore del Quartieri Spagnoli, che in questi giorni ha presentato il cartellone della stagione teatrale 2015/2016.

L’offerta del Teatro Nuovo si muove, come di consueto, su un terreno più innovativo, ed inaugura la sua stagione l’11 novembre con lo spettacolo di Enzo Moscato Grande Estate (un delirio fantastorico 1937/1960…ed oltre), dove il regista racconta oltre quattro decenni di cronaca e storia napoletana ed internazionale, portando sulla scena corpi e voci, che seguono una narrazione comica, disinvolta e sarcastica. Seguono Le Strategie Fatali, Malacrescita, Le ho mai raccontato del vento del nord e, circa a metà del cartellone, un classico che non stanca mai Aspettando Godot, per la regia di Maurizio Scaparro.

Il mese di febbraio ospita Due donne che ballano e Calderon; la prima è un opera di Josep Maria Benet i Jornet, qui la regia è di Veronica Cruciani che dirige due donne, un’anziana e una giovane (la sua badante) racchiuse e rinchiuse nel loro microcosmo di quotidianità: le due hanno trascorso la vita a “ballare” da sole, ma ecco che la vita gli da l’opportunità per non affrontare più le avversità in solitudine. La seconda è un’opera di Pier Paolo Pasolini ispirata però, come il titolo suggerisce, a Calderon, più precisamente alla sua La vida es sueño, ma si ricollegherà anche al dipinto Las Meninas di Velasquez.

Segue Shakespeare Re di Napoli, testo e regia di Ruggero Cappuccio, un’opera che attraversa i teatri italiani da circa vent’anni continuando ad affascinare sempre nuove generazioni. Dal 16 al 20 marzo in scena vedremo I Vicini, di Fausto Paravidini, e la stagione si concluderà con un appuntamento con Toni Servillo legge Napoli, con Toni Servillo padrone di casa dal 30 marzo al 3 aprile.

Inoltre cinque sono gli spettacoli fuori abbonamento: L’amore per le cose assenti, Crave, Scende giù per Toledo, Scannasurice e Ombretta Calco, tutte opere che mostreranno allo spettatore forti tentativi di indagini psicologiche ed emotive.

Napoli, paese del mare … paese del sole

di Teresa Uomo

“Napule è ’nu paese curioso, è ’nu teatro antico, sempre apierto. Ce nasce gente ca senza cuncierto scenne p’ ’e strate e sape recità. Nunn’è c’ ’o ffanno apposta; ma pe’ lloro ‘o panurama è ‘na scenografia, ‘o popolo è ’na bella cumpagnia, l’elettricista è Dio ch’ ’e fa campà. Ognuno fa ‘na parte, ‘na macchietta, se sceglie ‘o tip ‘o nomm ‘a truccatura; l’intercalare, ‘a camminatura pe’ fa successo e pe’ se fa guardà” , così recitava il grande Eduardo. Maestro di teatro e di vita. Volto scavato e spigoloso. Voce velata e un po’ afona. Aspetto asciutto, rigore e severità che lo caratterizzavano in teatro e nella vita privata. Per lui erano in fondo la stessa cosa.
Il golfo di Napoli ed il simbolo di Napoli
«Teatro antico» o – citando Miguel de Cervantes, un famoso scrittore spagnolo – «madre di nobiltade e d'abbondanza»? Cos'è mai Napoli? 
Luciano De Crescenzo risponderebbe «Napoli non esiste come città, esiste sicuramente come concetto, come aggettivo». Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Migliaia di riflessi cangianti rasenti il suolo, migliaia di bagliori in migliaia di vetri, migliaia di passanti solitari e di ronzii nell’aria. Questa terra di nessuno e di tutti, sospesa tra immagine onirica e realtà abnorme, è stata meta, pellegrinaggio di scrittori, di intellettuali, di viaggiatori illustri o anche di semplici sconosciuti, semplicemente catturati da questa strana atmosfera in cui «alitavano savia comprensione, indifferenza gentile, supremo senso della vita, in equilibrio tra pietà e disincanto. Quel mare cangiante che riesce a scolpire il tempo e persino l'umore». Quei vicoli nei quali il sole penetra a fatica, tra file di panni sciorinati da un balcone all'altro, tra grida e richiami che si rincorrono rimbalzando tra finestre e «vasci», lì dove ancora oggi «si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza dove altri dormono e mangiano». Ci si perde tra la dodecafonia di suoni e la vivacità di colori del mercato di Pignasecca, tra l'argento dei capitoni sguscianti nelle vasche e il fuoco ardente dei peperoncini, tra i pomodori vesuviani pazzi di sole e le fragranze di spezie.
Napoli è tutto questo. Napoli non è niente di tutto questo.

Castel dell'Ovo
“Napule è mille culure, Napule è mille paure, Napule è ‘nu sole amaro, Napule è addore e' mare, Napule è ‘na carta sporca e nisciuno se ne importa e ognuno aspetta a' sciorta”, cantava il grande Pino Daniele. Napoli è mille città diverse, perché in fondo ognuno ha la “sua” Napoli.

Rubini, Placido, Bentivoglio: anche quest’anno un coinvolgente Napoli Teatro Festival

di Antonio Ianuale

Il Napoli Teatro Festival Italia è giunto alla sua ottava edizione. Nato nel 2008, il festival internazionale è diventato appuntamento fisso nel mese di giugno, con i suoi spettacoli, disseminati nei teatri più famosi di Napoli. Il programma del Festival, organizzato dalla Fondazione Campania dei Festival del presidente Luigi Grispello, includeva sessanta spettacoli, di cui trenta prime assolute. Il festival ha preso il via il 3 giugno a Castel Sant’Elmo, offrendo fino al 28 giugno una grande varietà di spettacoli teatrali. Affasciante il progetto del ciclo di letture per la regia di Fabrizio Arcuri, dedicato alla città di Napoli, che ha visto protagonisti volti noti del teatro e del cinema. Attori come Sergio Rubini, Michele Placido, Fabrizio Bentivoglio, accompagnati da musiche dal vivo, hanno recitato delle lettere d’amore per Napoli, nella splendida location di Castel Sant’Elmo, con il tramonto che faceva da sfondo. L’attore e regista Peppe Lanzetta, ha aggiunto ai suoi testi, una commossa dedica a Pino Daniele, scomparso pochi mesi fa, emozionando il numeroso pubblico in sala.

Coraggioso e ben riuscito il testo del drammaturgo napoletano Fortunato Calvino, che collegandosi alla tradizione eduardiana, ha portato in scena nel suo “Rituccia”, la bambina di “Napoli Milionaria”, diventata ormai adulta, ma ancora legata al suo passato nonostante gli anni trascorsi. Molto apprezzata anche la piéce “Sudori Freddi”, diretta da Giancarlo Sepe, che ha deciso di ispirarsi a letterati del calibro di Pierre Boileau e Thomas Nercejac, riprendendo anche il celebre film di Hitchcock “La donna che visse due volte”. Contemporaneità che si mischia anche con la tradizione teatrale, non solo napoletana, come fa Maurizio Scaparro che ha messo in scena la commedia di Goldoni, “La bottega del caffè” scritta nel 1750, o come il nuovo allestimento de “Il Bugiardo”, sempre dell’autore veneziano, voluto da Geppy Gleijeses con una dedica a Mario Scarpetta. Testo che appartiene alla storia del teatro è certamente la “Signorina Julia”, tra i più noti lavori di Strinberg, ricontestualizzato nell’America Latina dei giorni nostri da J. Ed Aranza, con la regia di Lorenzo Montanini. Attinge dalla tradizione latina, la scrittrice Valeria Parrella che rielabora il mito di Orfeo ed Euridice, contestualizzando la vicenda ai giorni nostri. L’attore Fortunato Cerlino, famoso per il suo ruolo di Don Pietro Savastano nella serie “Gomorra”, ha portato in scena il testo da lui scritto e diretto, “Potevo far fuori la Merkel, ma non l’ho fatto” ambientato in un condominio dove si sviluppano le vicende di uno psicanalista famoso, Michele, sposato con Ivonne, depressa cronica, a cui si aggiungono Gloria, paziente di Michele e Modesto, un eroinomane. Grande successo per lo scrittore noir Maurizio de Giovanni che ha portato sulla scena il suo commissario Ricciardi nel testo da lui elaborato: “Sonata per il Commissario Ricciardi”, interpretata dall’attore di cinema e teatro Andrea Renzi. Spazio anche alla danza della compagnia di danza moderna Ballet Black e alle acrobazie circensi nello spettacolo “Hallo” della compagnia svizzera Zimmermann and de Perrot. Un’offerta teatrale eterogenea che il pubblico napoletano ha apprezzato, godendo anche delle bellezze artistiche della città partenopea. 

"Rituccia" di Fortunato Calvino

giovedì 2 luglio 2015

Marinella e la collezione di foulard ispirate a Modigliani

L’azienda napoletana rende omaggio al genio livornese in mostra all’Agorà Morelli

di Gennaro Tullio

Metti insieme un pittore, che ha fatto del collo femminile la sua personalissima firma artistica, con un’altra grande firma, che ha messo la sua arte a disposizione del collo delle donne e degli uomini, e otterrai una collezione vincente. Il pittore è Amedeo Modigliani e l’altro nome è Marinella, celebre azienda napoletana, nota in tutto il mondo per le sue cravatte, e non solo.
 
La presentazione dei foulard in edizione limitata
A breve sarà lanciata l’esclusiva collezione in limited edition di foulard che la nota azienda napoletana ha voluto realizzare per rendere omaggio all’artista livornese, il cui grande pregio è stato quello di dare risalto all’eleganza femminile, sempre al centro della sua arte. Questa collezione one shot di Marinella si allaccia alla mostra “Les Femmes” improntata sulla centralità della figura femminile nell’arte del maestro Modigliani, allestita presso l’Agorà Morelli di Napoli e in programma fino al 9 agosto.

Questa iniziativa è la prova tangibile che la passione per l'eleganza e la qualità continuano ancora oggi grazie a Maurizio Marinella, terza generazione della famiglia alla guida dell’azienda di cravatte famose ormai a livello internazionale. E proprio Marinella ha raccolto l'eredità del marchio, con uno spirito imprenditoriale in sintonia con le aggiornate leggi del marketing, riuscendo a far affermare il marchio “E.Marinella” anche all'estero, dagli Stati Uniti al Giappone.

Oggi, la produzione firmata E.Marinella ha conservato una scrupolosa attenzione alla qualità delle materie prime e alla considerazione del dettaglio, fino alla curatissima fattura ancora oggi rigorosamente artigianale, per queste cravatte "napoletane veraci" e allo stesso tempo "very british". Per realizzare questa limited edition, dunque, il marchio E. Marinella ha siglato una prestigiosa partnership con l’Istituto Amedeo Modigliani dando “alla luce” dei foulard da donna molto chic. L’arte figurativa incontra quindi quella artigianale all’insegna del made in Italy al cui centro c’è sempre la donna. In tutto sono 200 esemplari, prodotti in due versioni e realizzati in seta come accessorio senza tempo, che è un regalo da rivolgere a figure di classe, eleganza, esaltandone la grazia femminile.

Questa produzione dedicata al genio livornese definisce le caratteristiche dell’azienda napoletana: amore per l’arte e le cose belle, l’abilità artigianale, lo stile esclusivo, il genio creativo, il senso della tradizione. Impossibile paragonare due maestri italiani come Amedeo Modigliani e Maurizio Marinella, ma si può affermare che entrambi rappresentano un motivo di orgoglio italiano all’estero.

Ceduta CAREMAR a SNAV: nuove prospettive per il trasporto marittimo campano

di Alessia Nardone

Il trasporto pubblico è un settore da sempre molto problematico a causa degli elevati costi di gestione che comporta e lo è ancor di più se si parla di trasporto marittimo. Nel Golfo di Napoli abbiamo tre isole collegate alla terra ferma grazie al servizio di trasporto marittimo operato da una società pubblica, la Caremar, ed alcune private, tra le quali la più nota è la Snav, società che fa capo al gruppo Aponte.
 
Da qualche tempo, per risollevare le casse della fallimentare Caremar si era paventata l’idea di privatizzarla. Nonostante i problemi conseguiti a tale decisione, la Regione Campania ha deciso comunque di cedere il 100% di Caremar (società di traghetti ex Tirrenia) a Snav, che l’acquisisce attraverso un raggruppamento temporaneo di imprese. Tale raggruppamento comprende la Rifim, società mandante, ed una holding finanziaria, che controlla tra l’altro Medmar Navi, altra compagnia di trasporto rotabili e passeggeri. La firma dell’atto è avvenuta ora, tra l’altro uno dei primi firmati dal neo Presidente Vincenzo De Luca, ma Snav aveva già vinto la gara nel 2013.

«Il tema dei trasporti - questo il commento del Presidente De Luca - è al centro della nostra attenzione. Oggi abbiamo firmato l’atto di vendita del 100% delle azioni Caremar di proprietà della Regione, portando a termine, in soli sette giorni dall’insediamento del consiglio regionale, un processo di dismissione avviato nel lontano 2012. Da questa vendita ci attendiamo un miglioramento dei servizi per i cittadini, eliminando al contempo perdite nei conti regionali». Ed i cittadini isolani questo miglioramento lo attendono già da un po’ ed in particolare quelli procidani perché, date le esigue dimensioni del luogo, questi dipendono totalmente dalla terra ferma anche per le attività quotidiane. Così, a sostegno dell’atto portato a compimento dal Governatore e dalla sua giunta, diamo uno sguardo ad una lettera a lui indirizzata, prodotta da una procidana pendolare qualche giorno prima della firma:
 
«Egr. Presidente, sono una procidana “pendolare del mare” da oltre 20 anni, eletta consigliere comunale nelle scorse consultazioni elettorali del 31 maggio nella lista “la Procida che vorrei”. Il mio impegno, durante la campagna elettorale, è stato quello di portare avanti le istanze ed i bisogni della comunità isolana, con lealtà ed onestà: aggettivi per me importanti ed al centro di qualsiasi ragionamento. Ho rappresentato che il problema dei trasporti marittimi nel golfo di Napoli, ed in particolare per l’isola di Procida, non è di facile e rapida soluzione: questo non mi impedirà di portare sui tavoli competenti le istanze e bisogni. È importante non dimenticare che lo sviluppo dell’isola, essendo più piccola e meno influente rispetto a quelle del Golfo, non può decollare senza un deciso incremento e miglioramento dei collegamenti via mare. Grazie alla delega di Consigliere delegato dal Sindaco Dino Ambrosino, ai temi del Trasporto Marittimo, sento la necessità di scriverLe per rappresentare il punto di vista della comunità procidana in merito a tale delicata problematica che ci attanaglia da molti anni. È necessario, prima di tutto, evidenziare che è la società Caremar quella che detiene i maggiori collegamenti con Procida (circa l’80% dei propri collegamenti sono legati alle sorti di detta Società). La mancata conclusione della procedura di privatizzazione di Caremar, dopo anni di ricorsi e controricorsi dall’avvio della relativa gara a livello europeo, con un nuovo blocco degli atti con cui la Regione ha confermato di dare esecuzione all’offerta risultata aggiudicataria, comporterebbe ingenti danni per tutti. Sul trasporto marittimo, posso affermare con convinzione e certezza, che l’impegno dell’attuale Amministrazione, sarà quello di sorvegliare quotidianamente i Servizi resi alla comunità senza fare sconti ad alcuno. In tale contesto, e ne sono certa anche per la fama che proviene dalla Sua storia di amministratore, La troveremo attenta ed al nostro fianco, senza gli inevitabili condizionamenti che, in passato, la proprietà pubblica della Caremar può aver esercitato in tale Settore. Nell’augurare buon lavoro a Lei ed alla Sua Giunta, sono sicura che avremo modo di collaborare proficuamente per far progredire la nostra Regione, e quindi anche la mia Isola. Il futuro non si può prevedere, ma si può contribuire a determinarlo e ad accoglierlo. Einstein sosteneva ironicamente: “Non penso mai al futuro. Arriva così presto».

Ora è proprio il caso di dirlo che il futuro è arrivato e speriamo che migliori la vita di molti cittadini.