mercoledì 22 luglio 2015

Il non senso e l'irrazionalità nella prima guerra mondiale

di Germana Guidotti

Gli intellettuali dei primi anni del ‘900 erano pervasi da una profonda inquietudine sociale e politica. Il loro desiderio era quello di recuperare un ruolo attivo, da protagonisti, in seno alla società. Tale aspirazione si manifestò nella straordinaria fioritura di riviste -legate alle nuove tendenze della cultura militante dell’epoca- abilmente utilizzate da giovani intellettuali per obiettivi imperialistici e sostanzialmente antidemocratici. Pertanto, si può affermare con certezza che il decennio che precedette il Primo Conflitto Mondiale si caratterizzò per la plurivocità editoriale e la vivacità espressiva. 
Nel 2015, anno in cui si celebra il centenario dell'intervento italiano nella Prima Guerra Mondiale, è bene evidenziare che le motivazioni, a favore della mobilitazione, che nel 1915 portarono la nostra Nazione a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria furono realmente le più disparate. E lo testimoniano le differenti posizioni assunte dai periodici di quel tempo. Se la rivista fiorentina ‘Il Regno’, infatti, rintracciò in ragioni economiche (l'espansionismo determinerà la prosperità) e di prestigio (l'Italia dovrà raggiungere una posizione di forza fra gli Stati europei) le motivazioni che portarono alla mobilitazione, ‘La Voce’ ne sottolineò, invece, le ragioni morali (la guerra determinerà uno sviluppo delle virtù umane).

Come è noto, ebbe la meglio la propaganda interventista che riuscì a conquistare vasti strati dell’opinione pubblica, sebbene non la maggioranza. Del resto, la simpatia crescente con la quale la borghesia dell’epoca guardava alle posizioni interventiste fu incoraggiata dagli orientamenti di molte di queste testate giornalistiche italiane, che non a caso in quel periodo incrementarono in maniera significativa le vendite.
 
E’ come se tutta la volontà di intervento e di azione della cultura di inizio secolo avesse poi trovato alla fine il suo sbocco “naturale” nella Guerra Mondiale, in cui la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani intravide una sorta di fuoco sacrificale e vivificatore, che avrebbe temprato una nuova umanità.

Quella tragedia insensata, "il festival dell’insensatezza" la definirà Thomas Mann, apparve come una grande scena: il vecchio mondo sarebbe stato definitivamente liquidato e ci si sarebbe proiettati in un futuro libero e aperto. Molti, infatti, per questa ragione sostennero massicciamente l’intervento del nostro Paese nel conflitto, confidando nel ruolo-guida che la cultura avrebbe potuto svolgere. E la guerra era sentita come esperienza senz’altro da affrontare, come doloroso do­vere da compiere e non come facile esaltazione, o, peggio, come cieca ed euforica avventura. Giuseppe Prezzolini, direttore de “La Voce”, invece, esaltò l'interventismo come estremo antidoto per un'Italia remissiva, come mito in grado di smuovere le coscienze e, dunque, di mobilitare le masse, modernizzando il Paese.
Tuttavia, la macchina bellica messa in campo fu gigantesca. La durata del conflitto enorme. Se negli intenti iniziali si doveva connotare come guerra-lampo, fulminea, essa si trasformò, infatti, nella più grossa guerra di trincea mai combattuta fino a quel tempo nella storia dell’umanità. Pertanto, coi fatti, le velleità degli intellettuali vennero smentite ed essi ridotti a marginali collaboratori di un ingranaggio la cui ratio e la cui destinazione andavano di gran lunga più in là rispetto alla loro stessa capacità di comprensione.

A posteriori si può dunque affermare con forza che la Prima Guerra Mondiale ha propriamente messo fine ad un’intera epoca e, soprattutto, ad un’ideologia, una cultura, quella positivista, nonché alla sua cieca ed incondizionata fiducia nel progresso. Come palesemente fu dimostrato, esso non portò nulla di buono, anzi: nella coscienza generale, presso l’opinione pubblica, aveva trascinato alla morte, alla distruzione globale. Aveva portato con sé nella società civile solo sfacelo e terrore, e nulla di quel benessere tanto acclarato dal positivismo.
La Grande Guerra ha rappresentato l’effigie più triste di tutto ciò: nessuna felicità, nessuna prosperità in seno alla vita associata. La “vecchia” filosofia era stata così soppiantata in toto. Perché in quel conflitto era venuto fuori tutto il non-senso, l’irrazionalità della storia. Davvero, come profeticamente disse Francisco Goya, «il sonno della ragione genera mostri».
Francisco Goya - "Il sonno della ragione genera mostri"
 










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