lunedì 31 agosto 2015

Reggia di Portici: lo scandalo degli abusi edilizi e la mancata valorizzazione del sito

di David Lebro

Abuso edilizio nella Reggia di Portici - Particolare

E’ inverosimile scoprire che all’interno di un sito borbonico, la cui importanza è ampiamente riconosciuta dal punto di vista storico, artistico ed architettonico, siano presenti diversi abusi edilizi, per giunta in un’area vincolata, che alterano l’originario stato dei luoghi. Stiamo parlando della Reggia di Portici, una delle storiche residenze dei Borbone, trattata come l'ultimo dei bassi dei vicoli delle periferie partenopee, troppo spesso letteralmente violentati nell'aspetto e nelle dimensioni nel corso del tempo.

La scoperta è avvenuta in occasione di un recente sopralluogo effettuato in qualità di consigliere delegato della Città metropolitana di Napoli con alcuni dirigenti dell’Area Patrimonio, il sindaco di Portici, Nicola Marrone, il Preside della Facoltà di Agraria, Prof. Paolo Masi e il Direttore del Centro Museale MUSA, Prof. Stefano Mazzoleni.

Dopo aver visionato con i presenti le maestose strutture presenti, gli spazi all’aperto e quelli adibiti a polo museale, e una volta acquisite le potenzialità del sito nell’intero complesso, ho potuto constatare la presenza di diversi illeciti all’esterno di tre abitazioni locate nei prospetti interni della Reggia.

Ho così dato subito mandato agli uffici dell’Area Patrimonio e dell’Area Legale dell’Ente di procedere a tutti gli adempimenti di competenza per il ripristino dello stato dei luoghi e il recupero della naturale vocazione del sito, perché non solo sottraggono alla collettività degli spazi che potrebbero essere adibiti a destinazioni d’uso diverse, ma impediscono anche una loro eventuale messa a reddito attraverso attività culturali e di promozione turistica.

Il complesso monumentale borbonico ha, infatti, un potenziale enorme e solo iniziando a ripristinare la legalità si può pensare di procedere ad un vero progetto di salvaguardia e valorizzazione, che partendo dal completamento del restauro delle facciate della Reggia, ad oggi del tutto rovinate e pericolose per la pubblica incolumità, porti ad una riqualificazione del sito nel suo complesso, prevedendo anche nuove destinazioni museali in collaborazione con l’Università e il Comune di Portici.

Per rivitalizzare la zona limitrofa alla Reggia, inoltre, è necessario portare avanti il bando di avviso pubblico già in itinere, per l’assegnazione in concessione dei locali commerciali di proprietà dell’Ente metropolitano posti sulla vicina via Università, dando precise indicazioni sulle destinazioni d’uso, che, in ogni caso, dovranno essere compatibili con le politiche di tutela, valorizzazione e promozione del territorio.

Si tratta di piccoli passi fondamentali per tutelare e riappropriarsi di un bene dall'alto valore storico, che ha tutto il diritto di essere conservato dignitosamente nel tempo.

Abusi edilizi nella Reggia di Portici - Panoramica

Reggia di Portici: da residenza dei Borbone a polo universitario e un potenziale tutto da scoprire

di David Lebro

Il complesso monumentale della Reggia di Portici
Immaginate di trovarvi di fronte ad un complesso monumentale di inestimabile valore, dove, fra l’altro, esistono testimonianze del soggiorno sia di papa Pio IX che di Amadeus Mozart.

Immaginate di calpestare anni di storia, circondati dal verde dei boschi e dei giardini all'inglese e poi di perdervi in costruzioni maestose che vi ricordano il tempo glorioso dei Borbone.

Immaginate di visitare stanze ricche di testimonianze e di storie di vita, sopravvissute all'oblio dei secoli, di poter vedere ortaggi, legumi e piante, sapientemente catalogati per specie e provenienza o di poter sfogliare antichi libri di botanica, alcuni risalenti addirittura al '700.

Il tutto assaporando l'odore della storia che vi circonda e vi avvolge. Parliamo della Reggia di Portici, una delle quattro residenze costruite da Carlo III di Borbone, che unitamente al parco e agli altri edifici del ‘700 in esso dislocati, rappresenta uno dei siti borbonici di maggior pregio ed interesse.

La Reggia, che oggi accoglie il polo universitario di Agraria della Federico II e i “Musei delle Scienze Agrarie - MUSA”, si presenta come una struttura dalle enormi potenzialità, e che potrebbe diventare, senza dubbio, il principale attrattore dell'intera area ovest della città metropolitana di Napoli.

Un reperto del Centro Museale
Il complesso, venne acquistato nel 1871 dalla Provincia di Napoli, che ne è ancora proprietaria, con l’espresso compito di collocarvi la Scuola superiore di Agricoltura, istituita poi nel 1872. All'epoca, la realizzazione del nuovo palazzo reale fu da stimolo per la costruzione di numerose altre dimore storiche nelle vicinanze, le cosiddette ville Vesuviane del Miglio d'oro, ovvero 122 dimore dislocate tra Portici, Ercolano, S. Giorgio a Cremano, Barra, San Giovanni a Teduccio e Torre del Greco, nate al fine di ospitare la corte reale.

La recente costituzione da parte dell’Università Federico II di Napoli di un Centro Museale, il MUSA, integrato con l’Herculanense Museum, allestito dalla Soprintendenza in alcune sale del piano nobile della Reggia, ha reso possibili nuovi scenari di valorizzazione e di fruizione pubblica del sito reale, oltre al mantenimento delle sue funzioni didattiche come sede universitaria.

Di grande fascino sono sicuramente il salottino Luigi XIV, l'appartamento di Carolina Bonaparte e l'intero polo museale che accoglie importanti testimonianze e rari manufatti e attrezzi agricoli perfettamente conservati nel tempo. L’Orto botanico e il bosco poi contribuiscono a rendere il sito ancora più suggestivo.

Una delle facciate della Reggia da restaurare
Per favorire dunque, la salvaguardia, la valorizzazione ed assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica di un sito di incantevole bellezza quale quello di Portici, è doveroso innanzitutto sbloccare i fondi per il recupero e il restauro delle facciate della Reggia che, ad oggi, risultano completamente rovinate nonché pericolose per la pubblica incolumità. E si potrebbe cominciare magari con l'inserire la stessa nell'elenco dei siti da valorizzare in quanto dimore borboniche. Potrebbe essere il primo importante passo per un progetto di più ampio respiro. Tale operazione, in realtà, risulta necessaria per garantire la sicurezza degli studenti che frequentano quotidianamente le strutture del Dipartimento di Agraria e di tutti le persone che ogni giorno si recano nel sito borbonico. Dopo aver attivato un processo di riqualificazione del sito, si potrebbe ragionare seriamente, inoltre, sull’opportunità di potenziare e valorizzare l’attuale attività museale, associando, al Museo Herculanense virtuale, la realizzazione di un museo archeologico reale, che potrebbe accogliere i reperti provenienti dagli scavi di Ercolano, attualmente depositati nei locali sotterranei del Museo Archeologico Nazionale.

Le idee e i progetti insomma, di certo non mancano, l'importante è cominciare ad attuare seriamente una politica del fare, che si occupi concretamente di migliorare la vita dei cittadini, anche attraverso la progressiva valorizzazione di strutture pubbliche storiche che, se correttamente utilizzate, potrebbero ben alimentare l'economia cittadina.

venerdì 28 agosto 2015

Napoli: Il mercatino delle occasioni perdute

Quel “pasticciaccio brutto” dell’ex-mercato coperto di Sant’Anna di Palazzo

Marcello de Angelis

Cammini tra i vicoli stretti e poco illuminati facendoti spazio tra bancarelle e ambulanti che vendono articoli di tutti i tipi. Fai attenzione ai motorini carichi di persone regolarmente senza casco e alle auto che percorrono le strade in doppio, triplo e forse anche quadruplo senso. Schivi improvvise buche nella già irregolare pavimentazione e cerchi di evitare violente pallonate di scugnizzi che improvvisano partite di pallone tra gli incauti passanti… dicevo, cammini veloce tra il caos e il fermento di queste viuzze e d’improvviso te lo trovi davanti. Un’enorme costruzione abbandonata che sorge nel cuore di una delle zone più popolose di Napoli. Ci troviamo nella parte finale dei Quartieri Spagnoli, in Piazza Sant’Anna di Palazzo e l’edificio in questione è il cosiddetto “ex-mercato coperto di Sant’Anna di Palazzo”.
L'ex mercato coperto di Sant'Anna di Palazzo
Edificato in un’area appartenuta alla Comunità Valdese e donata da quest’ultima al Comune di Napoli negli anni settanta affinchè vi fosse costruito un mercato coperto e un centro sociale, fu progettato nel lontano 1980 dall’architetto Salvatore Bisogni il quale, seguendo uno stile sicuramente innovativo, ma che poco o niente c’azzeccava con i palazzi già esistenti, ebbe il compito di ideare un complesso in cui concentrare le attività commerciali dei quartieri limitrofi. L’obiettivo era quello di liberare le strade dalla miriade di bancarelle che rendono sì caratteristica la zona, ma che intralciano inevitabilmente il traffico dei veicoli e, soprattutto, dei mezzi di soccorso. Inoltre c’era il desiderio di regalare la speranza di riscatto sociale ad una piazza situata non in una sperduta periferia, bensì a pochi passi da due strade fondamentali per la città: via Chiaia e via Toledo.

L’architetto disegnò una grossa piazza coperta, circondata da un altissimo colonnato, dentro cui inserì diciotto box, otto di media dimensione al piano inferiore e dieci più piccoli a quello superiore, nati come una sorta di botteghe dell’età moderna. Accanto a tale struttura fu disegnato un palazzetto in cui dovevano svolgersi svariate attività sociali, così come desiderato dai Valdesi. I lavori iniziarono con un ritardo imbarazzante e furono completati solo nel 2001, quando i box/botteghe 2.0 furono assegnati.
Alcuni box dell'ex mercato coperto di Sant'Anna di Palazzo
Ma l’euforia da “taglio del nastro” durò poco. Infatti, appena pochi mesi dopo l’inaugurazione, l’impianto iniziò ad essere abbandonato da tutti gli assegnatari, i quali denunciavano il fatto che la struttura non rispondeva alle loro esigenze soprattutto per le dimensioni estremamente ridotte di alcuni box/botteghe. Essi tornarono così ad occupare nuovamente con le proprie bancarelle le vie e i vicoli circostanti, facendo ripiombare il quartiere, che per qualche tempo aveva respirato nella larghezza e pulizia delle strade, nel suo caos originario.

I box, così come i locali e gli uffici rimasero deserti. Tutto fu abbandonato. Una struttura nuovissima nel cuore dei Quartieri spagnoli, costata milioni di lire, che miseramente ha fallito il suo compito per un errore di strutturazione. Ma vi è di più: ad oggi, dopo quattordici anni, quella struttura è ancora lì, abbandonata a se stessa, pesantemente deteriorata dal tempo. Dall’esterno è un buio mostro di cemento che domina con la sua ombra la già piccola Piazza Sant’Anna di Palazzo; dall’interno è anche peggio: durante la notte i box, con le serrande ormai divelte e arrugginite, diventano, nella migliore delle ipotesi, rifugi per senzatetto mentre la parte sottostante è diventata una discarica a cielo aperto, che emana un ormai perenne fetore irrespirabile. Sotto al colonnato gli immancabili scugnizzi giocano a pallone tra le carcasse di veicoli rubati, smontati e abbandonati. Per non parlare poi di una comunità di gatti che ha adottato l’edificio come abitazione stabile. Felini di tutti colori hanno colonizzato l’ex mercato nutrendosi ora dei rifiuti, ora del latte che ormai i cittadini del quartiere portano loro regolarmente. A questo punto la domanda che sorge è banale, lo so, ma va fatta: come è spiegabile tutto ciò? Come è possibile che in quattordici anni l’Amministrazione Comunale (proprietaria dell’area) non sia stata in grado di trovare una soluzione per riconvertire una struttura che rappresenta ormai un enorme monumento allo spreco del denaro pubblico?

In realtà nel 2005 si tentò una rivitalizzazione dello stabile in disuso attraverso uno stanziamento del Comune di Napoli di circa centoventimila euro. Il progetto e la sua realizzazione finirono nelle mani del legale rappresentante del CAT, Centro Assistenza Tecnica Confesercenti, così come i centoventimila euro. Come troppo spesso capita in queste situazioni, nulla più accadde. E nulla più si seppe di quella somma stanziata. Nel 2006 il Presidente della Prima Municipalità Fabio Chiosi decretò la chiusura della struttura in quanto utilizzata quasi esclusivamente da un solo commerciante (si parlò di concorrenza sleale). Tra le tante proposte per reinventare una diversa destinazione d’uso dello stabile, nel 2008, ci fu quella di farne un parcheggio per i residenti, cosa che avrebbe evitato la sosta selvaggia delle auto, classica situazione giornaliera della zona. Ma anche questa idea non fu concretizzata e fu lasciata cadere nel vuoto dall’allora Amministrazione Comunale. E arriviamo così al 2011, anno in cui lo stesso Presidente dichiarò come i box abbandonati erano diventati, tra l’altro, depositi abusivi di personaggi poco raccomandabili.
 
Un altro scorcio dell'ex mercato coperto di Sant'Anna di Palazzo
A questo punto è ovvio che anche solo per ipotizzare una riattivazione dell’ex mercato coperto di Sant’Anna di Palazzo è necessaria una seria riqualificazione nonché ristrutturazione del sito abbandonato, ed è altrettanto ovvio che per far partire un progetto di tal portata è indispensabile l’uso di una ulteriore porzione di denaro pubblico. Praticamente un ininterrotto circolo vizioso. Ma nel giugno 2012 un accordo tra regione Campania, comune e Ministero dei Beni Culturali ha fatto vedere una piccola luce in fondo al tunnel in quanto ha permesso che venissero stanziati dall’Unione Europea 100 milioni di euro per eseguire lavori di restauro dei monumenti del centro storico, il quale versa in condizioni poco idonee alla conservazione dei beni artistici che giacciono in condizioni di estremo abbandono. Tutto ciò grazie al fondamentale intervento dell’Unesco, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, che nel 1995 dichiarò il centro storico di Napoli patrimonio dell’umanità inserendolo nella lista dei beni da tutelare. Nella motivazione è citato testualmente che “il sito è di eccezionale valore. Si tratta di una delle più antiche città d'Europa, il cui tessuto urbano contemporaneo conserva gli elementi della sua storia ricca di avvenimenti”. Nell’area considerata patrimonio dell’Unesco si trova proprio il quartiere San Ferdinando e, nell’allegato 6 del piano di gestione del sito, vi è un elenco di schede inerenti ai progetti da svolgere e udite, udite… col codice 28 si può leggere proprio: “Mercatino di Sant’Anna di Palazzo”, ovvero il progetto per il recupero, restauro e il riadattamento della citata struttura. Le attività proposte sono: una ludoteca, servizi sociali, strutture operative per le erogazioni dei servizi alle imprese. È inoltre programmata l’installazione di un impianto di produzione di energia fotovoltaica. Tutto molto bello, per carità, eppure dopo tre anni e a pochi mesi dalla restituzione dei fondi europei (dicembre 2015) neanche una brutta copia di un cantiere è sorto in prossimità dell’ex mercato coperto. Perché? E perché gran parte di questi fondi sono stati destinati a siti che non avrebbero bisogno di interventi?

L’unica certezza è che la Regione Campania, durante la presidenza Caldoro non ha saputo gestire al meglio l’arrivo di questi fondi. Situazione messa in luce anche dall’attuale Presidente della Regione Vincenzo De Luca che ha tuonato contro il fatto che alla fine del periodo 2007-2013 di gestione dei fondi europei dovrà essere restituita all’Europa la cifra totale di quasi 3 miliardi di euro che non si è stato in grado di spendere, ovvero di certificarne la spesa. Neanche col recente decreto di accelerazione.

E così, per l’ex mercatino di Sant’Anna di Palazzo nulla è cambiato, segno evidente dell’incapacità di chi ci ha governato e delle innumerevoli occasioni mancate (volutamente?) o non colte al momento giusto. La sua rinascita poteva essere il volano per un successivo intervento di risanamento ambientale con una inevitabile riqualificazione urbana ed economica dell’area. Certo, l’unico risvolto negativo di una tale opera sarebbe stato il trasloco della comunità felina, attuale ospite della struttura. E vabbè, un peso che si poteva ben sopportare.

A rischio chiusura l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici

di Antonio Ianuale

Spesso le cose importanti le abbiamo davanti agli occhi, ma non riusciamo a vederle, almeno fino a quando subentra il pericolo di perderle. Ma allora è troppo tardi, e non restano che rimpianti. Speriamo non sia questo il caso dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici che da anni attraversa una grave crisi, nell’indifferenza generale. Situazione aggravatasi negli ultimi mesi, con lo scenario della chiusura del prestigioso istituto che rischia di concretizzarsi nel prossimo mese di settembre.

Non è la prima volta che l’Istituto rischia la chiusura, infatti è nel 2009, che l'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti operò dei tagli ai fondi stanziati da Carlo Azeglio Ciampi prima come premier e poi come presidente della Repubblica, utili per la sopravvivenza dell’istituto. Il regime di tagli indiscriminati è continuato ancora, con l’Istituto che si è visto privato dei finanziamenti pubblici, ed è stato sostenuto solo da finanziamenti privati. Sul sito dell’Istituto www.iisf.it è consultabile l’appello che l’Istituto ha lanciato all’allora Presidente della Regione Caldoro e al Ministro per i Beni e le Attività culturali del governo Monti, Lorenzo Ornaghi. Nel 2008 la Sovrintendenza ai beni librari della Regione Campania ha riconosciuto il valore delle circa trecentomila opere, dichiarando la raccolta frutto “delle attività di studio, ricerca e formazione promosso dall'Istituto di appartenenza”.

Così la Regione Campania, nel 2001 con delibera n. 6039, individuò come nuova sede della biblioteca i locali dell'ex-CONI in Piazza Santa Maria degli Angeli n. 1, a pochi passi dalla sede dell’Istituto a Palazzo Serra di Cassano. Ma lo scenario cambia completamente quando la Giunta regionale emana nel 2011, la delibera n. 283 che stravolge completamente il progetto originario per cui erano stati stanziati anche specifici fondi europei. Il locale, che doveva essere a completa disposizione dell’Istituto, viene designato «come fondo iniziale dei volumi che obbligatoriamente vengono trasmessi in copia alla Regione Campania da editori e aziende tipografiche allorquando pubblicati». La stessa delibera prevede l'attivazione di una Biblioteca pubblica “a scaffale aperto”. La problematica sorge in quanto le dimensioni della biblioteca dell’Istituto occuperebbero per intero lo spazio a loro destinato nella prima delibera. L’Istituto chiede “la revoca della delibera del 21 giugno 2011 e che, su sollecitazione del Ministero dei Beni culturali, il Governo presenti un disegno di legge al Parlamento diretto a garantire un finanziamento stabile per l'Istituto che consenta di ripianare gli oneri finanziari derivati dal ritardo”. L’appello è stato firmato tra gli altri da Stefano Rodotà, Roberto Saviano, Salvatore Settis, Gianni Vattimo, Gustavo Zagrebelsky.
Negli ultimi mesi la situazione si è aggravata maggiormente, con Equitalia che ha bussato alle porte dell’Istituto. I collaboratori del prestigioso istituto sono senza stipendio da un anno e mezzo, e lo scorso martedì 13 giugno hanno organizzato un sit-in di protesta per sensibilizzare la cittadinanza alla causa dell’istituto. Molti mezzi di informazioni si sono interessati alla vicenda, molti intellettuali hanno firmato l’appello e invitato ad una libera donazione nel tentativo di salvare un patrimonio culturale con pochi eguali nel mondo. L’Istituto ha una lunga storia alla spalle: è stato fondato, infatti, nel 1975 da Enrico Cerulli, Elena Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli e Gerardo Marotta, che ne è anche il presidente. 
I numeri dell’Istituto sono lì a raccontare la storia che adesso rischia di sparire: 27mila gli ospiti dell’Istituto tra filosofi, sociologi, medici e matematici, migliaia le borse di studio erogate a giovani ricercatori, 15mila tra lezioni e convegni in tutto il mondo. Inoltre, ogni anno l’Istituto organizza scuole estive di alta formazione, seminari e giornate studio. Qualche mese fa, precisamente il 26 maggio al teatro Mercandante, l’Istituto ha festeggiato i quarant’anni di attività. Speriamo davvero che non sia stato l’ultimo.

Novità nella riscossione dei tributi a Napoli: l’addio del Comune a Equitalia

di Antonio Cimminiello

In occasione dell’approvazione del bilancio comunale ad opera della Giunta De Magistris avvenuta a fine Luglio, un importante annuncio è stato dato dall’assessore al Bilancio Salvatore Palma, relativamente alla riscossione dei tributi ed altri crediti dovuti al Comune.

Si tratterà, fuori dubbio, di un’importante svolta in ordine a quello che ha rappresentato finora un vero e proprio problema, se si pensa che fino all’anno scorso ben il 65 per cento dei crediti vantati, per varie ragioni, non è mai stato riscosso.

In particolare, l’Ente ha deciso di intervenire in materia in prima persona, annunciando per il 2016 la nascita di “Napoli Riscossione”, ossia una nuova società in house, direttamente partecipata dal soggetto pubblico, che sostituirà l’attuale Equitalia Sud S.p.A., le cui modalità di azione non sono andate in passato esenti da critiche.
Da un lato la notizia può far sorgere inevitabilmente perplessità: l’esperienza delle società partecipate, espressione di un intervento diretto delle istituzioni in settori delicati quale quello economico, spesso ha portato a risultati quasi fallimentari. Non solo a livello locale (brucia ancora, infatti, il fallimento di BagnoliFutura) ma anche a livello nazionale, visto che recenti statistiche hanno dimostrato che la maggior parte di tali società chiude perennemente il bilancio in rosso in ben sette regioni, sopravvivendo soltanto grazie a continue ricapitalizzazioni pubbliche.

E non è un caso che nella riforma della Pubblica Amministrazione varata di recente dall’Esecutivo Renzi figuri ancora una volta la mission della soppressione degli enti inutili o in debito, di cui le partecipate spesso non sono che articolazione.

Dall’altro lato però non si possono nascondere i potenziali vantaggi che potrebbero sorgere con l’avvento di “Napoli Riscossione”. Si costituirebbe in primis un soggetto che vanterebbe il complessivo know-how di professionalità già organiche all’Ente di Palazzo San Giacomo, con conseguente valorizzazione e guadagni in termini di competenza. Inoltre, dato che non può mai mancare un occhio alla spesa pubblica, si usufruirebbe di un agente della riscossione dall’operato meno dispendioso (in tal modo infatti il cosiddetto aggio, cioè la remunerazione dovuta all’agente della riscossione per la propria attività, scenderebbe dall’attuale 8 per cento corrisposto ad Equitalia al 4 per cento).

Soltanto l’operato in concreto di “Napoli Riscossione” permetterà al riguardo di trarre le conseguenze: sta di fatto che il Comune così continua sulla strada del ricorso a soluzioni decise sul piano economico, se si pensa che questa scelta fa seguito ad un’attività di riscossione che da Gennaio 2015 ha già permesso il recupero di ben 35 milioni di euro, fermo l’obiettivo di raggiungere quota 100 milioni di Euro proprio grazie alla nuova società pubblica.

Gioie e dolori del post-laurea. Quali prospettive occupazionali?

Quando la laurea va appesa al chiodo: la vicenda dei ragazzi di "Onda d'Orto"

di Elvia Puglisi

Il prezzo di carta tanto agognato spesso lascia l’amaro in bocca? Appena laureati si prova un senso di vuoto e spaesamento e si finisce con l’esclamare: “E ora?”. E’ normale. L’entusiasmo, l’iniziativa, la voglia di fare, i progetti. E poi l’insicurezza. Più di quanto si immagini ci si ritrova a fare i conti bruscamente con una realtà ostile nei riguardi dei nostri sogni. Ma si trattasse solo di quelli.

Si sa che la realizzazione personale passa per quella professionale, oltre che affettiva, dunque la sicurezza economica e la stabilità lavorativa diventano un presupposto necessario per preservare la nostra serenità e rendere possibile la realizzazione di qualsiasi progetto di vita concreto.


I dati parlano chiaro: secondo l’annuale rapporto di AlmaLaurea, il portale dedicato all’università e al lavoro, nonostante un’inversione di tendenza i laureati a cavallo della crisi, dovranno patire ancora per un po’ i suoi strascichi. Il rapporto raccoglie infatti i dati delle indagini svolte su 490 mila laureati di 65 università italiane, delle 72 ad oggi aderenti al Consorzio, ovvero oltre 240 mila laureati di primo livello, oltre 180 mila laureati magistrali e oltre 57 mila magistrali a ciclo unico degli anni 2013, 2011 e 2009, intervistati rispettivamente a uno, tre e cinque anni. Ciò che ne è emerso è che sono i giovani laureati a pagare il prezzo più alto, soprattutto per quanto riguarda il tasso di occupazione a lungo termine (oltre i 12 mesi), passato, tra il 2007 e il 2014, dal 2,8% al 7,7%, con un incremento di 0,9 punti percentuali registrato solo nell’ultimo anno.

Preoccupante è anche il fenomeno dei cosiddetti Neet (ragazzi 15-29enni che non studiano e non lavorano), un chiaro segno della sfiducia ormai sovrana tra i giovani d’oggi nei confronti del tema occupazione. Nel 2014 i Neet incidono per il 26,2%, valore che resta nettamente superiore alla media europea a 27 Paesi, pari al 15,8%.

A tale proposito è emblematica la storia di Matteo, Jacopo, Filippo e Giacomo, quattro giovani di La Spezia che hanno deciso di “appendere la laurea al chiodo” e dedicarsi alla coltivazione della terra. Nonostante i diversi ambienti accademici di provenienza, i quattro hanno deciso di mettere assieme competenze e passione per realizzare un progetto agricolo, “Onda d’orto”, volto a convertire terreni incolti, a rischio idrogeologico, in appezzamenti agricoli produttivi, tramite il metodo dell’agricoltura sinergica.

I commenti dei ragazzi di Onda d’Orto sono a dir poco entusiasmanti: “Facciamo finalmente qualcosa di nostro che ci piace e in cui crediamo. Qualcosa di concreto: produciamo cibo. E finalmente possiamo vedere un risultato tangibile, a stretto contatto con la natura e con i suoi ritmi”. E ancora: “viviamo le nostre giornate all’aperto, non abbiamo bisogno di pagare l’abbonamento in palestra dopo il lavoro in ufficio, abbiamo una vita faticosa ma felice, siamo padroni del nostro tempo, e la gente che ci chiede la verdura o che ci vede lavorare nel campo è curiosa entusiasta” sostengono i ragazzi.

Una decisione coraggiosa, ma che ripaga. Un progetto che, indubbiamente, senza il background di studi e di esperienze lavorative maturato forse non avrebbe dato gli stessi frutti, ma che fondamentalmente parte da la voglia di fare e dalla libertà di esprimersi e “fare da sé” un lavoro, concreto e produttivo. Forse l’ingegno è una delle poche risorse rimaste in nostro possesso (oltre alla sempreverde speranza) per cambiare le cose e invertire la rotta. Per non snaturarci e non finire col vivere per lavorare. Ma lavorare per costruire la nostra vita.




Il genio di Peppino De Filippo tra teatro, cinema e televisione

di Antonio Ianuale

Era il 24 agosto del 1903, quando nasceva Giuseppe De Filippo, conosciuto da tutti con il nome di Peppino. Figlio naturale di Eduardo Scarpetta, fratello di Eduardo e Titina, fin dall’infanzia Peppino respira l’aria del teatro, recitando a fianco del fratello maggiore nella compagnia di Eduardo Scarpetta. Nell’estate del 1930 i fratelli De Filippo decidono di fondare una loro compagnia: nasce cosi il “Teatro umoristico di Eduardo De Filippo con Titina e Peppino”. Ma sarà solo nel 1931 che i fratelli De Filippo riescono a realizzare il loro progetto, infatti, il debutto della “Compagnia Teatro Umoristico I De Filippo” avviene a Napoli il 25 dicembre 1931 con Natale in casa Cupiello, al Teatro Kursaal.


Il rapporto tra i due fratelli non è semplice, a causa del carattere austero e rigido di Eduardo, che durante le prove era severissimo anche con il fratello. Nel recensire uno spettacolo, Corrado Alvaro individuò «la tirannia di Eduardo su Peppino timido e impacciato». La frattura totale e insanabile si compie nel 1943, con Peppino che decide di lasciare la compagnia. Peppino ne fonda una nuova con il figlio Luigi e si afferma come commediografo. Tra le sue commedie più comiche e divertenti ritroviamo Ma c’è papà, Quaranta ma non li dimostra, Cupido scherza e spazza. Peppino si cimenta con successo anche come attore nelle sue interpretazioni dei personaggi di Moliére e Pinter. Ma la sua fama è dovuta certamente più alla televisione e al cinema, dove è indimenticabile nel personaggio di Pappagone e nei film a fianco del grande Totò. Nel 1966 Peppino, nel corso di una trasmissione televisiva intitolata Scala Reale, presenta il personaggio di Pappagone, una maschera che ha chiari riferimenti alla Commedia dell’Arte. E’ l’aiutante comico, farsesco, un po' stupidotto del "Cummantatore Pupino Di Filippo". Una maschera allegra, goffa, buffa che cerca con astuzia e furbizia di non farsi sopraffare dalla vita. Pappagone, diventa l'alter ego di Peppino, che con ironia si prende gioco di se stesso, ma diventa anche un personaggio su cui ognuno di noi può ritrovare qualcosa di sè.

Peppino crea una lingua apposita, composta da sfumature, colori, neologismi, gerghi in vernacolo-italianizzato. Molto popolari divengono i suoi "piriché", "eque qua", "anzio", "propeto", "tante esequie", che formano un nuovo linguaggio che distanzia Pappagone dalla Commedia dell’Arte. Ma il culmine della popolarità Peppino la raggiunge nel sodalizio con Totò, che ha inizio nel 1952 con il film Totò e le donne e continua con altri quindici film in cui Peppino svolgerà egregiamente il ruolo di spalla, mantenendo al tempo stesso una sua originalità interpretativa.


I film con Totò hanno regalato scene memorabili ed indimenticabili che sono pietre miliari nella storia del cinema. Come non citare nel film Totò Peppino e la malafemmena, l’arrivo a Milano dei fratelli Capone e il dialogo con il vigile “austriaco”. O anche la scena della lettera nel medesimo film ripresa anche dalla coppia Troisi-Benigni. Tra i personaggi più divertenti interpretati da Peppino, oltre al già citato fratello Capone c’è sicuramente il ragioniere Lo Turco nel film La banda degli onesti dove ritroviamo la famosissima scena dove Totò e Peppino sono intenti a riprodurre soldi falsi nella tipografia, girata con la velocità della commedie americane. La critica di quel tempo non è molto generosa con Totò e con Peppino, non risparmiando critiche molto dure.



L’unico riconoscimento per Peppino arriva nel 1957 con il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista nel film Totò, Peppino e i fuorilegge. Nel 1962 recita nel film Boccaccio ’70, composto da quattro episodi girati da quattro grandi registi italiani: De Sica, Fellini, Monicelli, Visconti. Peppino è protagonista dell’episodio Le tentazioni del Dottor Antonio, girato da Fellini, con la sceneggiatura di Ennio Flaiano e dello stesso Fellini. Il suo personaggio Antonio Mazzuolo è un moralista turbato e tormentato dall’immagine provocante di una donna su un cartellone pubblicitario posto dinnanzi alla sua abitazione. Tra le sue ultime apparizioni cinematografiche, dopo la fine del sodalizio con Totò, ricordiamo le pellicole musicali firmate da Bruno Corbucci e da Lina Wertmüller. La sua ultima apparizione è nel film Giallo Napoletano dove interpreta il ruolo del padre del protagonista, che ha il volto di Marcello Mastroianni. Nel 1976 pubblica la sua autobiografia Una famiglia difficile. Muore all’età di 76 anni per una cirrosi epatica. Il rapporto con Eduardo non si è mai ricomposto, nonostante momenti di riavvicinamento tra i due fratelli, tanto che alla notizia della morte di Peppino, Eduardo disse dal palco del Duse di Bologna :“adesso mi manca come compagno, come amico, ma non come fratello”.




Università: seguire le proprie attitudini o rischiare di sopprimere la propria natura?

di Elvia Puglisi

Tempi di bilanci e scelte importanti per i diplomati delle scuole superiori. I test di ingresso per l’anno accademico 2015-2016 sono quasi alle porte e milioni di studenti, tra un aperitivo e un tuffo in acqua, saranno chini sui libri a completare la propria preparazione al “grande evento”. Sul fronte ci sono alcune novità: ad esempio quelle riguardanti il test per la facoltà di Medicina e Chirurgia, che sarà preceduto da una sorta di autovalutazione orientativa, da sottoporre agli studenti dell’ultimo anno di scuole superiori. “Con il test di autovalutazione ci sarà una scelta più consapevole al riguardo, prima dell'effettiva iscrizione” ha spiegato il Ministro Stefania Giannini. Tuttavia si corre il rischio di scoraggiare preventivamente gli studenti speranzosi che già si trovano a fronteggiare le paure e le incertezze dell’esame di maturità.

La data ufficiale dei test di ammissione a Medicina è fissata quest’anno all’8 settembre. La novità è che da quest'anno i quiz di cultura generale verranno rivisti da una commissione ad hoc, che ha il compito di perfezionare i quesiti per garantire una qualità superiore dei nuovi iscritti.


A monte, tuttavia, c’è la scelta dell’indirizzo verso il quale orientarsi: studi umanistici o scientifici? I dati sull’occupazione parlano chiaro, così come i dibattiti di recente scatenatisi. Stefano Feltri, vicedirettore de “Il Fatto quotidiano”, ha infatti rilasciato alcune considerazioni personali sull’utilità degli studi di stampo umanistico ai fini lavorativi. “È giusto studiare quello per cui si è portati e che si ama? Soltanto se si è ricchi e non si ha bisogno di lavorare, dicono gli economisti. Se guardiamo all’istruzione come un investimento, le indagini sugli studenti dimostrano che quelli più avversi al rischio, magari perché hanno voti bassi e non si sentono competitivi, scelgono le facoltà che danno meno prospettive di lavoro, cioè quelle umanistiche” scrive Feltri sul suo blog.

Nonostante le numerose polemiche che tali dichiarazioni hanno scatenato, ci sono dei numeri chiari a supporto delle affermazioni di Feltri (opinabili, ma sensate): “Guardiamo all’Italia: fatto 100 il valore medio attualizzato di una laurea a cinque anni dalla fine degli studi, per un uomo laureato in Legge o in Economia è 273, ben 398 se in Medicina. Soltanto 55 se studia Fisica o Informatica (le imprese italiane hanno adattato la propria struttura su lavoratori economici e poco qualificati). Se studia Lettere o Storia, il valore è pesantemente negativo, -265. Cioè fare studi umanistici non conviene, è un lusso che dovrebbe concedersi soltanto chi se lo può permettere. L’Italia è il Paese dove questo fenomeno è più marcato”.

Cosa bisogna fare quindi? Seguire ad ogni costo le proprie attitudini e/o aspirazioni o adoperare raziocinio e rischiare di sopprimere la propria natura? Probabilmente né l’una né l’altra. Scegliere con calma e razionalità, misurandosi sempre con le proprie capacità e predisposizioni naturali. Vale a dire che un totale disastro in matematica avrà di certo vita durissima alle facoltà di Fisica ed Ingegneria. Realismo e concretezza.

Ma come si fa a chiedere tanto ad un 18enne appena uscito dalla prigione dorata della scuola superiore? Di “errori”, come li chiama Feltri, ce ne saranno ancora e ancora, poiché la scelta della giusta strada da intraprendere è lasciata nelle mani di ragazzini pieni di sogni e speranze, laddove le istituzioni sopperiscono in maniera sommaria e approssimativa. Dunque bisognerebbe diventare tutti Odontoiatri, stando al rapporto di AlmaLaurea, secondo il quale questa è la professione più redditizia attualmente, trascurando il patrimonio artistico, storico e culturale della nostra nazione. Che non darà da mangiare, siamo tutti d’accordo, ma ci rende persone libere e consapevoli. E magari chissà, un giorno ci consentirà di cambiare le cose.

Miracolo a Sant'Anna

di Germana Guidotti

Non si tratta del noto film di Spike Lee, bensì del grande evento musicale che si è svolto lo scorso 26 luglio (giorno in cui si festeggia appunto Sant’Anna) presso lo stadio San Paolo di Napoli: il concerto di Jovanotti.

La penultima tappa del tour “Lorenzo negli stadi 2015”, che fra l’altro fa da precursore all’inizio di un nuovo grande viaggio denominato “Lorenzo palasport 2015”, in partenza dal prossimo novembre, ha portato il grande artista romano nella nostra città dopo ben ventun’anni. L’ultima volta in cui Lorenzo si era esibito nello stadio partenopeo, infatti, risale al luglio 1994.

La serata ha fatto da corona a intere giornate di preparativi, attese e prove estenuanti che hanno visto particolarmente coinvolti i cittadini partenopei. Il giorno del concerto i fan si sono assiepati dal mattino presto fuori ai cancelli per poter entrare ad occupare i posti migliori sul prato, restando ore ed ore sotto un sole battente e cocente. Ma l’atmosfera non si surriscaldava solo per questo. Al momento dell’intro musicale, quando Jovanotti è salito sul palco, lo stadio è letteralmente esploso.

Ciò che colpisce maggiormente di questo straordinario artista internazionale è l’energia profusa nel proprio lavoro, percepibile in ogni nota, in ogni emissione di fiato. Energia che poi, sostanzialmente, si declina in amore per la musica a 360 gradi, in amore per la vita. Jovanotti è un cantante che non si risparmia mai, anzi: si concede tantissimo ai propri sostenitori, quasi volesse invogliare tutte le decine e decine di migliaia di spettatori presenti a salire sul palco insieme a lui, per condividere quell’esperienza irripetibile. Sembra essere nato oltre che per far ascoltare la musica, per farla vedere, raccontandola da ogni punto di vista, da ogni possibile angolazione, alla stregua di un poeta, di uno scrittore o di un pittore. Infatti, nella magica atmosfera del San Paolo, una moltitudine di persone all’unisono ha cantato, ballato, sudato, saltato al ritmo di una musica ricca, completa, colorata, bella, perché i suoni spingevano al massimo, senza risparmiare neppure un attimo di emozione.

Jovanotti, Pino Daniele ed Eros Ramazzotti

Il momento più struggente della serata è stato, senza ombra di dubbio, quello in cui Lorenzo non ha sic et simpliciter omaggiato, bensì “ha celebrato” il suo grande amico Pino Daniele, il cantautore napoletano scomparso lo scorso 4 gennaio. Tale tributo è stato reso possibile anche e soprattutto grazie alla partecipazione di Eros Ramazzotti e James Senese, saliti sul palco per creare un momento che si potrebbe definire “concerto all’interno del concerto”. Quattro brani, col saluto finale sulle note di “Yes I know my way”, uno dei maggiori successi di Daniele, insieme ad altri storici quali “Napul’ è”, “Quanno chiove”, “A me me piace o blues”, che hanno fortemente commosso i fan, ma anche i tre artisti in prima persona, con Lorenzo che cantava con le lacrime agli occhi. Il ricordo è andato chiaramente a quella celebre serata di musica del luglio 1994, quando proprio con Pino Daniele la coppia Jovanotti-Ramazzotti diede vita ad uno spettacolo rimasto nella memoria di tanti. Ecco perché questo momento è stato connotato da una così particolare emozione: perché frutto di un legame d’amicizia vero, autentico, genuino, fra tre grandi nomi del panorama musicale italiano. Il tutto accompagnato dal sapiente sax di James Senese, musicista che conobbe Pino Daniele da ragazzo e che accompagnò sempre. Proprio Senese, infatti, non poteva di certo mancare nel momento più importante per celebrare l’amico Pino. Per giunta nel suo stadio.

Il concerto di Jovanotti ha oltretutto dato nuovo impulso e nuovo vigore all’idea che Napoli ed i suoi cittadini debbano riappropriarsi dello stadio San Paolo, cornice meravigliosa per ospitare tali eventi notturni. E’ di fondamentale importanza che Napoli abbia di nuovo il suo grande stadio per la musica: uno spazio che dovrebbe, a detta di tutti, essere reso più frequentemente disponibile e fruibile per fare arte. E Lorenzo ha senz’altro “ri-aperto” il San Paolo alla grande musica, ai grandi concerti, al desiderio insopprimibile che anima noi napoletani di ammirare ed apprezzare il bello, in tutte le sue forme.

Jovanotti durante il concerto
Attraverso le cangianti sonorità degli strumenti del cantante come dei componenti della sua band, attraverso le parole, i movimenti, le immagini, i video sapientemente studiati al computer e proiettati sul led wall, nella notte del 26 luglio si è assistito ad un viaggio che ha alternato momenti all’insegna dell’introspezione e della riflessione (toccando anche tematiche delicate a sfondo politico-sociale di stringente attualità) ad altri, invece, all’insegna della carica e della vitalità, gestiti entrambi in maniera mirabile da un unico grande maestro d’orchestra.

E quando l’atmosfera si colma di magia come in questo caso non si puo’ non parlare di vero e proprio miracolo, ovviamente inteso in senso artistico.

Santa Maria Francesca: patrona delle donne sterili e in gravidanza

di Teresa Uomo

Anna Maria Rosa Gallo, venerata come Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe è stata una religiosa italiana. È oggetto di una particolare devozione a Napoli dove è considerata la patrona dei Quartieri Spagnoli e delle donne sterili e in gravidanza.


All'età di sedici anni, manifestò al padre il desiderio di entrare nel Terz’Ordine francescano alcantarino, ma questi glielo impedì, perché l’aveva promessa in sposa ad un ricco giovane che ne aveva chiesto la mano. Solo qualche tempo dopo, nel settembre 1731 il padre si lasciò persuadere da un Frate Minore francescano, Padre Teofilo, ad acconsentire che la figlia divenisse terziaria francescana.

L'8 settembre 1731, Anna Maria pronunciò i voti prendendo il nome di Maria Francesca delle Cinque Piaghe, per la particolare devozione che aveva verso la Passione di Cristo, San Francesco e la Madonna.

Secondo i suoi seguaci, la donna possedeva il carisma della profezia. Avrebbe, infatti, predetto molti eventi, poi avvenuti a persone di fede e sacerdoti, che si rivolgevano a lei come guida e consigliera. E’ considerata, inoltre, stigmatizzata come San Francesco in quanto, ogni venerdì e per tutta la durata della Quaresima, riferiva di avvertire i dolori della Passione di Cristo.

Oggi è particolarmente venerata a Napoli, soprattutto dalla popolazione dei Quartieri spagnoli, che invocò la sua protezione anche durante la seconda guerra mondiale.

La casa ed il Santuario di Santa Maria Francesca
La piccola chiesa santuario di vico Tre Re 13, ricavata vicino alla sua casa, è oggi meta di continui pellegrinaggi, e la casa convento è continuamente visitata. In particolare, all'interno del convento vi è una sedia ritenuta miracolosa dai fedeli. È la sedia dove solitamente Maria Francesca sedeva per riposare e trovare sollievo mentre avvertiva i dolori della Passione.

Oggi chi vuol chiedere una grazia alla santa, vi si siede rivolgendole una preghiera. Questo rituale è particolarmente seguito dalle donne sterili che desiderano il concepimento di un figlio. Nella casa convento è custodita un'ampia collezione di ex voto in argento che rappresentano neonati.

Forte e toccante è la testimonianza di una donna che, esattamente un anno fa, decise di organizzare una preghiera “comunitaria” a Santa Maria Francesca. Questa donna desiderava tanto una gravidanza, ma le sue speranze erano ridotte ad un lumicino. Ebbene oggi, a distanza di un anno esatto, ella aspetta una femminuccia che, naturalmente, si chiamerà Maria Francesca.

Ricordando Ugo D’Alessio: non solo spalla comica, ma anche grande attore drammatico

di Antonio Lepre

Tantissime opere di Eduardo o tantissimi film di Totò se non ci fosse stato lui forse avrebbero perso di verve. Ugo d’Alessio, al secolo Pasquale D’Alessio, nato a Napoli nell’agosto del 1909, è uno di quegli attori secondari o caratteristici ai quali i grandi attori si sono sempre poggiati per creare le loro grandi opere. È impossibile pensare a Pasquale Lojacono di Questi Fantasmi senza il portiere interpretato da D’Alessio, con la sua capacità mimica, la sua precisione interpretativa e la sua straordinaria spigliatezza.

La vendità della fontana di Trevi in "Totòtruffa 62"
Ugo D’Alessio non era solo una spalla comica come si potrebbe pensare - emblematico l’episodio della fontana di Trevi nel film Tototruffa ’62 -, ma fu anche un grande attore drammatico, sia nelle opere di Eduardo, - il ruolo del dottore nelle riprese Rai del 1963 de Il Sindaco del Rione Sanità o Zi Nicola de Le Voci di Dentro nel 1978 - sia di altri registi come Armando Fizzarotti, Mario Mattoli, Luigi Zampa e Luigi Fulci.

Non tutti sanno che l’attore partenopeo fu figlio d’arte, infatti i suoi zii Enrichetta e Giuseppe D’Alessio, erano bravissimi caratteristi del primo Novecento. Anche sua madre, Leonilda Riccardi, era attrice, prima donna delle compagnie di Federico Stella e di Salvatore De Muto, due pulcinella di fine Ottocento - inizio Novecento.

Il giovane Ugo debutta a soli otto anni nella compagnia dello zio Giuseppe, mentre nel 1926 entra fisso nella compagnia di Nino Taranto e Gegè Maggio. Dal 1927 fino al 1933 fa parte della compagnia Cafiero-Fumo, prima di iniziare un sodalizio con Eduardo De Filippo, che lo porterà al successo nazionale.

Nel contempo, però, aveva fondato una propria piccola compagnia che interpretava sceneggiate, chiamata Bruno-Clemente-D’Alessio, con la quale durante il secondo conflitto mondiale fece delle tournée negli Stati Uniti D’America. Inutile citare il passato con Eduardo e con Totò, piuttosto, è interessante ricordare che D’Alessio divenne il Felice Sciosciammocca nella seconda rinascita della Scarpettiana del Teatro San Ferdinando. Infatti, quando nel 1954 Eduardo De Filippo volle che quel teatro avesse una propria compagnia stabile che mettesse in scena i testi di Scarpetta, prima interpretò lui stesso il ruolo principale, ma poi, dieci anni dopo, diede ad Ugo D’Alessio e a Franco Sportelli il compito di rifondarla.

In ultima analisi è opportuno ricordare anche il ruolo che interpretò nel 1972 nel film tv di Luigi Comencini, Pinocchio, dove interpretava un fantastico e romantico Mastro Ciliegia, pieno di cristallina umanità. Erano proprio quelli gli anni in cui la scuola teatrale napoletana si poteva ammirare tutta in quegli sguardi e in quei movimenti.

Il lavoro ai tempi della rete: il fenomeno Linkedin

di Elvia Puglisi

In tempi di ricerca forsennata di un’occupazione (una qualsiasi, perché diciamocelo, non siamo tutti “choosy”), tra agenzie interinali ormai un tantino obsolete, annunci cartacei come ultima spiaggia e ricerche porta a porta con relativa consegna a mano dei CV, la rete sembra essere la risorsa più florida.

Tra siti di annunci online come Bakeka, Indeed, Subito.it e Kijiji, dove è possibile sia offrire che ricercare una determinata posizione lavorativa, si rivelano preziosi i cosiddetti social network professionali. Ma in cosa consistono e perché sono più utili dei social network classici? La differenza è una e basilare: sebbene anche su Facebook ci siano svariati gruppi e fanpage dedicate alle offerte di lavoro, si tratta sempre di correre un rischio, non sapendo bene chi si cela dietro quell’annuncio e quanto di vero ci sia scritto.

Social network come Linkedin, in primis, sono stati invece concepiti proprio a questo scopo, ovvero per mettere in contatto professionisti di varia provenienza lavorativa e permettere alle aziende, tramite gli addetti alle risorse umane, vale a dire i “recruiter”, di selezionare personale adeguato alle proprie esigenze. Dunque maggior sicurezza, possibilità di effettuare scremature a monte della ricerca dell’occupazione giusta e opportunità di mettersi in “vetrina”, aggiornando costantemente il proprio profilo con esperienze e competenze acquisite.

Ciò nonostante si è soliti sentir dire che la possibilità di trovare concretamente lavoro tramite piattaforme come Linkedin è leggenda. Gli esperti però la pensano diversamente. Stando, infatti, ad un’intervista rilasciata a Panorama da Mariano Corso, esperto di organizzazione e risorse umane e responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, sono quattro gli step fondamentali da seguire per trovare lavoro su Linkedin.

Innanzitutto la cura del proprio network professionale, della propria immagine e reputazione sul web. Questo è possibile tramite la scelta accurata della foto giusta e delle parole chiave utilizzate per comporre l’headline, ovvero la descrizione breve delle proprie competenze ed esperienze.

In secondo luogo è importante crearsi una giusta rete di contatti, agganciandosi a persone che lavorano nello stesso settore, sfruttando la regola dei “sei gradi di separazione”, con la quale si può arrivare ad ampliare la propria cerchia di professionisti con i quali interagire.

E’ importante inoltre mostrarsi attivi e presenti sul network, ecco il terzo punto, tramite commenti ad interventi altrui e post personali che ci permettano di farci conoscere meglio dalla rete.

Infine, Corso individua un punto fondamentale da molti trascurato: quello delle segnalazioni, vale a dire la conferma di competenze dei contatti della nostra rete, che permette di dare dei feedback sulle esperienze professionali altrui. Naturalmente il “favore” verrà ricambiato, così da generare una catena di “aiuti” virtuali molto utili.


La piattaforma Linkedin rappresenta ad oggi una realtà forte e produttiva, considerata il business social network per eccellenza, la rete professionale più grande al mondo, con i suoi 175 milioni di utenti. Ma prima di utilizzare questo network è importante seguire una serie di piccoli accorgimenti. Ad esempio è fondamentale avere un indirizzo email serio, che eviti nickname adolescenziali e ridicoli: nomecognome sarà sufficiente a rappresentare un buon biglietto da visita. Inoltre è buona norma avere un proprio sito o blog sul quale sia possibile reperire informazioni personali e professionali, utili alle aziende in fase di ricerca.

Anche il semplice profilo Facebook non va preso sottogamba: una foto profilo che metta in ridicolo, una serie di post sgrammaticati o troppo superficiali, potrebbero mettere seriamente in discussione la propria professionalità agli occhi dei recruiter. Insomma curare la propria immagine virtuale prima di quella reale pare sia la strada giusta per trovare lavoro nel terzo millennio. Ai posteri la conferma.

Al PAN “Mario Monicelli e Rap”: cent’anni di storia del cinema

di Antonio Ianuale

Nel centenario della nascita del regista e sceneggiatore Mario Monicelli, eventi, mostre e proiezioni in tutta Italia omaggiano e celebrano uno dei principali esponenti del cinema italiano. A Napoli, il Palazzo delle Arti ospita una mostra celebrativa dal 3 luglio al 29 agosto dal titolo “Mario Monicelli e Rap”.

L’evento è organizzato dall'associazione culturale Hde, con il Patrocinio del Sindaco. Realizzata in collaborazione con la Film Commission della Regione Campania, la Fondazione Premio Napoli e il Napoli Film Festival, ha il sostegno dell'Istituto Banco di Napoli - Fondazione.

La Rap del titolo, altri non è che Chiara Rapaccini, famosa designer, illustratrice nonché compagna di vita del regista. La designer ha lavorato con i colori acrilici su 17 fotografie dell’archivio personale di Monicelli, rimodellando le foto con leggere pennellate, aggiungendoci pensieri e commenti. Oltre alle immagini della Rapaccini, gli appassionati potranno ammirare ottanta foto, proveniente dai set dei film più famosi del regista suicidatosi nel 2010.

Artista polivalente, sebbene sia ricordato come uno dei padri della Commedia all’Italiana, nei suoi film Monicelli ha analizzato molte delle problematiche della società italiana: dalla meschinità e pavidità del protagonista di Un eroe dei nostri tempi, alla descrizione dei rapporti familiari in Padri e Figli, all’affresco sul movimento operaio nel film I Compagni, fino al rapporto tra Nord e Sud nel film Romanzo Popolare.


 Uno dei suoi film più famosi è La Grande Guerra, dove racconta le paure dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale. Il film, considerato uno dei capolavori della storia del cinema, ha portato a Monicelli l’attribuzione di un Leone d’oro, tre David di Donatello e due Nastri d’Argento. La seconda parte della sua produzione si incentra sulla commedia, con il fortunatissimo Amici Miei, di cui Monicelli curerà anche il seguito Amici Miei Atto II. Le burle organizzate dai quattro amici fiorentini protagonisti, nascondono un senso di disagio, una disillusione malinconica, con la morte di uno dei protagonisti che non consente il lieto fine, ma accentua la precarietà della condizione umana. In mezzo Monicelli girerà Il Marchese del Grillo, con protagonista Alberto Sordi, l’attore preferito da Monicelli che lo trasforma anche in attore impegnato nei film La Grande Guerra, Un eroe dei nostri tempi e Un borghese piccolo, piccolo.
Monicelli si cimenta con successo anche nella riscrittura cinematografica di testi letterari: il primo suo cortometraggio è infatti Cuore Rivelatore, ispirato all’omonimo testo della scrittore Edgar Allan Poe. Anche il suo primo lungometraggio “I ragazzi della via Pal” è tratto dalla letteratura, la fonte è infatti, il celebre testo dello scrittore ungherese Ferenc Molnár. Altri esperimenti dello stesso genere producono Le due vite di Mattia Pascal, tratto dal capolavoro di Pirandello, Il fu Mattia Pascal e i Picari tratto dal romanzo spagnolo del Cinquecento Lazarillo de Tormes


Monicelli ha lavorato con gli attori che hanno fatto la storia del nostro cinema, da Alberto Sordi, a Vittorio Gassmann, a Marcello Mastroianni fino a Totò, protagonista dei primi film. L’ultima parte della sua produzione cinematografia lo vede impegnato in documentari e cortometraggi. L’ultimo lavoro è La Nuova Armata Brancaleone, del 2010, dove si scaglia contro i tagli alla cultura operati dal governo Berlusconi e invita i giovani alla ribellione. Proprio nel 2010, Monicelli debilitato da un cancro alla prostata si suicida, gettandosi nel vuoto dalla finestra della stanza del reparto di urologia dell’Ospedale San Giovanni di Roma. Aveva 95 anni.

Anche a Quarto arriva il “gelato sospeso”

di Maria Di Mare

Siamo a Quarto, anche da qui la cittadinanza lancia un appello alla solidarietà di ognuno di noi. Dall'inizio del mese di agosto, infatti, il Comune ha sposato una simpatica iniziativa per poter sostenere in modo semplice le famiglie in ristrettezze economiche: lasciar pagato un gelato ad un bimbo, o ad un anziano. Si tratta, nei fatti, di una iniziativa di più ampio respiro promossa dall’associazione Salvamamme (per info www.salvamamme.it) e rivolta a tutte le gelaterie di qualsiasi comune italiano. In tante sono quelle che, oltre al già citato comune flegreo, tra Napoli e provincia hanno deciso di sposare la causa. 
La locandina dell'iniziativa
Promoter e sponsorizzatore del Comune di Quarto è l'assessore alle politiche sociali, il Prof. Francesco Pisano, che ha accolto entusiasta il progetto. Una versione 2.0 del caffè in sospeso quindi, diversa nella forma (più dolce, fresca e colorata), ma non nella sostanza: un piccolo gesto che può donare un sorriso a chi avrà la sorpresa di riceverlo.

"È un piccolo regalo per le famiglie che non possono comprare un gelato al proprio bambino e per anziani in condizioni di solitudine e difficoltà economica", ci spiega l'assessore Pisano che aggiunge "Siamo fieri di riscontrare un sentimento di solidarietà ancora così vivo nei cittadini quartesi".

Le gelaterie che hanno aderito all'iniziativa sono numerose, e si raccolgono sotto il simbolo di un cono gelato su sfondo rosa che recita lo slogan "Lascia pagato a un bimbo un gelato". Una volta lasciato il gelato in sospeso sarà compito del gestore decidere a chi offrire il dolce omaggio, usando il suo buon senso e l'esperienza. Il progetto, che in una singola gelateria ha registrato ben 32 gelati in sospeso dopo soli due giorni, durerà fino alla fine del mese di agosto.

Giovani: non rinunciano allo studio pur avendo trovato un lavoro

di Teresa Uomo

In Italia così come in altri paesi industrializzati, le giovani generazioni devono lottare contro tanti fattori che, giorno dopo giorno, rendono sempre più difficili le loro condizioni. Con la crisi economica questi giovani pur avendo trovato un lavoro non rinunciano allo studio, al fine di migliorare comunque le proprie prospettive future. Pur studiando, hanno deciso di iniziare già a confrontarsi con il mercato del lavoro.

 Una scelta meritevole, quella di cercare durante gli studi di mantenersi del tutto o parzialmente da soli, tanto più in un Paese come il nostro che presenta i più alti tassi di dipendenza economica dei giovani dai genitori nel mondo sviluppato. Una scelta dettata non sempre e solo da necessità, ma spinta anche dal desiderio di autonomia e da un senso di responsabilità. Ma che talvolta si scontra anche con le difficoltà a conciliare i due impegni.

Di coloro che studiano e lavorano, la percentuale aumenta con l’età. Circa un caso su quattro si avvicina ai 25 anni, e circa due casi su cinque si avvicinano ai 30 anni. Di chi è la colpa di questa situazione? La crisi, ma non solo. Diversi sono i motivi di riflessione. Talvolta il problema principale sono i limiti strutturali del mercato che dà poche occasioni, bassa qualità, contratti brevi e precari. In secondo luogo viene la situazione economica complessiva. Al terzo posto la “preferenza data ai raccomandati”. Al quarto la “minore esperienza”. Accanto alle suddette motivazioni, è possibile trovarne altri – non meno importanti – per cui l’Italia non offre ai giovani molte opportunità di trovare lavoro. 
Il Professor Alessandro Rosina –scrittore e docente universitario della Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano– nel corso di un’indagine su giovani e mondo del lavoro ha sottolineato che “quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale – che può essere stimolante e appagante – ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Quello che temono sono offerte di impiego che intrappolano in condizione di precarietà, in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Senza un miglioramento qualitativo del contributo dei giovani al sistema produttivo, in qualsiasi settore, difficilmente l’Italia può tornare a crescere e ad essere competitiva”.

martedì 4 agosto 2015

Che vita sarebbe senza mare? Agosto tra le isole del golfo di Napoli

di Alessia Nardone

Siamo onesti, la Campania è una regione alla quale non mancano bellezze naturalistiche, storiche architettoniche, divertimenti, calore umano, accoglienza, buon cibo, buon vino e chi più ne ha più ne metta. Insomma a volerla consigliare come meta turistica si passerebbe la vita ad elencare i luoghi che vale la pena visitare. Ma diciamocela tutta, come si fa a rinunciare al mare ad agosto? E quali luoghi migliori per vivere in piena simbiosi con esso se non le isole? Ecco a voi allora un breve excursus delle isole del Golfo di Napoli.
 
Veduta di Ischia
ISCHIA: È un luogo ideale per quanti in vacanza non vogliono privarsi di nulla, relax, benessere, natura, storia e divertimento. L’Isola di origine vulcanica è la più grande del Golfo ed è molto conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo per l’abbondanza di sorgenti di acqua termale. Ma Ischia è molto di più: è mare, è storia, è natura incontaminata.

Tra le spiagge più belle sicuramente Citara – nel comune di Forio d'Ischia - così chiamata in onore di Venere Citera, dea della bellezza. E come non potrebbe essere diversamente visto che data la sua posizione è perennemente soleggiata. Altro comune, altra spiaggia: Maronti a Barano d'Ischia è la spiaggia più grande dell'isola, costituita da una lunga striscia di sabbia racchiusa tra Capo Grosso e il borgo di S. Angelo. Colline e dirupi sovrastano la spiaggia e custodiscono al loro interno delle insenature, sede un tempo di antiche terme come Cava Scura. San Montano invece, è una deliziosa caletta situata nel comune di Lacco Ameno la cui caratteristica principale è quella di essere dotata di sabbia fine, fondali bassi e acqua limpidissima.

Se amate i bagni notturni e se non vi decidete a scegliere tra mare e terme la soluzione è Sorgeto: una caletta in cui si può godere della calura delle acque termali che si mescolano al mare aperto.

L’importanza storica dell’isola è invece testimoniata dal Castello Aragonese posto ad un'altezza di 113 metri sul livello del mare e la bellissima Chiesa del Soccorso, posta sulla punta dell’omonimo promontorio, fu costruita a fine Seicento. Buon cibo e divertimenti non mancano di certo … avete mai sentito parlare del coniglio all’ischitana?
 
Veduta di Procida
PROCIDA: Dalla più grande alla più piccola, Procida è un isoletta che ha una superficie di 3,7 km² ed un perimetro, estremamente frastagliato, di circa 16 km, compreso il vicino isolotto di Vivara (0,4 km²). Sarà per le dimensioni, sarà per il fatto che i principali settori di impiego sono la pesca e la navigazione o sarà perché i trasporti dipendono principalmente dal suo “umore” ma qui si vive in perfetta simbiosi con il mare, come se fosse un parente comune a tutte le famiglie. Recenti ritrovamenti archeologici sulla vicina isola di Vivara (un tempo collegata a Procida) fanno ritenere che l'isola fosse già abitata intorno al XVI - XV secolo a.C., probabilmente da coloni Micenei. Fu sede di villeggiatura durante la dominazione romana poi però abbandonata e ripopolata durante il Medioevo. Di questa età si possono ancora ammirare le mura a picco sul mare che circondano la vecchia città, oggi chiamata Terra Murata. La bellezza dell’isola l’ha resa scenografia per diverse opere letterarie e set cinematografici, rispettivamente gli esempi più recenti sono L'isola di Arturo (1957), una delle maggiori opere di Elsa Morante e Il postino, con Philippe Noiret e Massimo Troisi. Date le dimensioni è facile visitarla tutta, magari cominciando con un giro in barca. Per quanto riguarda le spiagge, vale la pena non farsene scappare nessuna dalla lunga Chiaiolella, alla rocciosa Chiaia, passando per la famosa spiaggia del Postino per godere, infine, di un piacevole tramonto a Punta Lingua. Immancabile una visita alla Corricella, antico borgo di pescatori dove si può apprezzare in tutta la sua bellezza la tipica architettura delle case procidane e le loro caratteristiche tinte pastello. Chiunque abbia visto una foto di Procida ha di certo fatto caso al fatto che ogni casa è dipinta di una tinta pastello diversa da tutte le altre. Secondo la tradizione, tale particolarità deriva dal desiderio dei pescatori di voler riconoscere la propria casa anche lontano dal mare. È una meta consigliata anche per le vacanze di Pasqua in quanto sono molto seguite nell'isola tutte le manifestazioni religiose legate al periodo della Settimana Santa prima di Pasqua: molto suggestive, tra queste, la Processione degli Apostoli del Giovedì Santo e la Processione dei Misteri del Venerdì Santo.
 
Capri ed i famosi Faraglioni
CAPRI: l’isola è, a differenza di Ischia e Procida, di origine carsica. Inizialmente era unita alla Penisola Sorrentina poi la parte che le legava è stata sommersa dal mare ed ora costituisce lo stretto di Bocca Piccola. Ha una struttura morfologica complessa, con cime di media altezza (Monte Solaro 589 m e Monte Tiberio 334 m) e vasti altopiani interni, tra cui il principale è quello detto di "Anacapri". La sua costa frastagliata presenta numerose grotte e cale che si alternano a rigide scogliere. La grotta più famosa è senza dubbio la Grotta Azzurra, nome che ben descrive gli effetti luminosi che colorano il suo mare e che hanno ispirato moltissimi scrittori e poeti. Il giro in mare dell’isola con sosta alla grotta Azzurra è un immancabile cult al quale proprio non si può rinunciare. I panorami non mancano e gironzolando sull’isola ne godrete a pieno ma i più spettacoli sono quelli che potrete apprezzare dal Monte Solaro che affaccia sul Golfo di Napoli e Salerno e sul quale potrete salire comodamente seduti sulla seggiovia e quello di Via Tragara dove dallo spettacolare belvedere potrete affacciarvi sui famosi Faraglioni. Se siete amanti del trekking non lasciatevi scappare una passeggiata in Via Krupp, una delle strade più belle di Capri, un sentiero che si srotola lungo il fianco della montagna dal centro di Capri fino a Marina Piccola. Ma Capri lo sappiamo tutti è conosciuta non solo per le sue bellezze naturalistiche ma anche per la shopping di lusso, quindi rifatevi gli occhi passeggiando con quella che è forse la strada con la più alta concentrazione di negozi di alta moda nel mondo, via Camerelle. Per una pausa caffè o un aperitivo al tramonto, scegliete il posto più “in” la Piazzetta. Per godere fino in fondo dell’isola cercate di dimenticare per qualche giorno il conto in banca… buone vacanze

lunedì 3 agosto 2015

Agosto: tempo di vacanza ... siete mai stati in Cilento? Consigli e suggerimenti

di Alessia Nardone

Un rigoglioso Parco Nazione, calette, scogliere e spiagge incontaminate, testimonianze storiche e archeologiche uniche, affascinanti borghi e una cucina invidiata e imitata in tutto il mondo: questo è il Cilento. Dai templi di Paestum alle fortezze costiere, dalle rovine di Velia al monastero di San Lorenzo, dal mito di Palinuro ad Hemingway, da Punta Licosa alle Dolomiti del Sud, il Cilento riserva sorprese stupefacenti. Purtroppo, o per fortuna direbbero in molti, il Cilento è stato poco promosso quale meta turistica, anche se non ha nulla da invidiare a molte altre località. Da qualche tempo però i riflettori si sono accesi anche su questa terra, sulla sua storia, sui percorsi naturalistici che ha da offrire e soprattutto sul suo mare.
 
Area archeologica di Paestum
Cominciamo questo viaggio immaginario da Paestum, l’area archeologica riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’Umanità. La città fu fondata nella Piana del Sele dai coloni greci agli inizi del VI sec. a.C che le diedero il nome di Poseidonia, la città di Nettuno. Successivamente nel 273 a.C. Roma vi fondò la colonia latina di Paestum dotandola di terme, foro e anfiteatro. A causa dell’estendersi delle paludi e di incursioni saracene fu abbondonata. I suoi resti furono scoperti nel Settecento. Parliamo di uno dei siti archeologici più importanti del mondo. Questa antica città presenta al suo interno tre aree (due sacre ed una pubblica) ed è circondata da circa 5Km di mura considerate uno dei sistemi di fortificazione meglio conservati della Magna Grecia. L’accesso alla città era dato da ben quattro porte principali: Porta Aurea, Porta Giustizia, Porta Sirena e Porta Marina. Nei due santuari, quello settentrionale e quello meridionale, si possono ammirare il tempio di Cerere, dedicato ad Athena, il grandioso tempio di Hera (impropriamente detta basilica), consacrato alla dea della fertilità e, il tempio di Nettuno sacro forse ad Apollo, perfettamente conservati. Mentre nell’area pubblica trovano posto edifici di età greca, come l’ekklesiasterion (edifico assembleare) e l’heroon (edificio consacrato al fondatore della città) e costruzioni romane come, il foro circondato da un portico di ordine dorico, il tempio della pace, l’anfiteatro in cui avevano luogo i combattimenti tra gladiatori e i quartieri abitativi. I resti più delicati rinvenuti nel corso degli scavi sono conservati in un Museo molto interessante che completa la visita alla scoperta di questa antica città.
 
Punta Licosa
Dalla storia al mare, e quale luogo migliore di Punta Licosa. Leggenda vuole che l’isola di Licosa si sia formata dal corpo della sirena Leucosia (in greco “bianca”), la quale pare si diede la morte gettandosi da una rupe della costa per un amore non corrisposto. Recentemente dichiarata Area Marina Protetta, Punta Licosa vanta una delle spiagge più belle d’Italia.

Ma il mare in questa terra è molto di più che un luogo dove refrigerarsi dalla calura estiva, è vita, è pesca e a testimoniarlo sono i caratteristici borghi di pescatori come quello di Acciaroli che ispirò Ernest Hemingway nella scrittura de “Il vecchio e il mare”. Di certo in questa sede non si rende merito a tutto quanto ha da offrire il Cilento ma si spera comunque di riuscire a suscitare l’interesse di chi legge facendo apprezzare la varietà e molteplicità delle sue bellezze. Ed in merito a questo si vuole concludere “il viaggio” con il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, il secondo parco Nazionale più esteso d’Italia iscritto nella lista Unesco del Patrimonio Mondiale dell’Umanità ed elevato a riserva di Biosfera MaB (Man and Biosphere).

sabato 1 agosto 2015

SALERNO: La lunga estate di Ravello in musica

di Gennaro Tullio

Il Ravello Festival apre i battenti e quest’anno scomoderà la musica di artisti del calibro di Wagner fino a James Senese. Sarà infatti un omaggio a Wagner lo spettacolo “Cunto di Tristano” realizzato dalla Fondazione Ravello, in collaborazione con Fucina Italia: a 150 anni dalla prima rappresentazione di “Tristan und Isolde”, titolo già al centro dell’evento inaugurale del Festival, lo spettacolo andrà in scena sabato 22 agosto, alle ore 21.30, nella splendida cornice del Belvedere di Villa Rufolo, recitata magistralmente dall’attore e regista Vincenzo Pirrotta.
 
E’ attraverso la trama metrica del cunto popolare che viene raccontata la struggente vicenda di amore e morte che si esprime, con parole e movimenti dei pupi, per esporre davanti al pubblico le sorti dell’eroico Tristano di strada. Tra leggenda e atmosfere sentimentali propriamente wagneriane si dipana in forma di canto epico e popolare l’opera tra diversi livelli di scrittura e linguaggio artistico che chiama in causa alcune importanti figure storiche dell’epoca. La parte musicale è diretta da un complesso di artisti “di strada” che nella realtà sono ottimi solisti: Giampaolo Bandini (chitarra), Cesare Chiacchiaretta (fisarmonica), Gaetano Di Bacco (sassofoni) e Roberto Molinelli (viola).

Giovedi 20 agosto toccherà a James Senese (voce e sassofono) incantare il pubblico del Ravello Festival, stesso posto stessa ora, accompagnato dalla sua band: Fredy Malfi (percussioni e cori), Gigi De Rienzo (basso), Ernesto Vitolo (tastiere). Il sound è quello della tradizione popolare mescolate a sperimentazioni più innovative, sonorità jazz-rock per risultati rivoluzionari. Largo ai giovani venerdì 21 agosto, data in cui il Ravello Festival porterà in scena, alle ore 19:30, la Gustav Mahler Jugendorchester, fondata da Claudio Abbado a Vienna 30 anni fa, e che rappresenta ad oggi la più nota orchestra giovanile di qualità. Dirige l’orchestra Herbert Blomstedt sulle note della Sinfonia No. 39 in Mi bemolle Maggiore, KV.543 di Mozart e della Sinfonia n.9 in Mi minore, Op.95 – “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák. Domenica 23 agosto, presso la Villa Rufolo alle ore 21.30, infine, protagonista della serata sarà Vivaldi con le sue Quattro Stagioni, “rivisitate” per l’occasione secondo “l’orecchio” del formidabile violinista Gilles Apap e dal trio The Colors of Invention: Ludovit Kovac (cimbalom), Myriam Lafargue (fisarmonica) e Philippe Noharet (contrabbasso). Gilles Apap e The Colors of Invention apriranno il concerto con il Preludio e Allegro di Fritz Kreisler, per poi continuare, oltre che con le Quattro Stagioni di Vivaldi, anche con la Danza spagnola da “La Vida Breve” di Manuel de Falla. Nel corso della serata, inoltre, suoneranno musiche delle tradizioni bluegrass, gitana, kletzmer, irlandese, scozzese, bretone e rumena. Un evento-spettacolo che sarà un concentrato di virtuosismo, riconosciuto e apprezzato dal pubblico di tutto il mondo.

Pompei by night. Incontri, spettacoli e passeggiate culturali

di Gennaro Tullio

Dal 5 agosto al 27 settembre negli scavi archeologici di Pompei avranno luogo incontri culturali, contributi multimediali e visite serali per la rassegna “È “Pompei, un’emozione notturna”, il nuovo progetto di valorizzazione della Regione Campania realizzato dalla Scabec (Società regionale beni culturali).
 
Il programma prevede passeggiate nell’antica città, illuminata e resa suggestiva grazie anche ad installazioni d’arte e un ciclo d’incontri culturali con scrittori e personalità del mondo dell’arte, dell’archeologia e della comunicazione. Le passeggiate serali seguono un percorso della durata di un’ora e venti minuti circa, guidate da archeologi e guide esperte nello story-telling.

Ad esordire nella prima tappa di questi percorsi storici sarà la mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943”, all’interno della piramide in legno e metallo, progettata dall’architetto Francesco Venezia. La visita continua nelle vigne del Foro Boario, dove esperti enologi dell’azienda vitivinicola Mastroberardino, che da dieci anni lavora con la Soprintendenza su progetti di studio delle antiche coltivazioni e sulle tecniche per la realizzazione del vino in epoca romana, accoglieranno i presenti per proporgli una degustazione. La passeggiata prosegue sulla via di Castricio costeggiando la Palestra Grande e si fiancheggia la Casa della Nave Europa fino a giungere alla Casa del Menandro. Poi, attraverso la via Stabiana, si arriva all’Odeion, il teatro piccolo, dove i visitatori assisteranno ad una performance di luci a cura del fotografo Cesare Accetta, recitata con la voce dell’attore Enzo Moscato, che riporterà l’attenzione del pubblico all’eruzione di 2000 anni fa, denunciandone la forza distruttrice del Vesuvio e la sua grande fascinazione, attraverso le citazioni di famosi viaggiatori del passato.

Il biglietto della visita consente di accedere direttamente anche agli spettacoli previsti in alcune serate, prendendo posto lungo le gradinate del Teatro Grande. Per quanto concerne gli “Incontri” di “Pompei, un’emozione notturna” che si terranno nell’Anfiteatro, il programma propone sei appuntamenti culturali che partiranno il prossimo 24 agosto, nell’anniversario dell’eruzione. Protagonista dell’evento di debutto sarà il noto scrittore, giornalista e conduttore televisivo Alberto Angela.

Questo ammirevole progetto prevede anche la realizzazione di un ciclo di incontri per promuovere nel mondo Pompei come suggestivo contenitore di eventi culturali. A raccontare questa inedita area archeologica ci pensano i fotogrammi del video a cura di Pappi Corsicato, il quale mostrerà la città antica di giorno piena di turisti, che gradualmente subisce delle trasformazioni, fino a diventare al tramonto e lungo le ore notturne un luogo magico da scoprire.