mercoledì 30 settembre 2015

Città Metropolitana: approvati oltre 2 milioni di euro per restauro facciate Reggia di Portici

Pronta delibera di indirizzo per rilancio sito borbonico

di David Lebro

E’ stato salvato dal degrado un bene comune che dal punto di vista storico, artistico ed architettonico è di inestimabile valore. Grazie agli emendamenti presentati nel corso del Consiglio metropolitano sul bilancio di previsione dell’Ente, infatti, è stato approvato lo stanziamento di 2 milioni e 100 mila euro per il restauro e la messa in sicurezza delle facciate interne prospettanti sulla corte del Palazzo Reale di Portici.
Una facciata della Reggia di Portici

Le facciate interne della Reggia di Portici versavano in una condizione di profondo degrado e totale abbandono, con il rischio concreto di caduta di cornicioni e calcinacci. Ecco perché il Consiglio si è battuto, fin da subito, per sbloccare in bilancio i fondi necessari per il loro restauro, in modo da scongiurare definitivamente il pericolo per la pubblica incolumità. Contestualmente, in sinergia con gli uffici del Patrimonio, è stata istruita anche una delibera di indirizzo, che nei prossimi giorni sarà portata in Giunta, per una riqualificazione del sito borbonico nel suo complesso.

Il programma di valorizzazione, in particolare, prevede il ripristino dello stato dei luoghi, eliminando gli abusi edilizi, per la cui rimozione sono state già avviate le procedure tecnico-amministrative e interventi di restauro che interesseranno prevalentemente la Dimora Reale, lo Scalone Monumentale, il Bosco Inferiore e il Teatrino di Corte.

Sono previsti anche due progetti di rilievo, che riguardano la realizzazione della Pinacoteca della Città Metropolitana e l’elaborazione di un piano di comunicazione da affidare mediante procedura di evidenza pubblica. Sarà realizzato, inoltre, un presidio operativo, individuando appositi spazi nel complesso immobiliare della Reggia, da assegnare all’Area Patrimonio dell’Ente, affinché con proprio personale qualificato possa dare attuazione al programma di valorizzazione. Nell’ambito delle attività di riqualificazione del contesto urbano, in sinergia con il Comune di Portici e la Facoltà di Agraria, è stato infine stabilito l’affidamento in concessione dei locali prospicienti la via Università mediante relativo avviso pubblico.


La Reggia di Portici
Si tratta di un programma di valorizzazione che porterà la Reggia a qualificarsi come epicentro del cosiddetto Miglio d’oro e, dunque, simbolo monumentale della città metropolitana di Napoli. La Reggia infatti, potrebbe diventare il principale attrattore turistico dell’aria vesuviana-costiero, che già gode del traino di siti di consolidata fama internazionale, aprendo di fatto il territorio ad una fase di crescita economica sostenibile e compatibile con l’ambiente e le tradizioni culturali locali. L’obiettivo finale è quello di promuovere un’ attività di cooperazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e favorire l’inserimento della Reggia di Portici nel Circuito storico dei Siti Reali borbonici, riconosciuto dall’Associazione per i Siti Reali e le Residenze Borboniche, compulsando al tempo stesso la candidatura al riconoscimento nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Solo così si potrà creare realmente un circuito turistico culturale dell’intera area metropolitana.

venerdì 25 settembre 2015

Curare ansia e stress con la lettura: le nuove frontiere della Book Therapy

di Germana Guidotti

“Che gli altri si vantino delle pagine che hanno scritto; io sono orgoglioso di quelle che ho letto”. Con queste parole lo scrittore argentino Jorge Luis Borges pone l’accento sul potere e sull’importanza straordinaria che da sempre riveste la lettura: serbatoio inesauribile da cui attingere storie, conoscenze, concetti, lessico, teorie, informazioni. 

Leggere libri, si sa, è un processo costantemente additivo, ossia che aggiunge, accresce sempre qualcosa, oltre che produttivo. Amplia gli orizzonti personali: culturali, morali, sociali. Genera aspettative. Mette in moto l’immaginazione, la fantasia. 

"Farmacia" letteraria
Non è un caso, infatti, che ai bambini delle scuole elementari, soprattutto a quelli più piccoli che magari proprio in quegli anni con incredibile impegno e fatica stanno apprendendo a leggere, durante la pausa di chiusura delle scuole nel periodo estivo, viene chiesto di compilare il famoso “libro delle vacanze”: un vero e proprio eserciziario multidisciplinare che altro non è che un modo per tenere sempre la mente allenata a leggere, affinché non ci si disabitui. Durante gli anni delle scuole superiori, invece, ai “compiti delle vacanze” solitamente i professori affiancano la lettura di libri che possono essere i classici, o quelli incentrati su argomenti che si sono affrontati nell’anno scolastico appena concluso (per una naturale prosecuzione in linea di continuum contenutistico) o che si ha intenzione di affrontare in quello alle porte. 

Fatto sta che in tutti questi frangenti la lettura resta connotata pur sempre per la sua finalità educativa-pedagogica-edificante

Studi di matrice anglosassone, tuttavia, da anni hanno ormai comprovato e messo in risalto quanto leggere abbia anche scopi terapeutici. Basti pensare che in Inghilterra la “Book therapy”, la “terapia dei libri”, o meglio “la terapia coi libri”, che si basa sugli studi dello psichiatra gallese Neil Frude, viene a tutti gli effetti riconosciuta dal National Health Service, il servizio sanitario inglese. Tale disciplina, sostanzialmente, concepisce il libro come uno strumento attraverso il quale “curare” l’ansia, soprattutto quella da rientro post-vacanze estive. Secondo un esperto su tre, leggere rappresenta il miglior antidoto in tal senso perché aiuta a fantasticare, a trovare nuovi stimoli creativi e perché no, a trovare conoscenza e crescita personale. 

Psicologi, critici, esperti del settore, ma anche sociologi e docenti universitari concordano quasi all’unanimità (7 su 10 raccomandano la “Book therapy”) nell’affermare che le pagine di un libro, cartaceo o digitale che sia non importa, aiutino a sconfiggere lo stress causato dalla routine lavorativa quotidiana, e aprano la mente tenendola sì, ovviamente, in allenamento, ma sgomberandola dallo stress, lasciando spazio a positività e distensione. 

Tra i generi antistress per antonomasia figurano in primis i gialli, seguiti dai romanzi rosa, dai saggi legati al benessere e dai libri di avventura. In ogni caso, l’effetto immediato è senza dubbio benefico: il recupero del buonumore, che risulta nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto se le scelte ricadono su letture e generi che assecondano i propri gusti letterari. 

Leggere in libertà
A riconferma poi del potere che un libro può avere di costituire il principale toccasana, una vera e propria panacea, per alleviare determinati “sintomi” ed “acciacchi”, due autrici inglesi hanno pubblicato un libro di medicina molto speciale, che contiene ricette in luogo delle note, antibiotici narrativi in luogo della trama, medicamenti di carta e inchiostro in luogo delle pagine. Tale tomo in Italia è stato adattato da Fabio Stassi ed è uscito per l’Ed. Sellerio: “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno”: una sorta di prontuario che annovera decine e decine di romanzi ed altrettanti scrittori (grandi classici, contemporanei, famosissimi, ma anche più rari, appartenenti a qualsiasi genere letterario, tempo o paese) dalle singolari virtù terapeutiche. Obiettivo ultimo della pubblicazione è quello di rendere chiaro a tutti che un libro è un’occasione: la convinzione che, sia per la mente che per il corpo, non esista “acciacco” che non possa essere “risanato” efficacemente mediante una buona lettura. Del resto, l’iscrizione sovrastante la porta dell’antica Biblioteca di Tebe recita: “Medicina per l’anima”.

L'inarrestabile e progressivo addio dei negozi storici

di Marcello De Angelis

E’ un dato di fatto. In via Filangieri hanno chiuso i battenti celeberrimi nomi dell’antiquariato e dell’arredamento. La crisi non ha risparmiato neanche via Chiaia, dove la biancheria pregiata di “Frette” non si vende più, dove è fallito l’abbigliamento di “Nino De Nicola” a Piazza dei Martiri dopo 25 anni di attività e dove si può anche trovare una gioielleria storica che ha ceduto il passo ad un negozio di scarpe da ginnastica. E così, sull’ espositore dove prima troneggiava un orologio prezioso, ora c’è una scarpa. Per carità, morbida e costosa, ma sempre di una scarpa parliamo. L’elegante via Calabritto, il salotto di Napoli, ha perso molti dei suoi esercizi più famosi e il Vomero, l’importante quartiere collinare che ha visto la decimazione di tanti suoi storici negozi, quasi 130, sparsi tra la centralissima Via Scarlatti, Via Luca Giordano e Via Merliani come "Fendi", "Daniele", "Abet", "Pio Barone" o "Il Bagaglino", negozio di abbigliamento chiuso dopo 80 anni. A Via Kerbaker la metà dei negozi sono sfitti. Una insostenibile discesa a picco del commercio. 

La storica libreria "Guida" a Port'Alba
Tra le vittime eccellenti della crisi sicuramente possiamo annoverare anche la cultura. La chiusura di importanti librerie come "Guida" a Via Merliani, o di "Loffredo" a via Kerbaker, del modernissimo store “Mondadori” a piazza Trieste e Trento, così come della "Fnac" al Vomero (che si è reinventata un angolo all’interno del nuova "Trony", sorto al suo posto) sono il segno di un imbarbarimento intellettuale della città. Imbarbarimento che non viene arginato neanche dall'Amministrazione Comunale, che nulla ha fatto contro la chiusura, giusto un anno fa, di un vero pezzo di storia della cultura Napoletana (la lettera maiuscola è d'obbligo): la libreria "Guida" a Port'Alba, lo storico locale che dal 1983 è stato considerato "bene culturale dello Stato".

Analogo discorso va fatto per la libreria internazionale "Treves" a via Toledo, la più antica di Napoli, che per tutto il ‘900 è stata crocevia della cultura partenopea, ebbene, poco dopo il 2000 ebbe lo sfratto per finita locazione. Rino de Martino, colui che rilevò in quel periodo la libreria ricorse al Tar avvalendosi del vincolo storico del Ministero per i beni culturali e ambientali ma, dopo svariate lungaggini burocratiche, la chiusura fu inevitabile. Da quel momento solo qualche movimento degli intellettuali napoletani mise in luce la situazione che degenerò tra promesse mancate e vere e proprie “amnesie” da parte dell’Amministrazione Comunale. E così uno dei pezzi di maggior pregio della cultura campana fu costretto ad abbandonare la sede, che è poi malamente rinata in versione ridotta e semi abbandonata sotto i maleodoranti portici della Chiesa di S. Francesco di Paola a piazza Plebiscito. I locali originari, che hanno ospitato personaggi del calibro di Croce e D’Annunzio, sono ora occupati da un marchio di borse in plastica e segnano in modo indelebile il decadimento culturale della città. 

A piazza Trieste e Trento, altra vittima eccellente tra i negozi storici, troviamo il rinomato “Buonanno”, negozio elegantissimo di intimo maschile, simbolo di buon gusto, dove troneggia ora un bancone per le pizze fritte. 

In via Toledo ha chiuso l’italianissima “la Rinascente” e nei suoi prestigiosi locali è presente un imparagonabile store di abbigliamento svedese. Ma prima erano già spariti nomi ben più storici per la città, come il rinomato caffè “Caflish”, che dal 1827 è stato il punto di incontro preferito dai napoletani “per bene”, laddove oggi invece vi alberga un noto marchio di maglieria. Stessa sorte per “Gutteridge” che ha lasciato la sua sede storica ad un rumoroso “baraccone” di abbigliamento ultramoderno. Resiste strenuamente “Pintauro”, che dal 1819 sforna sfogliatelle entrate ormai nella storia, ma è la cosiddetta “cattedrale nel deserto”.

Parlando sempre di cultura sfaccettata nei suoi vari aspetti, dobbiamo rilevare che la crisi economica ha assestato anche un altro duro colpo alla città: i cinema più rinomati ed eleganti, dopo un allontanamento progressivo e continuo del grande pubblico, sono stati costretti a chiudere. Ci si riferisce alla quasi totalità delle sale, che, nella maggior parte dei casi, da luoghi di incontri culturali e di cibo per la fantasia, sono diventati dei materialissimi supermercati, luoghi di incontri culinari e di cibo per lo stomaco. 

Perché è questo che sta accadendo: in seguito alla crisi economica e all’abbandono delle istituzioni che dovrebbero tutelare in qualsiasi modo la storia, la bellezza e la cultura della nostra città, Napoli ha subìto una violenta sterzata. Si è verificato una progressiva decadenza del gusto e del senso del bello tra i consumatori. 

E così è al contempo drammatico ed ironico immaginare cosa penserebbe oggi il Sig.Buonanno del fatto che dove esponeva il suo abbigliamento pregiato, che temeva la presenza della più piccola goccia di unto, ora ci sono litri di olio fritto che schizzano dappertutto.

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Patatina…Tu si que vales!

L’invasione delle friggitorie a Napoli

di Marcello de Angelis

E alla fine ci fu l’invasione delle patatine. Voglio subito precisare ai maschietti maliziosi che hanno rizzato le antenne speranzosi, che mi sto riferendo ai gustosissimi tuberi, tagliati in svariati modi e grandezze, e fritti in olio bollente. Già, perché dato l’impressionante numero di patatinerie sorte negli ultimi due anni a Napoli anzi, meglio dire in Campania, si può parlare davvero di invasione.

Il "cuoppo" di patatine
Ma andiamo con ordine e cominciamo dal principio: la devastante crisi economica esplosa nel 2008 sta ancora facendo sfracelli nella nostra penisola: un tornado finanziario che ha risucchiato nei suoi vortici impetuosi qualsiasi forma di risorsa monetaria. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ripete ormai come una specie di mantra, che il periodo critico sta lentamente lasciando il nostro paese e che timidi (timidissimi aggiungerei), segnali di ripresa sono alle porte. Però, come ogni tornado che si rispetti e che svolge con impegno e dedizione il proprio mestiere, anche quello finanziario ha lasciato dietro di sé macerie e distruzioni. 

Napoli e tutta la regione Campania hanno subìto negli ultimi due anni un tracollo economico senza pari, caratterizzato dal quasi totale appiattimento del commercio. Un numero enorme di negozi ha chiuso i battenti dopo anni di onorata carriera. Quasi 5.000 saracinesche nell’intera regione si sono abbassate facendo calare un sipario di povertà sui proprietari, i commessi e le relative famiglie. Imprenditori grandi e piccoli, storici o meno, non hanno avuto più la possibilità, la forza o, addirittura, il coraggio di andare avanti. Le situazioni sono tante e differenti l’una dall’altra: ci sono i negozi al dettaglio che vengono risucchiati dalla grande distribuzione, che può vantare la forza del numero di scorte acquisite a buon mercato e su cui può abbassare i prezzi di vendita, o altri esercizi che non riescono più a pagare affitti troppo elevati a causa della diminuzione delle vendite. 

Non c’è strada, piazza o quartiere dove non abbia chiuso o stia per chiudere almeno un negozio. E quello che maggiormente colpisce, è vedere come si sta velocemente ridisegnando la città e come tale trasformazione la stia facendo allontanare sempre più da quell'immagine di modello culturale del meridione, quando Napoli era un centro di gravità in cui venivano attratti artisti ed intellettuali da ogni parte del mondo. Già perché Napoli era anche questa in epoche remote, prima della crisi. La nostra città non presenta più la raffinatezza dei suoi storici negozi, così come è ormai parte del passato la ricercatezza nel vestire, nel mangiare, nel vivere dei napoletani. È una Napoli diversa, dove una filiale del Banco di Napoli ha preso il posto di un rinomato calzaturificio di via dei Mille, proprio lì, dove anche l’alta sartoria di “Blasi” è ormai scomparsa.

La classica frittura napoletana
Ed è così che hanno iniziato a proliferare negozietti di moda economica, sale slot (le infernali stanze dove si entra pieni di sogni e si esce pieni di incubi, ancora più malridotti, sia economicamente che moralmente), e di friggitorie. Ovunque lo sguardo spazi ci sono locali che friggono senza sosta e la puzza ormai onnipresente di frittura è così penetrante che il colesterolo rischia di avere un’impennata semplicemente respirando durante una passeggiata per via Toledo, via Chiaia o via Scarlatti. 

A questo punto è naturale fare una riflessione: Napoli, con le sue prelibatezze culinarie, non aveva di certo nessun bisogno di questa vero e proprio boom di friggitorie. Se si aveva voglia di “zeppole e panzarotti” bastava entrare in qualsiasi trattoria figlia della nostra tradizione gastronomica senza lasciarsi coinvolgere da questa moderna invasione commerciale proveniente dall’estero e che, in breve tempo, si è diffusa nell’intera penisola italiana con un indiscusso successo di vendita. 

Ma citare solo patatinerie e friggitorie è limitativo, in quanto sono spuntati con altrettanta velocità yoghurterie, frapperie, gelaterie, paninoteche, kebabari. Un vero esercito di attività più o meno grandi, caratterizzati dal consumo veloce ed in piedi dei prodotti culinari succitati. Una ennesima americanizzazione di cui, sinceramente, non sentivamo affatto il bisogno.

Rifiuti
Un ovvio riferimento va ora fatto anche ai contenitori per la spazzatura divenuti ormai insufficienti. Mi riferisco in particolare a quelli che vanno da piazza Trieste e Trento a via Toledo, perennemente stracolmi, debordano il loro contenuto lungo la strada: resti di cibo, vaschette vuote e tovaglioli sporchi. Un lerciume indegno per una strada che è il bigliettino da visita del centro storico di Napoli e che dal 1536, anno in cui fu voluta dal Viceré Don Pedro de Toledo, è sempre stata una strada elegante, sempre piena di gente raffinata. Oggi di quella strada importante non è rimasto più nulla. I palazzi storici che la delimitano, sono nascosti tra insegne di dozzinali negozi che niente hanno a che fare con le attività di un tempo ormai passato. 

Gli artisti e gli intellettuali che un tempo la popolavano non ci sono più e le botteghe superstiti perdono valore non solo per le condizioni della strada, la cui pavimentazione è a pezzi e malamente rattoppata da antiestetiche colate di asfalto, ma anche per la presenza della concorrenza abusiva, con ambulanti che vendono merce contraffatta di ogni tipo e che smerciano le più disparate cianfrusaglie, dai pacchi di calzini “venduti anche senza busta paga” (solo chi ci è incappato sa a cosa mi riferisco) o telefonini "pezzotti". A chiusura dei negozi la strada è un tappeto di cartoni e cartacce, frutto dell’indisciplina e dell’inciviltà di molti commercianti e dei napoletani. 

La strada che solo centocinquanta anni fa era considerata da storici ed intellettuali tra le più belle del mondo oggi è degradata fino a diventare poco più che un volgare mercato a cielo aperto.

Ma chi se ne frega? I ragazzi di oggi no, non quelli della “Napoli bene” per intenderci, quelli dalla capigliatura alla moicana, quelli che con l’occhio fisso su whatsapp per essere precisi, camminano per via Toledo con il loro “cuoppo” di patatine tra le mani, parlottando e gesticolando con le dita unte senza domandarsi quale bellezza si nasconda dietro quelle insegne luminose, di quale storia sono impregnati quei palazzi, quella strada, quella città che loro sporcano e talvolta mortificano senza pietà. Ma forse, anche se sapessero quale glorioso passato si cela intorno a loro, neanche si interesserebbero più di tanto. Ora scusate, ma è pronto il mio “cuoppo” di patatine, vi devo lasciare!

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Ritorno allo scambio e alla condivisione: il fenomeno del COUCHSURFING e del BLA BLA CAR

di Germana Guidotti

Viaggiare, spostarsi, raggiungere luoghi e mete nuove rappresenta, con tutta probabilità, il principale modo di impiegare il proprio tempo libero (quando addirittura non è parte integrante della propria attività lavorativo-professionale). Se poi il viaggio prevede uno scambio di ospitalità e/o la possibilità di condivisione della tratta con altre persone in auto allora, senza dubbio, diventa ancora più piacevole ed incentivante. In fatto di scambi e condivisioni, l’ultima frontiera è rappresentata rispettivamente dai sistemi del CouchSurfing e del Bla Bla Car.

Il CouchSurfing (letteralmente 'fare surf sui divani') è un servizio di scambio di ospitalità, un servizio di rete sociale lanciato nel 2004. In qualità di servizio no-profit, come era stato concepito, fu messo a punto dal programmatore statunitense Casey Fenton nel 1999. A Fenton la lampadina si accese dopo avere inviato 1500 email ad altrettanti studenti dell'Università Islandese ed aver trovato molte persone disponibili ad ospitarlo gratuitamente. Una volta ricevuto tale riscontro, pensò di sviluppare il progetto, il cui fine ultimo era uno: mettere in comunicazione persone disponibili a scambiarsi ospitalità. CouchSurfing è un servizio gratuito, e ad oggi è il sito web dedicato allo scambio di ospitalità con il maggior numero di utenti attivi. Il primo step che consente di poter usufruire del servizio è la registrazione al sito web, attraverso la quale si palesa la propria disponibilità, su base volontaria, sia ad ospitare che ad essere ospitati. All’atto della registrazione è necessario inserire foto di se stessi, ma in maniera particolare del luogo in cui si offre ospitalità, per dare modo agli altri utenti di verificare dati ed informazioni, controllare, sincerarsi su quanto stanno per prenotare.

I "Couchsurfers" ("CSers" abbreviato), o semplicemente "surfers", come amano definirsi tutti gli utenti del sistema, possono cercare persone che li ospitano in basi a parametri differenti: età, località, genere, "ultimo accesso al sito". Per quanto concerne la tempistica, in realtà i tempi sono estremamente vari: si va da richieste inoltrate due mesi prima fino a quelle last-minute.

Dal momento che non c’è e non deve esserci scambio di denaro fra ospite e ospitante, salvo nei casi in cui ovviamente si debbano compensare le spese (ad esempio per il cibo), sempre più frequentemente accade che gli ospiti, avendo ricevuto ospitalità, ricambino quest’ultima per esempio con piccoli regali o cucinando per l'ospitante o, in ogni caso, cercando di mettersi a disposizione e rendersi utili in qualsiasi maniera.
Nonostante tale sistema preveda una serie di regole e prescrizioni da osservare, oltre che degli standard di sicurezza (relativi per esempio alla privacy) da rispettare, si basa sostanzialmente sulla fiducia, sull’affidabilità, sull’apertura allo scambio, che non è soltanto scambio di ospitalità -nella fattispecie di case, appartamenti, comodità (il divano su tutte, da qui anche il nome dato al servizio, con evidente richiamo al divertimento e al senso di libertà provato)- ma è scambio di civiltà. Infatti, ritrovarsi a contatto con abitudini, usanze, spazi diversi dai propri, perché rientranti in altri stili di vita, è un’esperienza speciale, un evento unico, vissuto nel privato e “dal di dentro”.
Anche il Bla Bla Car, come il CouchSurfing, è una rete social, una piattaforma web di ride sharing che opera in 14 Paesi. Attualmente è il più in auge fra i sistemi di condivisione di viaggi in macchina ed, infatti, è il più utilizzato al mondo. Gli utenti che si registrano al sito hanno l’opportunità di contattarsi virtualmente e poi di incontrarsi realmente per viaggiare assieme su un'unica auto, condividendo tutte le spese.

Il Bla Bla Car, incoraggiato dalla crisi economica e contestualmente dallo sviluppo delle tecnologie virtuali, che troppo spesso però stanno annientando, annichilendo, svilendo le relazioni sociali, può fungere da prezioso strumento: infatti può rivelarsi particolarmente utile, da un lato per risparmiare in termini di costi e spese, dall’altro per incrementare, in termini di una ritrovata socialità viva, attiva e presente, le proprie relazioni sociali. Beneficio indiretto di questo sistema di condivisione è proprio quello di fare nuovi incontri, conoscere nuove persone, con le quali ritrovare un piacere oramai perso: quello di parlare. Da qui, la denominazione data al servizio, che sottolinea onomatopeicamente il suono delle parole scambiate in auto fra conducente e passeggero.

Si può dunque affermare che il car pooling, come pure altre attività di condivisione quali ad esempio il car sharing, il bike sharing o l'affitto della propria abitazione per brevi periodi (il CouchSurfing di cui sopra), è espressione di una nuova mentalità e di un nuovo modello che si sta facendo strada, espandendosi sempre più all'interno del mondo economico: il consumo collaborativo, connotato da economicità, ecosostenibilità e socialità.



Questione ecoballe: Il programma De Luca per la Campania

di Antonio Cimminiello

Con l’avvento del nuovo governo della Regione Campania targato Vincenzo De Luca si è riproposta nuovamente la questione relativa alla sorte delle ecoballe, da tempo stoccate e pari a circa 5 milioni e 600mila tonnellate di rifiuti pressati ed avvolti in involucri.

Uno scorcio delle innumerevoli ecoballe stoccate a Giugliano e Villa Literno
Il tema risulta essere particolarmente delicato per la sua trasversalità: l’85 per cento di queste ecoballe si trova attualmente nei centri di raccolta di Giugliano e Villa Literno, e cioè nella zona epicentro della tristemente nota Terra dei fuochi. La loro giacenza, da tempo ormai, immemore è stata per anni sinonimo dell’incapacità di instaurare, quanto meno, un virtuoso e regolare ciclo di gestione dei rifiuti, ragion per cui la Corte di Giustizia UE non ha esitato nei mesi scorsi a condannare l’Italia, comminando una multa pari a ben 20 milioni di euro (con la previsione del pagamento di 120 mila euro per ogni giorno di ritardo nell’ottemperanza della relativa sentenza). La ricerca di una soluzione ha portato al confronto tra diverse ipotesi, tra cui la dibattuta costruzione di un nuovo termovalorizzatore da edificarsi a Napoli Est.

Il governatore Vincenzo De Luca al riguardo sembra aver tracciato un preciso programma, che passerà in primo luogo per il potenziamento degli STIR già operanti a Giugliano e Tufino e la riqualificazione di quello già presente a Caivano (che si occuperà del trattamento tanto delle ecoballe quanto dei rifiuti). Non si potrà comunque prescindere dallo smaltimento fuori Regione, che interesserà un terzo delle ecoballe stesse, mentre fino a poco tempo fa ha rappresentato la regola, con tutti i connessi ed onerosi costi.

Il programma così delineato, ad avviso di De Luca, necessiterà di un finanziamento quasi per intero proveniente dal Governo, pari a circa 600 milioni di euro, ma questa non sembra essere l’unica condizione prevista al riguardo. Infatti, fermo restando un impegno economico dell’Ente regionale che non mancherà (100 milioni di Euro per la realizzazione di 4 impianti di compostaggio), viene esclusa del tutto l’idea di realizzare un nuovo inceneritore. Le due condizioni sembrano dettate da ragioni economiche e pratiche.

La Campania non dispone allo stato di risorse necessarie per lo smaltimento delle ecoballe ed anche per la costruzione di un termovalorizzatore (che tra l’altro interesserebbe pure un arco di tempo non inferiore a 4 anni, troppo per poter affrontare al meglio una questione sicuramente urgente quale quella dei rifiuti), che apparirebbe per certi versi quasi inutile, vista la sufficienza dell’operato dell’inceneritore di Acerra attualmente funzionante. 
Se da un lato le difficoltà all’orizzonte non mancano -dalla previsione di tempi lunghi per l’attuazione del programma fino alla necessità di intesa con altre istituzioni, come lo stesso Governo ed il Comune di Napoli, con cui si è già discusso circa l’opportunità di costruire o meno a Scampia un impianto di compostaggio, ipotesi questa invisa a De Luca- dall’altro una serie di innovative peculiarità –fasi dello smaltimento sottoposte al controllo di un comitato di sorveglianza con la presenza di cittadinanza attiva ed associazioni ambientaliste sulla falsariga del modello Bagnoli, affidamento dello smaltimento a privati con il benestare dell’Autorità Anticorruzione- permettono di guardare con un pizzico di positività all’ennesimo tentativo di risolvere un problema ormai atavico per la nostra realtà.

Da Napoli importanti novità terapeutiche nella lotta ai tumori

di Luigi Rinaldi

Dal 9 al 12 settembre scorso, a Napoli, presso l’Hotel Royal – Continental, si è tenuto il 38° Congresso della Società Italiana di Chirurgia Oncologica, presieduto dai dottori Paolo Delrio e Francesco Izzo dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Napoli, “Fondazione G. Pascale”. 

Al centro del dibattito, i profondi cambiamenti chirurgici e terapeutici nell’approccio alla malattia tumorale. Per tanti anni, le persone affette dal cancro, erano tristemente consapevoli di dover affrontare una dura e dolorosa battaglia dall’esito negativo quasi scontato. 

La ricerca scientifica
Oggi, come esposto dai massimi esperti presenti al Congresso, il paziente oncologico può e deve guardare al suo futuro con rinnovato ottimismo, essendo aumentate, in modo esponenziale, le possibilità di guarigione e, soprattutto, di una migliore qualità di vita. Gli sforzi profusi da tanti giovani ricercatori, spesso anche italiani, stanno producendo risultati davvero impensabili. 

Le novità più significative si annoverano nella terapia dei tumori solidi, dalla mammella al retto, dal polmone al fegato, quelli che, purtroppo, contano anche il maggior tasso di mortalità. Recenti studi di biologia molecolare hanno permesso di tracciare un dettagliato profilo molecolare delle neoplasie, attraverso l’analisi della differente espressione dei geni coinvolti e delle proteine da essi prodotte. Sotto il profilo clinico – terapeutico, questa nuova importante scoperta può consentire di personalizzare le cure secondo la struttura biomolecolare del tumore, utilizzando farmaci in grado di bersagliare le singole molecole alterate, responsabili della crescita e diffusione incontrollata delle cellule tumorali. 

Questi nuovi farmaci, da soli o in combinazione con le terapie già in uso, agiranno direttamente sul tumore, risparmiando, pertanto, le cellule sane, con conseguente minore tossicità per l’intero organismo e modesta insorgenza di effetti indesiderati anche nel caso di impiego prolungato nel tempo. La farmacologia biomolecolare rappresenta quindi, allo stato attuale, una delle strategie più incoraggianti per lotta contro il cancro. 

Come più volte affermato dal noto oncologo, Umberto Veronesi, il traguardo da raggiungere nella cura dei tumori deve essere quello di rendere il cancro, ove non sia possibile guarirlo, una malattia cronica, per la quale ci si cura per tutta la vita, come accade per il diabete o l’ipertensione. La speranza è che questi nuovi farmaci creati dalle conoscenze della genetica possano aiutare a progredire su questa strada e che gli stessi siano sostenibili dal Sistema Sanitario Nazionale. 

Medici impegnati in un intervento
Non poteva mancare, poi, al centro del dibattito dei chirurghi oncologici, la annosa questione del rapporto alimentazione – cancro. Un'alimentazione sana, in grado di prevenire sia le malattie cardiovascolari che quelle neoplastiche, implica una dieta povera di grassi e proteine animali e ricca di cibi contenenti vitamine e fibre. Privilegiare nella scelta di cereali, pane, pasta e riso quelli integrali e associarli sempre a una modica quantità di legumi. Un'alimentazione di questo tipo protegge soprattutto il colon-retto, ma estende i suoi benefici anche ad altri organi. Nella frutta e nella verdura, infatti, oltre alle fibre, si trovano molte vitamine e altri componenti dal potere antiossidante, pensiamo alla vitamina C ed alla vitamina E, al selenio ed allo zinco, capaci di neutralizzare i radicali liberi dannosi per l'organismo. E’ opinione comune di tutti i medici che la principale forma di prevenzione per la lotta al cancro va fatta a tavola, privilegiando le pietanze tipiche della dieta mediterranea. Come si suol dire prevenire è meglio che combattere.

Le Quattro Giornate di Napoli tra memoria e impegno sociale

di Antonio Ianuale

Napoli si prepara a commemorare le quattro giornate di Napoli, storico episodio di insurrezione popolare avvenuto nel corso della seconda guerra mondiale. Le celebrazioni in programma dal 28 settembre al 1 ottobre, saranno dedicate alla liberazione dalle mafie e dalle camorre. È questo il risultato dell’incontro tra l'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, l'Anpi e l'Istituto campano per la storia della Resistenza "Vera Lombardi", con la finalità di stabilire "un ponte ideale tra i valori della Resistenza e della Costituzione con quelli che animano e sempre di più debbono animare la lotta di liberazione dalle mafie". Il titolo delle celebrazioni 2015 sarà infatti "Dalla parte giusta. Contro la camorra e la violenza con gli ideali della Resistenza". 

Nel settembre del 43’ Napoli fu ridotta alla disperazione per le condizioni selvagge in cui versa, priva di cibo e d'acqua, sgombrata a viva forza e distrutta dai centoventi bombardamenti subiti. All’annuncio dell’armistizio la città sperò in una rapida liberazione dai nazisti, intensificò gli episodi di resistenza, ma i nazisti furono ancora più spietati. A comandarli c’era il colonello prussiano Walter Scholl, soldato crudele che odiava apertamente l’Italia. Proprio nei giorni dell’armistizio Scholl fece aprire a cannonate il portone dell’università, fucilando decine di persone, ma l’episodio più cruento fu l’esecuzione di un marinaio davanti a seimila cittadini sulle scale della sede centrale dell’università. Scholl proclamò lo stato di assedio, introdusse il coprifuoco, obbligò al servizio di lavoro obbligatorio gli uomini dai diciotto ai trentatré anni. Inoltre dispose la deportazione di duecentoquarantamila persone per creare una zona militare di sicurezza. 

I Napoletani all'assalto di un mezzo tedesco
I cittadini napoletani si predisposero all’insurrezione, rifornendosi di armi e munizioni. All'alba del 27 settembre numerosi episodi chiamarono alle armi la popolazione, sollecitata, sembra, dalla falsa notizia dell'arrivo degli Inglesi a Pozzuoli e a Bagnoli. La sera del 27 caddero i depositi di armi del Forte Sant’Elmo e delle caserme di Foria e di San Giovanni a Carbonara. 

Il 28 fu la giornata dei giovani che morirono combattendo: i diciasettenni Pasquale Formisano e Filippo Illuminato trovarono la morte, mentre lanciavano bombe contro i tedeschi; diciassette anni anche per Mario Menichini abbattuto da una raffica di mitragliatrice mentre attaccava un carro armato tedesco. Ma il più giovane fu lo scugnizzo Gennaro Capuozzo, di soli 12 anni che dopo aver combattuto in via Santa Teresa, fu ucciso da una granata. 

Il 29 l'insurrezione napoletana raggiunse l’apice, con la comparsa dei primi elementi organizzativi. In ogni rione emerse nel corso della lotta la figura del “capo-popolo”, con il compito di guidare e organizzare i gruppi degli insorti. Come al Vomero dove l’anziano professore Antonino Tarsia si pose a capo del Comando partigiano, appena costituitosi. I ribelli sono poco più di mille, armati con fucili da caccia, moschetti, pugnali, coltelli, bombe a mano, mitragliatrici. 

Il 30 la retroguardia tedesca decise di abbandonare Napoli, con gli alleati che stavano raggiungendo Nocera. Ma la ritirata tedesca fu accompagnata da stragi ed incendi, tra cui quello dell’Archivio storico di Napoli. 

La cronaca dell’insurrezione napoletana è trasmessa da Radio Londra, ascoltata da tutti, accolta con commozione ed incredulità. Nel dopoguerra, oltre alla medaglia d’oro alla città di Napoli, furono conferire agli insorti 4 medaglie d’oro alla memoria, 6 d’argento e 3 di bronzo. 

Le Quattro Giornate di Napoli sono celebrate anche dalla cinematografia con due affreschi genuini: il film neorealista “O sole mio” di Giacomo Gentilomo, del 1946, uno dei primi del genere neorealista, e la pellicola di Nanny Loi “Le Quattro Giornate di Napoli”, del 1962, che ottenne anche la candidatura all’Oscar come miglior film straniero. 

La memoria storica, purtroppo, rischia sempre più di perdersi, soprattutto in questo Paese, ecco perché queste celebrazioni sono più che necessarie per tramandare il nostro patrimonio storico-culturale. L’aggiunta dell’impegno sociale, nella comparazione tra la liberazione dal nazifascismo a quella delle mafie nobilita ancora di più queste iniziative, spronando alla battaglia contro la criminalità, a pochi giorni dall’assassinio del diciasettenne Genny Cesarano che ha colpito tutta la cittadinanza napoletana. Il coinvolgimento dei più giovani, dunque, è la sfida più importante da vincere, non solo perché spesso sono proprio loro ad essere in pericolo, ma anche perché essi appaiono i soli capaci di vincere realmente questa battaglia, una battaglia che, in ogni caso, va condotta con consapevolezza, coraggio e onestà. Conoscere è senza dubbio il primo passo. 



Come fuggire dalla realtà: arrivano in Campania gli Escape Games

A Fuorigrotta la prima Escape Room partenopea

di Maria Di Mare

Che si tratti di puro divertimento, della fantasia che incontra la realtà, o piuttosto della volontà inconscia di fuggire dalla propria routine quotidiana, ormai sono anni che dilaga il fenomeno degli Escape Games.

L’enigma della fuga da una stanza chiusa attrae da sempre l’immaginario collettivo: diffusissimi sono i romanzi gialli improntati sull’argomento e che hanno fatto la fortuna di numerosi scrittori, primo fra tutti John Dickson Carr. L’avanzamento tecnologico e l’avvento dei videogames ci ha resi testimoni della traslazione del tema della stanza chiusa dalla pagina del libro ai pixel dello schermo del computer.

Oggi dobbiamo attestare un’ulteriore spostamento di tendenza. Ad Amsterdam si chiama Escape Hunt, a Praga Puzzle Room, a Napoli Escape Room. Ma di cosa si tratta?

Un gruppo di giocatori viene rinchiuso per un’ora all’interno di una stanza chiusa e, per quel determinato lasso di tempo, vestirà i panni di un carcerato, di un esploratore alla ricerca di un tesoro, o di un novello Sherlock Holmes. I giocatori dovranno analizzare una serie di indizi che metteranno alla prova la loro capacità di ragionare, risolvere enigmi e indovinelli, ognuno dei quali li condurrà alla prova successiva. Di mistero in mistero dovranno riuscire a trovare la chiave che gli permetterà di aprire la porta della stanza, fuggire, e vincere il gioco.

Pubblicizzata sui siti americana come the real-life exit game experience, il paradosso che regge il gioco è che entrando nella stanza, la prima fuga che i giocatori portano a termine è quella dal mondo reale: nuovi nomi, nuovi luoghi. Si vive l’ebbrezza di essere qualcun altro, spronati dal fatto che si impersona non un individuo qualunque, ma qualcuno che affascina ed intriga perché usando la ragione può dimostrare di farcela ed essere il migliore. Come tante volte abbiamo visto fare nei film da Indiana Jones, anche noi adesso possiamo vivere il brivido di un’avventura di cui la nostra quotidianità ci priva.

Si fugge la realtà per ritrovarsi “inscatolati” e seguire un copione di indizi che qualcuno ha preparato ad hoc per l’occasione, e dopo un’ora, vincitori o perdenti, si fugge dalla stanza per ritornare ad essere il proprio personaggio. Ironicamente sembrerebbe risolto il problema dei videogiochi che tengono i ragazzi incollati allo schermo di un computer e sempre rinchiusi nella propria stanza. A guardar bene cambiano le mura ma non la situazione, e la socialità proposta dall’iniziativa altro non è che il multiplayer tipico dei videogames: ogni stanza può ospitare anche gruppi di persone, nella sede napoletana del gioco, ad esempio, è consentito l’ingresso fino ad un numero massimo di cinque persone.

Innegabile il brivido e l’attrattiva che suscita nell’utenza mondiale e la tendenza si riflette anche qui in Campania. L’Escape Room partenopea nasce dall’iniziativa di due giovani, Marco Stoppelli e Marianna Gagliardi che, basandosi sulla loro esperienza maturata nel settore del turismo, hanno deciso di portare il “gioco” nel sud Italia, per la precisione a Fuorigrotta. Inaugurata l’11 settembre, offre già due differenti simulazioni di gioco (la prigione e la stanza dell’esploratore), impone la prenotazione obbligatoria e la prima settimana è già sold out.

Procida: isola del cinema con DE RIENZO

Artethica rassegna cinematografica tra “isola, carceri e mare”

di Alessia Nardone 

Procida, già set di diversi film nazionali ed internazionali, dal 2 al 4 ottobre, consacra il suo legame con il cinema attraverso la passione di un noto attore, regista e scenografo napoletano, Libero De Rienzo.

Il manifesto della rassegna
Alla sua prima edizione, Artethica, è una rassegna nata con l’intento di far vivere agli spettatori emozioni relative alla condizione di isolamento e alla prospettiva di libertà, di deriva e di approdo, di partenza e di ritorno, raccontando attraverso film, documentari e short movie l’isola, il carcere e il mare.

Per l’occasione De Rienzo ha fortemente voluto che venisse riaperta al pubblico una location di eccellenza, si tratta di Palazzo D’Avalos, nato come residenza reale nel 1500 circa e, successivamente, trasformato in carcere nel 1830. Il Palazzo, chiuso nel 1988, ha conservato intatte le tracce di chi vi ha scontato pene lunghe anche tutta la vita. Così in questa struttura a capofitto sul mare saranno proiettati film che raccontano la vita del carcere come ad esempio Vaghe stelle dell'Orsa di Luchino Visconti, Detenuto in attesa di giudizio di Nanny Loy e Après Mai (Qualcosa nell’aria) di Olivier Assayas, girati sull’isola e nel carcere, oppure come Papillon di Franklin J. Schaffner ed altri aventi lo stesso tema. 

Per rendere ancora più speciale queste serate e per omaggiare ancor di più le tradizioni dell’isola, il Palazzo sarà allestito con luci e suoni proprio come si fa su un set cinematografico e sarà fatto interamente dai “Ragazzi dei Misteri”, in collaborazione con esperti del campo che metteranno a disposizione tutta la loro esperienza. I “Ragazzi dei Misteri”, è bene ricordarlo, è un’associazione che da anni si occupa di mettere in scena la vita, la morte e la resurrezione di Gesù durante la Processione del Venerdì Santo e che onora la tradizione marittima, gareggiando con vistose e spettacolari navi alla tradizionale competizione che si tiene durante la Festa di Sant’Anna d’Ischia. 

Libero De Rienzo
Grande attenzione, quindi, è stata dedicata non solo alla scelta delle pellicole, ma anche alle location nelle quali saranno proiettate. Così, oltre al carcere, nei salotti di alcune case procidane si potranno vedere documentari e short movies che raccontano la vita di marinai, marittimi e capitani, in un’atmosfera intima e privata all’interno dalla quale ogni oggetto racconta una traversata che sia del padre, del marito o del figlio.

Ad aprire la rassegna, ospiti d’onore saranno Valeria Golino, Riccardo Scamarcio e Marco Risi che parteciperanno alla visione in anteprima di Per amor vostro di M. Gaudino, vincitore del Premio Volpe al Festival di Venezia 2015. Insomma a questo evento sembra non mancare proprio niente e allora non ci resta che augurare un grande in bocca al lupo al Direttore.

Il Rione Sanità di Totò

di Antonio Lepre

Il Rione Sanità all’interno del quartiere Stella, a sua volta facente parte della III Municipalità di Napoli, ha dato alla luce, tra i suoi tanti problemi, anche una delle figure più amate del nostro panorama cinematografico, ossia Antonio De Curtis. Egli, in arte Totò, nato in Via Santa Maria Antesecula, una strada di smaltimento traffico tra via Cristallini, strada conosciuta ai più per l’ambientazione de Il Cilindro nel testo di Eduardo De Filippo, e via Sanità, strada principale del quartiere. 

Nino Manfredi e Totò nel film Operazione San Gennaro
Al contrario di quanto fa Eduardo che, bene o male, nelle sue opere inserisce il Rione Sanità, nei film di Totò il quartiere non viene mai preso in considerazione, tranne in due casi: il primo, forse il più noto Operazione San Gennaro, dove il protagonista Nino Manfredi vive tra via Sanità e via Fontanelle mentre l’altro film dove Totò è nel pieno del suo luogo natio è L’Oro di Napoli, film tratto dal romanzo di Marotta. 

L’Oro di Napoli è un film ad episodi del 1954 diretto da Vittorio De Sica, nel quale oltre a Totò come attori spiccano Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa, Silvana Mangano, Giacomo Furia e tanti altri. Totò, don Saverio Petrillo, è protagonista del primo episodio Il Guappo, nel quale veste i panni di un pazzariello che nella sua casa di Salita Cinesi ha deciso di ospitare un vecchio amico di infanzia, che è appunto il guappo del rione. 

Nino Vingelli e Totò nel primo episodio de L'Oro di Napoli
In questo episodio è rappresentato un Rione Sanità folcloristico: oltre al pazzariello che canta cicerenella, o al tram che passa e il barbiere in mezzo alla piazza insapona un cliente, o anche ai bambini che corrono per le vie, è caratteristico perché ricalca a pieno l’atmosfera del Natale vissuta da questa povera gente. Gente povera ma onesta, che si arrabatta, che si accontenta di una misera torta, e che contro il guappo esplode. 

E così alla fine dell’episodio Totò dal suo balcone in un gesto di rabbia grida ai coinquilini di affacciarsi e vedere come la brava gente ha scacciato il guappo, tirandogli oggetti di ogni sorta mentre il guappo si allontana. Il Guappo don Carmine, per la cronaca è interpretato da Nino Vingelli, il quale sin da bambino si è cimentato sui i palcoscenici delle sceneggiate e di opere in lingua napoletana, diventando poi nel cinema uno dei migliori caratteristi.

Cosa resta di Totò oggi nel Rione Sanità? Solamente un busto in via Santa Maria Antesecula dove nacque, delle statue nel giardino vicino all’Ospedale San Gennaro dei poveri e un museo di Totò a Via Vergini che stenta a decollare.

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Il postino: storia di un capolavoro immortale

di Antonio Ianuale

Alla 51esima edizione della Festival di Venezia veniva presentata la pellicola “Il postino”, girata dallo scozzese Michael Radford, con la collaborazione di Massimo Troisi. Il film verrà distribuito nelle sale italiane il 22 settembre del 1994, ottenendo critiche molto positive non solo in Italia, ma in tutto il mondo. È il film che darà l’immortalità artistica al genio di Massimo Troisi, rendendolo famoso e oggetto di studio in tutto il mondo. Il successo più clamoroso si registrò negli Stati Uniti, dove la critica fu entusiasta della pellicola e dell’interpretazione del postino Mario Ruoppolo, che valse a Troisi la candidatura all’Oscar postuma.

Il Postino è il film della maturità professionale e umana di Troisi, capace di unire poesia, malinconia, gioia e solitudine nelle parole del poeta, il cileno Pablo Neruda. Troisi era alla ricerca di un soggetto originale, voleva girare un film diverso da quelli che gli avevano dato fama e celebrità in Italia. Il progetto doveva essere più internazionale, così quando Troisi lesse il libro “Ardiente paciencia” di Antonio Skarmeta, decise di farne un film, adattando l’ambientazione sudamericana in quella napoletana. Nel libro la vicenda si svolge nel 1969, su un isola cilena dove si trova il poeta Pablo Neruda, in attesa della sua candidatura al premio Nobel per la letteratura. Mario Jimenez è il figlio di un pescatore dell’isola a cui viene affidato il compito di consegnare la posta a Neruda. Il libro analizza il rapporto tra l’umile pescatore e il letterato che cercherà di aiutare Mario a conquistare la donna amata, insegnandole la poesia, ma anche il senso profondo della vita. Sullo sfondo si innestano le vicende politiche cilene, con il colpo di stato di Pinochet ai danni del presidente cileno Salvador Allende. 

Troisi decise di coinvolgere nel progetto, il regista scozzese Michael Radford, conosciuto durante le riprese del film “Another Time, Another Place”, che accettò volentieri. La sceneggiatura venne scritta in tre settimane, all’hotel Shutters di Santa Monica, dove Troisi poteva lavorare in tranquillità. Ma Trosi aveva anche problemi cardiaci che lo costrinsero ad una visita a Houston, dove i medici gli consigliarono di operarsi. Proprio a Radford, Troisi confidò di non volersi operare: “Sai cosa? Non credo di volere questo cuore nuovo...Che uomo potrei essere con il cuore di qualcun altro al posto del mio?”. 

Massimo Troisi e Philippe Noiret in una scena del film
Il lavoro di adattamento del libro aveva apportato alcune modifiche: se la trama centrale era rimasta la stessa, l’azione si sposava su un’isola napoletana, qualche anno prima, precisamente nel 1952. Il postino è Mario Ruoppolo, interpretato da Trosi, affiancato dal grande attore francese Philippe Noiret che interpreta Neruda e dalla bellissima Maria Grazia Cucinotta nel ruolo della donna amata da Mario, Beatrice. Tra gli altri attori, ricordiamo Renato Scarpa, il Robertino di “Ricomicio da Tre”, e l’attore teatrale Mariano Rigillo. 

Se la prima parte del film è tutta incentrata sul rapporto fra il postino e il poeta, sul ruolo della poesia e della parola nella vita, nella seconda parte tutta l’isola, e soprattutto Mario aspettano il ritorno del poeta, che però sembra ormai essersi dimenticato del suo soggiorno dell’isola e del suo rapporto con Mario. Allora Mario cerca di emulare in qualche modo Neruda, interessandosi delle vicende politiche, e proprio partecipando ad una manifestazione del Partito Comunista troverà la morte. Quando finalmente Neruda ritorna sull'isola, trova soltanto il figlio di Mario, Pablito in onore proprio del poeta, con Beatrice che gli racconta la morte di Mario, consegnandogli una registrazione di Mario contenente tutti i suoni dell’isola. 

Massimo Troisi nel ruolo del postino Mario Ruoppolo
La malattia costrinse Troisi a lavorare poche ore al giorno, a movimenti minimi, all'utilizzo di una controfigura per le sequenze in bicicletta. Troisi morirà a sole 12 ore dalla fine delle riprese. La critica del tempo si occuperà anche della sua vicenda umana nelle recensioni del film. Indimenticabili sono le musiche di Luis Bacalov che, nel 2013, ha riconosciuto la co-paternità delle musiche a Sergio Endrigo, Riccardo del Turco, Paolo Margheri.

Nel 1996 il Postino è candidato a cinque premi oscar: migliore colonna sonora, miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura non originale, e la già citata nomination a miglior attore per Troisi. Solo Luis Bacalov si aggiudicherà la statuetta per le sue stupende musiche. Proprio l’ anno scorso, inoltre, per la gioia di tanti appassionati, il film è stato restaurato e proiettato in una versione digitalizzata all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Il Rione Sanità nelle opere di Eduardo

di Antonio Lepre

Tutti conoscono il Rione Sanità per essere stato il quartiere dove è nato e vissuto Antonio De Curtis, oppure dove è nato ed è stato battezzato Sant’Alfonso Maria dei Liguori o dove è morto il romanziere Francesco Mastriani, oggi molto poco ricordato. 

Eduardo De Filippo
Il Rione Sanità compare anche in diverse opere di Eduardo De Filippo, talvolta semplicemente come sfondo alla vicenda, con la sua sfera popolare e con i suoi personaggi tipici della zona, in altri contesti, invece, è addirittura il quartiere a fare da protagonista, o da co-protagonista all’opera. Naturalmente, il primo testo di Eduardo che salta alla mente è “Il Sindaco del Rione Sanità”, la vicenda bene o male la conoscono tutti, quella di Don Antonio Barracano che dirige il rione con una legge dai dettami camorristici. In quest’opera il rione stesso è l’anima pulsante del discorso di Eduardo, quell’ambiente che ha creato l’abbruttimento nella popolazione del posto, che non ha Stato, che non ha Legge, che non ha Giustizia alla quale rivolgersi perché manca di istruzione. Il Rione Sanità è così l’esempio palese, secondo Eduardo, di come chi ha amministrato ha fallito. E mi verrebbe da fare un parallelismo con i tempi che corrono. 

Non tutti sanno che l’opera è stata trasportata anche al cinema, per la regia di Ugo Fabrizio Giordano, con il titolo “Il Sindaco”, dove a fare la parte di Antonio Barracano era Anthony Quinn, ma qui il Rione Sanità scompare perché vi è trattata la mafia americana e non più quella camorra di quartiere che Eduardo aveva scritto. 

Il Rione Sanità
Altro testo di Eduardo dove compare il quartiere Sanità, questa volta in modo meno palese, è “Le Voci di Dentro”: per chi non se ne fosse accorto, dacché ci sono poche frasi che fanno capire l’ambientazione, basti ricordare il terzo atto quando Eduardo dice al portiere di andare dietro al palazzo a Vico Lammatari, ed il Vico Lammatari è proprio una strada secondaria che congiunge piazza Sanità a via Sanità. Ma anche “Questi Fantasmi” è riconducibile al Rione Sanità. Basti pensare, infatti, al Palazzo dello Spagnuolo o ad altri palazzi del Cinquecento/Seicento del quartiere, dove voci di secoli raccontano la presenza di fantasmi, monacielli, belle ‘mbriane o vergini morte suicide che si aggirano tra le stanze. E una di queste storie potrebbe essere proprio quella che il portiere racconta a Pasquale Lo Jacono, ossia quella del principe Los Rios.

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Primavera 2016: parte la riqualificazione del Lungomare di Napoli

di Luigi Rinaldi

Non si ferma il programma di riqualificazione urbana della città di Napoli. Di recente, infatti, il Comune ha approvato il progetto definitivo sulla riqualificazione del lungomare di Napoli. I lavori inizieranno nella primavera del 2016 e si concluderanno entro sei mesi. 

Il Lungomare di Napoli allo stato attuale
Grazie alla preziosa collaborazione del gruppo di tecnici, formato da rappresentanti del Comune di Napoli e della Soprintendenza, la Giunta, guidata dal Sindaco Luigi De Magistris, ha approvato la delibera con il progetto definitivo di riqualificazione del lungomare napoletano. I lavori interesseranno il tratto di strada compreso tra Piazza Vittoria ed il Molosiglio. 

Il lungomare di Napoli, da molti annoverato tra le più belle litoranee del mondo, nelle intenzioni degli amministratori comunali, tornerà ai fasti di un tempo, mediante la sostituzione dell’asfalto con i lastroni in pietra lavica, così come era prima della trasformazione voluta dal regime fascista nel 1938. Il progetto prevede anche l’ampliamento del marciapiede lato edifici, con l’obiettivo di aumentare lo spazio pubblico per la sosta dei pedoni ed, al contempo, regolamentare quello destinato alle occupazioni da parte di bar e ristoranti, nonché la realizzazione di una pista ciclabile e di due corsie veicolari, per garantire il transito dei mezzi di soccorso e di quelli autorizzati. Al fine di superare le attuali criticità, sarà, inoltre, riorganizzato il sistema fognario al pari dell’impianto di pubblica illuminazione, con dotazioni a risparmio energetico. 

Nelle scelte progettuali, come era giusto che fosse, si è tenuto scrupolosamente conto del parere delle associazioni di categoria e degli esercenti commerciali che operano nella zona. Tra qualche settimana sarà indetta la gara d’appalto ed i lavori, in base alle scadenze fissate nell’agenda dell’Amministrazione comunale, inizieranno nella prossima primavera e si concluderanno in un arco temporale di brevissima durata, al massimo sei mesi. 

Il futuro Lungomare di Napoli
Dopo i lavori di ristrutturazione di via Marina, prossimi ad essere avviati, la Giunta De Magistris ha fatto, dunque, segnare un ulteriore passo in avanti nel processo di abbellimento e ammodernamento della città di Napoli. Piazza del Plebiscito adibita a parcheggio per le automobili, il centro storico completamente puntellato durante il periodo post terremoto, piazza del Municipio con le fontane spente, fortunatamente rappresentano solo dei brutti e lontani ricordi. Oggi la città di Napoli, nonostante i numerosi problemi che la riguardano, sta assumendo, giorno dopo giorno, le connotazioni di una moderna ed elegante metropoli europea, recuperando quella dimensione che storicamente le appartiene. 

Il programma di riqualificazione, fortemente voluto dal Sindaco De Magistris, oltre alla finalità ambientali e culturali, sta assumendo, però, una enorme valenza anche sul piano economico, grazie alle positive ricadute sul piano occupazionale ed al potenziamento dell’offerta turistica. La storia lo ha più volte dimostrato che il rilancio economico e sociale di una città è strettamente legato ad un efficiente e sostenibile programma di riqualificazione urbana. La speranza degli amministratori comunali è che possa accadere questo anche per la città di Napoli.

Pomigliano Jazz 2015 tra cultura, ambiente e gastronomia

di Antonio Ianuale 

Si è svolta dal 29 agosto al 13 settembre, la ventesima edizione del Pomigliano Jazz Festival, divenuto ormai evento di grande tradizione culturale, capace di attirare ad ogni edizione appassionati di musica da tutta Italia ed assicurare la presenza di grandi ospiti internazionali. 

Il Festival è stato organizzato dalla Fondazione Pomigliano Jazz e dal Comune di Pomigliano d’Arco, con il cofinanziamento dell’Assessorato al Turismo della Regione Campania, in collaborazione con i comuni di Avella, Casoria, Cimitile, Ottaviano, Pollena Trocchia, Sant’Anastasia e Somma Vesuviana e con l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio. 

Nel ha fatto di strada quel festival organizzato per la prima volta nel 1996 nella città di Pomigliano d’Arco, ideato da Onofrio Piccolo, ancora oggi direttore artistico. Il festival conferma la sua natura itinerante anche in questa nuova edizione, proponendo alle location d’eccezione delle passate edizioni, nuovi siti come il Chiostro nel Santuario della Madonna dell’Arco a Sant’Anastasia, i conetti vulcanici del Carcavone a Pollena Trocchia, la Villa Comunale di Casoria e la Villa Augustea di Somma Vesuviana. 

James Senese
Non solo musica, dunque, ma anche valorizzazione del territorio, connubio con la cultura, l’arte e la cucina. Mostre itineranti, percorsi enogastronomici e spettacoli per bambini affiancano la buona musica garantita da artisti del calibro di James Senese, Tullio de Piscopo, l’Orchestra Napoletana di Jazz. La conclusione è stata affidata al concerto del musicista e compositore bosniaco Goran Bregovic, che nell’Anfiteatro Romano di Avella ha mandato in visibilio il numerosissimo pubblico, che ha partecipato attivamente ballando e cantando sulle note dei successi come: Marushka, Gas gas, Kalashnikov, In The Death Car, Ederlezi e Bella Ciao. Non sono mancati artisti che hanno reinterpretato, in chiave jazz, i classici della musica napoletana, emozionando i presenti con una commovente rivisitazione della celeberrima “Lazzari Felici” del compianto Pino Daniele. Ad ogni concerto erano poi allestiti spazi ad hoc dove i migliori chef campani proponevano degustazioni legate ai prodotti del territorio: dalla pizza alla melanzana viola napoletana, dal pomodorino del piennolo fino al Lacryma Christi del Vesuvio. Perfetto connubio tra la musica e l’arte culinaria è stata, infatti, la performance di Don Pasta, al secolo Daniele de Michele che ha improvvisato la sua cucina al ritmo di musica nel fantastico scenario del Parco delle Acque di Pomigliano. 

La Fondazione Pomigliano Jazz ha messo a disposizione il prezioso materiale conservato nei suoi archivi per allestire la mostra itinerante “Storie di Jazz – Venti anni di Jazz in Campania”, racconto illustrato delle storie e dei luoghi che hanno caratterizzato il festival fin dalla prima edizione. Nella Green Jazz Zone i nostalgici hanno potuto rivivere le performance delle edizioni passate: ascoltando i dischi in vinile degli artisti che anno calcato il palco del festival e rivedere i DVD dei concerti più apprezzati. La mostra, che rientra nel progetto Green Jazz, è stata allestita con materiali eco-sostenibili, illuminazione a basso consumo e lampade a LED e carta riciclata. 

Goran Bregovic
Il Green Jazz, presente ormai da tre edizioni, pone l’accento sulla tematica ecologia della manifestazione a testimonianza di un evento che oltre alla musica associa tematiche culturali. Il Pomigliano Jazz Festival si è riconfermato un evento tra i più seguiti della Campania, anche grazie alla partecipazione di stelle internazionali come Bobo Stenson, Roberto Taufic, Marco Zurzolo, Eivind Aarset quartet, Arundo Donax, Omar Sosa Quarteto AfroCubano e con il già citato Goran Bregovic accompagnato dalla Wedding & Funeral Orchestra. 





Campania: al via le stabilizzazioni in sanità

Capofila le aziende sanitarie del Salernitano

di Alessandro Coccia

Nell’ultima riunione della V Commissione consiliare permanente “Sanità e Sicurezza Sociale”, presieduta da Raffaele Topo (PD) si è discusso delle problematiche relative all’interruzione, a seguito del superamento dei tetti di spesa, delle prestazioni sanitarie accreditate e dello stato di applicazione e di avanzamento delle procedure per la stabilizzazione del personale precario del comparto Sanità.

Secondo i dati illustrati durante la seduta, i precari aventi il requisito per la stabilizzazione sarebbero tra i 700 e gli 800. Entro la fine del 2015 si conta che tutti questi professionisti firmino il tanto agognato contratto a tempo indeterminato. Tuttavia, tale azione di contrasto al precariato in sanità non prevede ancora procedure e tempi certi per i cosiddetti lavoratori flessibili. A dicembre, pertanto, si concluderebbe quella che il Presidente del Regione, Vincenzo De Luca, definì come prima tappa per la stabilizzazione di tutti i precari.

Dopo tale fase relativa ai lavoratori subordinati a tempo determinato, inizierebbe la seconda tappa, consistente in un percorso per far rientrare nella stabilizzazione anche quella fascia di lavoratori con contratti atipici. Tale iter, secondo i disegni dello stesso Governatore, sarà caratterizzato da un doppio passaggio: la conversione del rapporto, cosiddetto flessibile, in contratto di lavoro subordinato a tempo determinato e, successivamente, la definitiva stabilizzazione del rapporto con il passaggio a tempo indeterminato.

L'ASL di Salerno è stata la prima, il 20 luglio scorso, ad avviare la stabilizzazione dei propri dipendenti a tempo determinato con tre distinti avvisi interni per la verifica del possesso dei requisiti di legge: il primo per i precari del comparto (Prot n°8406) destinato a cinquanta infermieri, un tecnico radiologo, un dietista, quattro amministrativi, due tecnici di riabilitazione, un assistente sociale e quattro tecnici informatici; il secondo per i precari medici (Prot n°8407) riguardante ottantuno unità e l'ultimo per la Dirigenza sanitaria (Prot n°8408) relativo a tre farmacisti, due biologi, due psicologi.

L'Azienda Ospedaliera Universitaria S. Giovanni di Dio e Ruggi D'Aragona non è stata da meno e, il 29 luglio, con la Deliberazione n°390, denominata “Processo di stabilizzazione personale della dirigenza medica e sanitaria”, ha trasformato a tempo indeterminato dieci medici.

Le aziende della provincia di Salerno, così agendo, si sono auto candidate al ruolo di capofila nel progetto governativo di contrastato al precariato in Sanità. Lo scorso 2 settembre, poi, con la Delibera n°231, l'ASL di Caserta ha emanato un avviso interno per stabilizzare 14 medici e 2 dirigenti sanitari non medici.

Dopo più di cinque anni, precisamente dopo il Decreto n°22 del 26 marzo 2010, si torna ad agire concretamente per valorizzare le competenze professionali maturate presso il Servizio Sanitario Regionale e ridare dignità professionale a quegli operatori sanitari che da oltre dieci anni garantiscono i LEA (livelli essenziali di assistenza). Bisogna tuttavia fare presto. A chiederlo, è lo stesso Presidente della V Commissione, Raffaele Topo in quanto “c'è stata una perdita di dieci mila unità e il sistema in questa situazione non può reggere”.

Emergenza criminalità a Napoli: quali soluzioni?

di Antonio Cimminiello

L’episodio più recente risale ad alcune ore fa. Un giovane, la cui “colpa” è stata quella di fare footing nei pressi del Bosco di Capodimonte, si trova attualmente all’ospedale in prognosi riservata per aver reagito ad un tentativo di rapina. L’ultimo episodio di una escalation di violenza che si è abbattuta su Napoli, ma che forse evidenzia ancora di più il rischio che lentamente sembra concretizzarsi: il rischio di vedere messa a repentaglio la stessa civile convivenza.

La Polizia di Stato sulla scena di un crimine
Pazzesca è stata la spirale di omicidi che da qualche mese a questa parte ha interessato la città partenopea, dalla Sanità a Forcella passando per Pianura e Fuorigrotta. Impressionanti le modalità utilizzate, ma a cadere sono sempre più under 20, espressione di una delinquenza che vuole andare oltre i confini della microcriminalità, “conquistando” quartieri e piazze a dispetto delle vecchie gerarchie camorristiche, e quindi una delinquenza disposta a tutto, sparando all’impazzata anche contro persone incolpevoli, come probabilmente il 17enne Gennaro Cesarano, ucciso nel quartiere Sanità.

Comprensibile lo sdegno della popolazione -quella onesta- a fronte di dichiarazioni e scelte politiche in apparenza palesemente insufficienti. Qual è infatti la risposta delle istituzioni? Qualcosa è cambiato in questi mesi, ma l’improvvisa mole di violenza attuale sembra rendere ciò impercettibile. Negli ultimi anni è cresciuto il numero delle telecamere di videosorveglianza installate, grazie soprattutto all’utilizzo dei Fondi PON 2000-2006 e 2007-2013, ma ciò non basta: ad Aprile 2015 ben 110 telecamere su 140 risultavano fuori uso per carenza delle risorse necessarie per la loro manutenzione, il che ha portato all’isolamento di alcuni quartieri, tra cui proprio la Sanità, teatro del recente omicidio Cesarano (dove a quanto pare non risulterebbe neanche la presenza di telecamere). Anche il più incisivo intervento delle forze dell’ordine, grazie alla predisposizione di operazioni ad hoc quale ad esempio “Alto Impatto”, ha permesso a Napoli di posizionarsi al 32mo posto tra le città italiane più sicure, sopra Milano, ma l’efferata violenza degli episodi recenti ha messo in secondo piano anche tale progresso.

Malumori ha suscitato la scelta del Ministro degli Interni Angelino Alfano di inviare a Napoli “solo” 50 agenti, a fronte di episodi che tendono a ripetersi in un territorio complessivamente molto vasto. Sul tema così si è espresso il Governatore della Campania Vincenzo De Luca: “la camorra c’è, ma contiamo di avere a disposizione gli strumenti in grado di contrastarla”, parole alle quali si accompagna l’intenzione dell’Ente regionale di dar seguito a un appalto già espletato dalla precedente amministrazione regionale attraverso l’inizio, nei prossimi giorni, dei lavori per le telecamere che interesseranno zone nevralgiche quali San Gregorio Armeno, via Duomo, ed altre zone del centro storico, cui seguirà la definizione con le forze dell'ordine, Questura e Prefettura, di un piano da finanziare con i fondi europei per estendere il più possibile la videosorveglianza.

L’effettiva sinergia tra istituzioni forse può rappresentare la vera arma efficace per far si che anche le più semplici attività realizzatrici della persona umana possano tornare ad esplicarsi in quella sicurezza che deve essere propria di ogni contesto civile. E questo, nonostante Napoli non sia Baghdad, o quanto meno, non lo sia ancora.

Teatro Bellini: La stagione teatrale che accontenta tutti i gusti

di Maria Di Mare

Scorrendo il programma della stagione 2015/2016 appare evidente come il Teatro Bellini si appresti ad offrire un ampio ventaglio di proposte interessanti.

Il manifesto della nuova stagione teatrale al Bellini
Numerosissimi infatti i titoli in cartellone, che si alternano e si sovrappongono con quelli del Piccolo Bellini (l’auditorium da 80 posti). Inaugurerà la stagione Sascha Ring il primo ottobre, con un tappa del suo tour Soundtreck Live, con una serata intitolata Live Apparatus – Soundtrecks. Il cantante della colonna sonora candidata al David di Donatello col film “Il giovane favoloso”, proporrà dal vivo lo stile che lo ha reso noto, affiancato dalle performance dei Trasforma. Dalla musica tedesca a quella che si eleva da radici napoletane, col Passion Live di John Turturro il 15 ottobre.

Dal 23 ottobre al primo novembre ritorna una conoscenza del Teatro Bellini, Qualcuno volò sul nido del cuculo con Alessandro Gassman e, in contemporanea al Piccolo Bellini Il Contratto di Eduardo De Filippo. A seguire quella che è stata definita come l’autobiografia musicale di Erri De Luca, Musica Provata, in scena fino all’8 novembre. Incontriamo poi, nelle stesse date al Piccolo, Tandem di Sabino Civilleri e Marina Lo Sicco. Si passa quindi da un classico di Pirandello, quale Enrico IV, ad una novità, La vacanza dei Signori Lagonìa, spettacolo nella rosa della selezione ufficiale del Premio In-box 2015. Dall’8 al 13 dicembre assisteremo ad uno spettacolo in esclusiva, Verità, di Finzi Pasca, che si è lasciato ispirare dalla figura di sua moglie e dalle opere di Dalì, per realizzare uno spettacolo tra danza, musica e teatro. L’anno del Piccolo si chiude con Eternapoli di Giuseppe Montesano ed Enrico Ianniello, mentre al Bellini troviamo Dignità autonome di prostituzione, di Luciano Melchionna.

Ad aprire il 2016 ci sarà al Bellini Toni Servillo, affiancato dal fratello Peppe e dai Solis String Quartet, in La parola canta; al Piccolo vedremo di seguito due atti unici di Eduardo De Filippo per la regia di Francesco Saponaro e, dal 19 gennaio, Some Girls commedia sulle relazioni sentimentali e i fallimenti amorosi. Dal 20 gennaio, in scena per quattro giorni, Claudio Santamaria porterà sul palco Gospodin. In cartellone a gennaio ci saranno anche Chi ha paura di Virginia Wolf e Il mondo non mi deve nulla. Lucia De Bei presenta, dal 2 al 7 febbraio, Week-end di Annibale Ruccello, mentre a marzo, dall’8 al 13, assisteremo a Scene di interni dopo il disgregamento dell’unione europea: l’opera a due voci si concentra su due ricercati incolpati di essere i responsabili della caduta dell’unione europea; il lungo dialogo tra i due, che gli permetterà di conoscersi, li porterà ad esaminare la recente storia e i campanelli d’allarme troppo a lungo ignorati.

Più di uno gli spettacoli ispirati a Shakespeare, in scena infatti Costellazioni Amleto, dal 23 al 28 febbraio, e Hamlet Travestie, dall’8 al 13 marzo, rispettivamente al Piccolo e al Bellini. Marzo è il mese degli stili più disparati: Novantadue, Falcone e Borsellino 20 anni dopo, Arancia meccanica e Operetta Burlesca, mostrano appieno la varietà dell’offerta dell’attuale stagione. George Orwell ispira uno degli spettacoli di chiusura Human Farm, in scena dal 12 al 17 aprile, e a seguire Tre sull’altalena, che chiuderà la stagione del Piccolo, mentre il Bellini propone, in chiusura, Carmen, di Enzo Moscato, per l’adattamento di Mario Martone e con Iaia Forte.