venerdì 31 luglio 2015

Sulla base di che presupposto le scuole paritarie dovrebbero pagare l’ICI/IMU?.

di David Lebro

La vicenda dell’ICI-IMU sulle scuole paritarie ha generato non poche polemiche. Anche se parlare solo di polemiche o di interpretazioni ideologiche sembra quasi riduttivo. A scatenare l’attenzione pubblica, la recente sentenza della Corte di Cassazione che, accogliendo il ricorso del Comune di Livorno, ha disposto il pagamento dell’Ici non versato dal 2004 al 2009 alle scuole paritarie. Sostanzialmente, la sentenza crea il presupposto giuridico per cui gli Enti locali, per esigenze di bilancio, potranno richiedere alle stesse il pagamento di quella che oggi chiamiamo Imu. Il rischio che si intravede è quello della chiusura di tanti istituti che, considerati i bilanci già in rosso, non riuscirebbero più a coprire le spese necessarie per la gestione.

Anche se la Cassazione ha subito chiarito che la sentenza non obbliga a pagare, poiché non si tratta di una sentenza definitiva, ma di annullamento con rinvio al giudice competente e l’onere di provare il carattere non commerciale dell’attività spetta agli istituti, indubbiamente, apre una riflessione su una giudizio che sottovaluta o ignora alcuni concetti fondamentali. Proviamo ad elencarne alcuni. Innanzitutto, il diritto costituzionale all’istruzione, che deve essere garantito a ogni cittadino, e il diritto alla libertà di scelta delle famiglie per quanto riguarda l’insegnamento. Ma anche il fatto che le scuole paritarie non solo non sottraggono risorse alla scuola pubblica, ma garantiscono un notevole risparmio per casse dello Stato. Bisogna tener presente, infatti, che il costo medio di un iscritto ad una scuola paritaria per lo Stato è nettamente inferiore rispetto ad un iscritto ad una pubblica. E, come ha sottolineato anche Monsignor Galatino, Segretario generale della CEI, a fronte dei 520 milioni che ricevono le paritarie, che ad oggi accolgono circa un milione e 300 mila allievi, lo stesso Stato risparmia oltre 6 miliardi e mezzo di euro. Va da sé che sarebbe davvero un paradosso, nonché una follia, costringere alla chiusura questi istituti che, a maggior ragione in tempi di crisi, risultano fondamentali. Altra riflessione, necessaria da fare, riguarda le finalità e il contesto in cui sorgono le scuole paritarie. Forse si ignora che la maggior parte di esse sopperiscono alla mancanza di una struttura pubblica. Basti solo pensare al fatto che la percentuale più alta delle scuole paritarie è rappresentata dalle scuole dell’infanzia, un settore dove lo Stato, dall’Unità ad oggi, è sempre stato inadempiente.

Il nodo che si è creato, ricorda il sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi, riguarda il concetto ente commerciale, perché se una scuola che chiede una retta, tra l’altro irrisoria, viene definita a prescindere attività commerciale, senza considerare l’utilità pubblica delle attività che presta in settori di attività considerati di interesse generale e senza scopo di lucro, allora si apre un enorme vaso di pandora. Insomma il punto è che il tema è così complesso da non poterlo ridurre a delle categorie assolute.

Il Governo, dopo le polemiche dei giorni scorsi, si è mostrato sensibile al tema ed ha subito promesso un tavolo tecnico di confronto per proporre adeguate soluzioni normative volte a fare chiarezza sulla materia. In realtà, se c’è la volontà politica, come ha ben sottolineato anche l’ex Ministro all’Istruzione, Beppe Fioroni, il problema potrebbe essere facilmente risolto, perché “quello che serve è una norma di una riga che dica che gli enti gestori di scuole senza reddito e senza profitto non possono essere considerati attività commerciali”. Ma ciò potrà realmente accadere solo se si comprenderà fino in fondo che le paritarie rappresentano un valore aggiunto per il sistema scolastico italiano e la loro chiusura, contrariamente a quanto si crede, non solo lederebbe il diritto all’istruzione e alla libertà di scelta del singolo, ma arrecherebbe notevoli danni all’ economia del nostro Paese.

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