mercoledì 22 luglio 2015

Abilitazione alla professione forense: perché quasi il 70% dei napoletani non ce l’ha fatta?

di Marcello de Angelis

Puntuale e violento come un temporale estivo è arrivato anche quest’anno l’esito della prova scritta dell’esame di avvocato 2014. Dopo un lunghissimo tempo di correzione, la scure dei commissari della Corte di Appello di Roma si è abbattuta su circa 3250 candidati napoletani. In pratica il 65% di un totale di quasi 5000 praticanti avvocati è stato bocciato lasciando ad un misero 35% la possibilità di sostenere la successiva prova orale, per poi ottenere il sospirato titolo di avvocato. Ciò è semplicemente inammissibile per una città definita da sempre come la culla del diritto.

Napoli e la sua avvocatura hanno una storia antica ed inscindibile, fatta di istinti geniali, menti illuminate ed eccellenti maestri dell’eloquentia. Ed ora? Di colpo tutti incapaci? Tutti incompetenti? Tutti ignoranti? No, la grandezza dell’avvocatura napoletana non è in discussione. Lo è invece il cosiddetto esame di stato cui devono sottoporsi migliaia di giovani per poter accedere alla professione effettiva e fregiarsi della prestigiosa qualifica.

Dicembre, Mostra D’Oltremare: migliaia di ragazzi appesantiti da giacconi, ombrelli e codici, ma alleggeriti da un bagaglio di sogni e speranze, si accodano dalle prime luci dell’alba per varcare i fatidici cancelli. È l’esercito dei praticanti avvocati, i laureati in giurisprudenza che, effettuati i 18 mesi di tirocinio, devono affrontare una complessa prova consistente nella produzione di uno scritto di diritto civile, di diritto penale ed un atto giudiziario, il tutto distribuito nell’arco di tre giorni. Un vero e proprio tour de force alla fine del quale gli scritti saranno inviati alle varie Corti di Appello sorteggiate per poi essere corretti, così come deciso nel 2003 dalla riforma Castelli. Tale legge introdusse l’estrazione a caso della sede di correzione dei compiti per impedire “l’emigrazione” di candidati presso quelle che storicamente presentavano annualmente la più alta percentuale di promossi. Ma, paradossalmente, è proprio questa fase che rappresenta l’anello debole dell’attuale sistema: gli elaborati, infatti, esaurita la distribuzione, verranno letteralmente inghiottiti da un infernale labirinto di commissioni e sottocommissioni in cui si dividono i soggetti preposti alle correzioni.
Un dedalo di commissari (tra eccellenze…e non dell’avvocatura) che assicura solo confusione ed una evidente difformità di giudizi. Infatti, se Napoli ha mostrato impegno e attenzione nel leggere e correggere le composizioni milanesi (e l’oltre 50% di promossi alla fase orale lo testimonia), non si può dire lo stesso della Corte di Appello romana, quella che per sorte ci è toccata quest’anno. Tagliare drasticamente quasi il 70% di candidati napoletani evidenzia come tali compiti siano stati corretti da diversi commissari che hanno adottato diversi criteri di giudizio.

Ciò porta all’inevitabile conclusione che uno studio serrato e meticoloso non basta. Per superare lo scritto dell’esame di avvocato, a quanto pare, è fondamentale una ottima dose di fortuna. Una dose tale che porti gli elaborati nelle mani di commissari capaci e scrupolosi.

Già, la fortuna, che essendo notoriamente distribuita da una dea bendata, molte, troppe volte, finisce per baciare giovani incapaci che magari hanno copiato integralmente il proprio compito da un compagno geniale e vengono anche premiati con la “Toga d’onore” (premio ambitissimo per chi riesce a superare l’esame a pieni voti) col risvolto grottesco che il compito del geniale compagno suddetto venga corretto da un diverso membro di una diversa sottocommissione che, per un qualsivoglia motivo, non si accorge della bontà dello scritto, bocciandolo. Ebbene, non è possibile affrontare un esame di tale importanza basandosi quasi esclusivamente sulla “fortuna”, parola che stride in modo insopportabile con quelle di “studio” e “preparazione”, le uniche vere determinanti in queste situazioni.
A questo punto è chiaro che urge destrutturare e ridisegnare l’esame di abilitazione alla professione forense in un modo completamente nuovo, che possa portare in primo piano lo studio, la professionalità e il merito. Un’ipotesi in tal senso potrebbe essere quella di limitare la prova (dopo il tirocinio di pratica) ad un esame orale sulle principali materie giuridiche, per poi aprire la professione a tutti coloro che superano questa fase. Sarà la bravura, il valore e la capacità personale di ogni giovane avvocato, sviluppata direttamente “sul campo” , la vera svolta. Tutti avvocati dopo la laurea? Si, se l’attuale sistema esaminativo permette una aberrazione che ormai si ripete da troppi anni. Perché lasciare al palo giovani capaci ed efficienti e permettere ad incapaci e copioni dell’ultim’ora di andare avanti è una aberrazione. Davanti al rischio di avere troppi avvocati incapaci, è meglio “tutti avvocati”. Non più la fortuna, ma la preparazione e l’impegno produrranno una vera e propria selezione naturale. Si rischia di rimpolpare un settore già estremamente inflazionato? Forse, ma almeno chi è realmente capace avrà la possibilità di mettersi in luce.

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