venerdì 25 settembre 2015

L'inarrestabile e progressivo addio dei negozi storici

di Marcello De Angelis

E’ un dato di fatto. In via Filangieri hanno chiuso i battenti celeberrimi nomi dell’antiquariato e dell’arredamento. La crisi non ha risparmiato neanche via Chiaia, dove la biancheria pregiata di “Frette” non si vende più, dove è fallito l’abbigliamento di “Nino De Nicola” a Piazza dei Martiri dopo 25 anni di attività e dove si può anche trovare una gioielleria storica che ha ceduto il passo ad un negozio di scarpe da ginnastica. E così, sull’ espositore dove prima troneggiava un orologio prezioso, ora c’è una scarpa. Per carità, morbida e costosa, ma sempre di una scarpa parliamo. L’elegante via Calabritto, il salotto di Napoli, ha perso molti dei suoi esercizi più famosi e il Vomero, l’importante quartiere collinare che ha visto la decimazione di tanti suoi storici negozi, quasi 130, sparsi tra la centralissima Via Scarlatti, Via Luca Giordano e Via Merliani come "Fendi", "Daniele", "Abet", "Pio Barone" o "Il Bagaglino", negozio di abbigliamento chiuso dopo 80 anni. A Via Kerbaker la metà dei negozi sono sfitti. Una insostenibile discesa a picco del commercio. 

La storica libreria "Guida" a Port'Alba
Tra le vittime eccellenti della crisi sicuramente possiamo annoverare anche la cultura. La chiusura di importanti librerie come "Guida" a Via Merliani, o di "Loffredo" a via Kerbaker, del modernissimo store “Mondadori” a piazza Trieste e Trento, così come della "Fnac" al Vomero (che si è reinventata un angolo all’interno del nuova "Trony", sorto al suo posto) sono il segno di un imbarbarimento intellettuale della città. Imbarbarimento che non viene arginato neanche dall'Amministrazione Comunale, che nulla ha fatto contro la chiusura, giusto un anno fa, di un vero pezzo di storia della cultura Napoletana (la lettera maiuscola è d'obbligo): la libreria "Guida" a Port'Alba, lo storico locale che dal 1983 è stato considerato "bene culturale dello Stato".

Analogo discorso va fatto per la libreria internazionale "Treves" a via Toledo, la più antica di Napoli, che per tutto il ‘900 è stata crocevia della cultura partenopea, ebbene, poco dopo il 2000 ebbe lo sfratto per finita locazione. Rino de Martino, colui che rilevò in quel periodo la libreria ricorse al Tar avvalendosi del vincolo storico del Ministero per i beni culturali e ambientali ma, dopo svariate lungaggini burocratiche, la chiusura fu inevitabile. Da quel momento solo qualche movimento degli intellettuali napoletani mise in luce la situazione che degenerò tra promesse mancate e vere e proprie “amnesie” da parte dell’Amministrazione Comunale. E così uno dei pezzi di maggior pregio della cultura campana fu costretto ad abbandonare la sede, che è poi malamente rinata in versione ridotta e semi abbandonata sotto i maleodoranti portici della Chiesa di S. Francesco di Paola a piazza Plebiscito. I locali originari, che hanno ospitato personaggi del calibro di Croce e D’Annunzio, sono ora occupati da un marchio di borse in plastica e segnano in modo indelebile il decadimento culturale della città. 

A piazza Trieste e Trento, altra vittima eccellente tra i negozi storici, troviamo il rinomato “Buonanno”, negozio elegantissimo di intimo maschile, simbolo di buon gusto, dove troneggia ora un bancone per le pizze fritte. 

In via Toledo ha chiuso l’italianissima “la Rinascente” e nei suoi prestigiosi locali è presente un imparagonabile store di abbigliamento svedese. Ma prima erano già spariti nomi ben più storici per la città, come il rinomato caffè “Caflish”, che dal 1827 è stato il punto di incontro preferito dai napoletani “per bene”, laddove oggi invece vi alberga un noto marchio di maglieria. Stessa sorte per “Gutteridge” che ha lasciato la sua sede storica ad un rumoroso “baraccone” di abbigliamento ultramoderno. Resiste strenuamente “Pintauro”, che dal 1819 sforna sfogliatelle entrate ormai nella storia, ma è la cosiddetta “cattedrale nel deserto”.

Parlando sempre di cultura sfaccettata nei suoi vari aspetti, dobbiamo rilevare che la crisi economica ha assestato anche un altro duro colpo alla città: i cinema più rinomati ed eleganti, dopo un allontanamento progressivo e continuo del grande pubblico, sono stati costretti a chiudere. Ci si riferisce alla quasi totalità delle sale, che, nella maggior parte dei casi, da luoghi di incontri culturali e di cibo per la fantasia, sono diventati dei materialissimi supermercati, luoghi di incontri culinari e di cibo per lo stomaco. 

Perché è questo che sta accadendo: in seguito alla crisi economica e all’abbandono delle istituzioni che dovrebbero tutelare in qualsiasi modo la storia, la bellezza e la cultura della nostra città, Napoli ha subìto una violenta sterzata. Si è verificato una progressiva decadenza del gusto e del senso del bello tra i consumatori. 

E così è al contempo drammatico ed ironico immaginare cosa penserebbe oggi il Sig.Buonanno del fatto che dove esponeva il suo abbigliamento pregiato, che temeva la presenza della più piccola goccia di unto, ora ci sono litri di olio fritto che schizzano dappertutto.

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