giovedì 29 ottobre 2015

La Città metropolitana di Napoli mette in mostra le proprie bellezze

di David Lebro

Con l’iniziativa ‘Illuminiamo i monumenti dentro e fuori’ la Città metropolitana, come Ente, dimostra di voler mettere al centro della propria azione politica e amministrativa la cultura. La rassegna artistico-culturale, infatti, in programma fino al 7 gennaio 2016 e realizzata grazie al contributo dei fondi del Piano di Azione e Coesione III della Regione Campania, si sostanzierà di tanti seminari, convegni scientifici, mostre, proiezioni ed incontri letterari. Il fine principale è quello di promuovere e valorizzare il più possibile il vasto patrimonio storico, artistico e culturale dell’intera area metropolitana, accendendo i riflettori su alcuni prestigiosi monumenti simbolo del nostro territorio, come Palazzo Matteotti, Santa Maria la Nova, la Reggia di Portici e il Gran caffè Gambrinus, attraverso iniziative culturali importanti, volte a favorire la più ampia partecipazione e fruizione pubblica.
 
Il Chiostro di Santa Maria la Nova, ad esempio, ospiterà due interessanti mostre su ciò che Napoli è stata, è, e potrebbe utopisticamente diventare, alla luce delle trasformazioni socio-politiche ed economiche che l’hanno attraversata negli anni. La prima, “Volando sulle megalopoli. Napoli Città metropolitana” a cura di Cherubino Gambardella, in particolare, tende a sviluppare una visione utopica del capoluogo partenopeo, attraverso immagini di luoghi ideali adattati a “moderne cartoline”. La seconda, “Controluce 1991-2014” curata da Maria Savarese, invece, attraverso gli scatti di Mario e Salvatore Laporta, Carlo Hermann, Alfonso Di Vincenzo, Roberta Basile ed Alessio Buccafusca, ripercorre diversi episodi salienti che hanno caratterizzato gli ultimi 25 anni della storia di Napoli e del Sud Italia.

E ancora, importanti opere come il “Cavallo sfrenato” di Filippo Palizzi, “La Sanfelice condotta al patibolo” di Giuseppe Boschetto, o il “Ritratto di Garibaldi” di Saverio Altamura, insieme ad altri 50 capolavori tra dipinti, sculture e oggetti della tradizione popolare (appartenenti al patrimonio dell’ex provincia), saranno al centro della terza mostra, “I capolavori della Città Metropolitana di Napoli”, curata da Luisa Martorelli, in programma nelle sale di Palazzo Matteotti e nelle tre stanze del piano nobile della Reggia di Portici.

Ma queste sono solo alcune delle tante iniziative proposte dall’imponente rassegna culturale che, come si evince dal sito www.illuminiamoimonumenti.it, su cui è possibile trovare il programma dettagliato di tutti gli eventi, si animerà anche di tanti momenti di confronto, convegni, proiezione di documentari e tavole rotonde. L’area metropolitana, insomma, ha tutte le carte in regola per riconquistare quel ruolo da protagonista che, dal punto di vista, culturale, storico e turistico, naturalmente le spetta, ecco perché l’obiettivo finale è favorire tante iniziative come questa, che mettono in mostra le tante bellezze di cui è così ricca la nostra terra.

lunedì 26 ottobre 2015

Tassa di soggiorno: chi paga realmente lo scotto?

di Gennaro Tullio


Tassa di soggiorno si, tassa di soggiorno no. Sembra esser diventato il leitmotiv del momento. Ma cos’è, di cosa si tratta e come funziona? Dobbiamo risalire agli inizi del secolo, con la precisione al 1910, per trovarne l’istituzione, ma allora a differenza di oggi i motivi alla base di tale “obolo” erano ben altri. A quei tempi c’era la consapevolezza di godere di un bene quasi unico, le stazioni termali, che di per sé rappresentavano un attrattore naturale, offrendo relax e cure allo stesso tempo. Proprio al fine di preservarle e migliorarle per le future generazioni si pensò, “non ad una tassa” ma alla partecipazione degli avventori alla conservazione di tale risorsa naturale. Oggi i motivi sono d’infima, ma pur sempre giustificata natura. I Comuni, così come i loro residenti, devono combattere con la quadratura del bilancio e i tagli del Governo sugli Enti locali non è che abbiano reso vita facile ai Sindaci. Così quando i fondi scarseggiano, mentre in borsa si capitalizza, in Italia si tassa e per fare cassa i Comuni di tutto il bel paese stanno ricorrendo a questo strumento.

E’ il decreto legislativo n°23 del 14 marzo 2011 a conferire, grazie al federalismo fiscale municipale ai comuni, la facoltà di istituire l’imposta di soggiorno. Più precisamente, i comuni capoluogo di provincia, le unioni di comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte possono istituire, con deliberazione del consiglio, un'imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio, da applicare, secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 euro per notte di soggiorno. Tale limite, ad oggi, risulta superato dalla città di Roma che arriva sino ai 7 euro per le strutture particolarmente lussuose.

Da una rilevazione di Feder Alberghi il dato è in progressivo aumento, infatti: ”il gettito nazionale accertato è stato pari a circa 162 milioni di euro nel 2012, 248 milioni nel 2013 e 337 milioni nel 2014. Il trend è generato sia dalla costante crescita del numero di comuni che applicano l'imposta (oggi sono 735, erano 332 a luglio 2012) sia dai cospicui aumenti delle tariffe, come ad esempio nel caso di Roma e Milano, che nel 2015 quasi raddoppieranno gli incassi rispetto al 2014. Il prelievo medio è di 1,63 euro a pernottamento: 3,44 a Milano, 3,20 a Roma, 2,59 a Firenze, 2,48 a Venezia, 1,01 a Napoli”. In pratica, una famiglia (padre, madre e figlio undicenne) che in periodo di alta stagione soggiorna in un albergo a 3 stelle per due giorni spende 24 euro di imposta a Roma, 17,50 euro a Venezia, 14 euro a Firenze, 12 euro a Milano, 8 euro a Bologna, 6 euro a Napoli e 4,2 euro a Bibione.

Le ricadute sul turismo? Da una rilevazione effettuata a luglio scorso, il bel paese risultava essere primo tra i Paesi europei per le presenze turistiche concentrate nei quattro mesi estivi da giugno a settembre 2014: il 16,1% del totale Ue, davanti a Francia (15,9%) e Spagna (14,3%). Quindi più introiti, più turismo, possibile che sia tutto così semplice? Chi paga realmente lo scotto? Gli albergatori di sicuro no. Loro si limitano ad incassare un’imposta ormai estesa ovunque e nota a chi viaggia, quindi si sono trasformati in uno sportello esattoriale per i Comuni, niente di più. E come al solito, dunque, il prezzo lo pagano le famiglie.

Primarie a Napoli: un centro sinistra nel caos

di Antonio Lepre

Nel 2016 si svolgeranno regolarmente le elezioni amministrative della città di Napoli per designare il futuro sindaco che dovrà governare il capoluogo campano per i prossimi 5 anni. Unico candidato sicuro in questo momento, a sette mesi dalle elezioni, è il sindaco uscente Luigi De Magistris, in quanto gli altri partiti in corsa - Centro Sinistra, Centro Destra e Movimento Cinque Stelle- non hanno ancora individuato il nome del candidato considerato all’altezza di poter vincere la prossima sfida elettorale.  
Per quanto riguarda il Centro Sinistra, secondo lo Statuto del Partito Democratico, il futuro candidato dovrebbe essere designato mediante le primarie, eppure, negli ultimi mesi, sia il partito cittadino che quello nazionale hanno cercato, con scarsi risultati, un nome unitario, ossia adatto e ben voluto da ogni singola componente e, soprattutto, dalla segreteria nazionale. Nei mesi passati, a tal proposito, si era parlato di Gennaro Migliore, il deputato entrato da poco meno di un anno nel Pd, dopo le esperienze in Rifondazione Comunista e Sel, anche se i democratici hanno sempre cercato, in questi ultimi mesi, un nome al di fuori degli organi di partito, come Raffaele Cantone o Paolo Siani, i quali hanno però subito declinato l’invito.

Considerato, dunque, che un nome unitario non si è proprio trovato, ci si avvia sempre più verso delle Primarie di coalizione, anche perché gli altri sei partiti che al momento ne fanno parte -Psi, Idv, Verdi, Scelta Civica, Centro Democratico e Repubblicani Democratici- hanno già dichiarato di volerle a tutti i costi. Come riportato dall’agenzia di stampa Omninapoli, infatti, essi hanno puntualizzato di non essere “né sudditi né spettatori dei dibattiti interni al Pd” e "non essendo pervenuta al tavolo della coalizione alcuna proposta di candidatura unitaria e anche per porre fine al dibattito confuso che si sta svolgendo sui mass media dove quotidianamente vengono ipotizzate candidature mai discusse all'interno della coalizione" si dichiarano "favorevoli allo svolgimento di primarie di coalizione, da effettuarsi con regole condivise e da tenersi possibilmente entro fine anno, ma comunque non oltre il 7 febbraio 2016"

Intanto la presidente del Pd metropolitano di Napoli, Elisabetta Gambardella, ha convocato l’assemblea del partito per il prossimo 29 Ottobre, alle ore 17, alle Terme di Agnano. Potrebbe essere quella la sede in cui definire una volta per tutte la data delle primarie o, abbandonarle definitivamente, qualora il 65% dell'Assemblea convergesse su una candidatura unitaria. 

Rispetto ai nomi dei candidati che circolano, tuttavia, c’è ancora tanto rumore e poche certezze. Di sicuro uno dei candidati che gareggerà per la poltrona di Sindaco, per la terza volta, sarà proprio l’ex sindaco di Napoli nonché ex governatore della Campania, Antonio Bassolino. Ma nel totonomi finiscono anche l’ex parlamentare Graziella Pagano, il deputato Leonardo Impegno e l’europarlamentare Andrea Cozzolino. Secondo indiscrezioni di Repubblica invece, tra i papabili figurano anche Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia, Maurizio Barracco, presidente Banco di Napoli, Ambrogio Prezioso, presidente Unione industriali di Napoli, Gaetano Manfredi, rettore dell’Università Federico II, Michele Lignola, direttore Unione Industriali di Napoli e Dario Scalella, noto imprenditore napoletano. Inoltre, rimbalza sul web anche il nome di Francesco Nicodemo, il primo fedelissimo di Renzi a Napoli.

A quanto pare, insomma, ne vedremo davvero delle belle.

venerdì 23 ottobre 2015

L'italiano per stranieri: una educazione linguistica globale, inclusiva, integrata

di Germana Guidotti

Nella società odierna, sempre più connotata dalla multietnia, dalla multiculturalità e dal multilinguismo, a seguito delle avvenute trasformazioni di ordine politico, economico, sociale, si sono innestati nuovi soggetti che hanno provocato un’evoluzione dei concetti di nazione, ma ancor di più di cittadinanza. Tali concetti, oggi più che mai, hanno per destinatari cittadini plurilingue, che necessariamente devono avere l’opportunità di integrarsi all’interno dei Paesi dell’UE, fra cui il nostro. Ne deriva, pertanto, un ampliamento ed un arricchimento, in termini di valori aggiunti, della competenza linguistica, che dunque assurge a veicolo fondamentale dell’alfabetizzazione-educazione.

Appare di straordinaria importanza evidenziare come il plurilinguismo, che è una risorsa non un handicap, rappresenti anzi una condicio sine qua non nel processo di costituzione della cittadinanza attiva e democratica. Ne discende che l’intero sistema educativo italiano debba essere in grado di offrire un adeguato insegnamento della lingua e delle lingue, nell’ottica della costruzione di una vera e propria dimensione europea dell’educazione linguistica. E’ di stringente attualità il tema dell’insegnamento dell’Italiano L2, cioè dell’Italiano come Lingua Seconda per gli studenti migranti, tant’è che lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al riguardo ha puntualizzato: “credo che dovremmo essere più impegnati nel promuovere e nell’assicurare la conoscenza della nostra lingua agli immigrati che si insediano nel nostro Paese”. Il suo intervento in seno all’ottantaduesimo Congresso internazionale della Società Dante Alighieri, tenutosi a Milano, sottolinea una volta di più il compito fondamentale che spetta all’Italia: la lingua, mediante la sua diffusione e conoscenza, che deve chiaramente diventare poi competenza, funge da strumento privilegiato di accoglienza, integrazione fra i cittadini tutti e le numerose e variegate comunità immigrate nel nostro territorio. Per queste ultime la lingua italiana è l’idioma per una nuova cittadinanza attiva e non più lingua dell’emergenza. E’ divenuta lingua della comunicazione, e comunicazione significa conoscenza, e la conoscenza implica l’abbattimento di tutte le frontiere, in primis quelle linguistiche. Infatti, se per il migrante in generale la formazione linguistica rappresenta un’occasione per far sì che il suo progetto migratorio risulti fruttuoso ed abbia successo - in quanto è proprio attraverso la lingua che potrà sviluppare maggiori possibilità di soddisfare pienamente i propri bisogni - lo è a maggior ragione per i minori immigrati in Italia.

Con particolare riferimento allora alla condizione dei minori, appare evidente che l’elemento realmente indispensabile per garantire loro pari opportunità di educazione, limitando il più possibile forme di discriminazione e marginalizzazione, è costituito da interventi di formazione linguistica mirati sulle loro esigenze, parametrati sui loro bisogni. Tale obiettivo può essere raggiunto dal sistema scolastico del nostro Paese e da tutte le altre istituzioni che a qualsiasi titolo si trovano coinvolte nel medesimo processo, focalizzando l’importanza sulla lingua madre degli alunni, la cosiddetta lingua “della prima acquisizione”, facendola interagire tuttavia sinergicamente con la Lingua Seconda, ossia l’Italiano. Il tutto nell’ottica di una tangibile pragmatica cooperazione linguistica fra la didattica dell’italiano a stranieri e la docenza di tutte le differenti materie curricolari.

Il traguardo per la scuola italiana, insomma, si rivela senza dubbio ambizioso, l’orizzonte da raggiungere si presenta molto vasto e l’iter soprattutto burocratico è tutt’ora in fieri. Però, a riprova di quanto questa tematica sia di cruciale importanza, si stanno compiendo passi significativi in tale direzione, per esempio attraverso l’istituzione da parte del MIUR di una classe di concorso, la A23, che dovrà riguardare specificamente l’insegnamento dell’Italiano impartito a studenti stranieri, finalizzato all’acquisizione di competenze di base dell’Italiano parlato e scritto. In ultima analisi, l’obiettivo precipuo del grande progetto dell’italiano per stranieri è quello di vedere nella lingua un futuro cantiere di cittadinanze.

Soltanto tenendo in considerazione i molteplici profili di alunni stranieri presenti sul nostro territorio all’interno del sistema scolastico si possono adottare soluzioni, approcci, metodi, tecniche ed andare ad effettuare scelte operative capaci di portare a termine in maniera efficiente ed efficace il percorso, certamente non privo di ostacoli, di integrazione dei giovani migranti. L’intento è chiaro: puntare ad una educazione linguistica globale, inclusiva e integrata.

Cosa mangiavano a Napoli nel Settecento? Ce lo dice il presepe - I Lions ad Expo mettono in mostra la dieta mediterranea

di Alessia Nardone

In questa e nelle successive foto alcune delle installazioni presso l'EXPO

“La Dieta Mediterranea. Questione di Stile di Vita e Arte Raffinata”. Questo il titolo delle mostra promossa dal Multidistretto Lions 108 Italy - la massima struttura lionistica presente sul territorio italiano- presso la Cascina Triulza dell’EXPO di Milano 2015. Nello specifico, lungo il cardo che conduce alla Cascina - spazio dedicato alla “società civile” e dove è presente lo stand dei Lions - saranno esposti dei pannelli che ritraggono alcune scene di presepi del Settecento delle dimensioni reali di circa 40 cm, per l’occasione ingrandite fino ad essere portate a figura umana (un metro e 70 cm).

Obiettivo della mostra, curata dall’arch. Mariano Lebro e dal dott. Giuseppe Simonetti, oltre a quello nobile di rappresentare la cultura del nostro Paese nei suoi aspetti più aulici, è quello di favorire un’analisi sulle abitudini alimentari del Settecento, attraverso scene presepiali che, come ben noto, sono delle riproduzioni più che fedeli della società di quei tempi e della vita di corte. Ed è proprio la bontà di quest’ultimo obiettivo che ha spinto alla partecipazione della sezione italiana dell’Università Popolare dello Stile di Vita di cui, per la statunitense, è portavoce Michelle Obama, che nei prossimi mesi approfondirà la lettura scientifica dei temi alimentari offerti da questi capolavori dell’arte italiana.

Non a caso, questi spettacolari pannelli, che danno l’impressione di assistere ad un immaginario corteo in visita ad Expo, ritraggono personaggi impegnati a trasportare alimenti e pietanze, alcune delle quali ancora in uso in diversi territori d’Italia. È bene ribadire, inoltre, che le foto da cui poi sono stati ricavati tali pannelli sono state scattate, presso alcune collezioni private, a presepi risalenti al XVIII secolo, periodo di massima espressione di tale arte. Infatti, come noto, fu il sovrano Carlo VIII tra i primi committenti ad affidare a degli artisti di grande fama di eseguire piccole sculture che rappresentassero, con dovizia di particolari, la realtà e le consuetudini di tutti i ceti sociali. In seguito, tali artisti, tra cui spiccano i nomi di Giuseppe Sammartino, Camillo Celebrano, Nicola Somma e Angelo Viva, ebbero lo stesso incarico da altri aristocratici che, seguendo le orme del Re, volevano essere ritratti tra i pastori, magari quanto più prossimi al bambino Gesù. Questa lusinghiera moda verrà presto seguita anche da delegazioni straniere, ambasciatori, imprenditori e banchieri, desiderosi anch’essi di entrare a far parte del presepe e la cui presenza, oggi, conferma il carattere di universalità attribuito a tale arte.

Non ci resta, dunque, che attraversare questo corridoio pieno di bellezza, di arte, di cultura e, di gastronomia.


Anche il cibo diventa social: il fenomeno degli Home Restaurant

di Maria di Mare

Googlando home restaurant (letteralmente ristoranti a casa) diversi sono i link che ci offrono una facile opportunità di resevation per un tavolo in una cucina casalinga, ma non troppo, a New York, Los Angeles o nel Connecticut, lasciando quasi intendere che sia un fenomeno tutto statunitense.

In realtà la tendenza ha di sicuro la paternità oltreoceano, difatti le pagine web di questi locali casalinghi non hanno nulla da invidiare a quelle di un ristorante a tutti gli effetti, con tanto di presentazione dello chef, foto del locale e lista dei vini a km 0. Ormai il trend è diffusissimo anche qui in Italia. Ma di cosa stiamo parlando esattamente? Giovani e meno giovani, tutti cuochi in erba con l’esperienza maturata dentro le mura di casa propria, diventano chef per una sera o, se il progetto va bene, anche più a lungo.
Tavola imbandita per una cena social
I numeri legati al fenomeno, in Italia, sono altissimi: guardando al 2014 il fatturato complessivo stimato, in riferimento a 37mila eventi social eating (cene per stare insieme, come recitano alcuni slogan, piuttosto che sociali), è di 7,2 milioni di euro. Nel 2014 la città col maggior numero di cuochi social è stata Milano, che in percentuale ha coperto più dell’8% della richiesta, e sul podio delle regioni dove il fenomeno è più diffuso ritroviamo Lombardia, Lazio e Piemonte. Per quanto riguarda la diffusione degli home restaurant al sud, eccezion fatta per Bari e la zona del Salento, non si registra una ricezione accogliente del fenomeno.

Un interrogativo resta però, una volta che accettiamo di andare a mangiare a casa di qualcuno, con un menù che spesso non possiamo scegliere perché dipende dall’estro ( o dal frigo) del cuoco, chi sarà a cucinare per noi? Sempre più talent a sfondo culinario affollano i canali televisivi, e si moltiplicano i programmi di cucina didascalici accontentando tutti i gusti: ecco, dunque, quello che si rifà alla cucina della tradizione della nonna, con piatti pesanti e sostanziosi, quello più trendy col cuoco giovane che mostra come realizzare veloci finger foods, e poi quello che propone ricette veloci per chi ha poco tempo e quello tutto multiculturale per la gioia di chi ama l’incontro con gli altri paesi attraverso le spezie. Da qui il passo è breve, la cucina ci emoziona, ci appassiona, e ci sentiamo tutti grandi master chef. Quale cosa migliore allora, per dare un senso a questa neonata passione, se non quello di aprire le porte della propria casa, e della propria cucina soprattutto, creando dall’oggi al domani un home restaurant. Oltre il 50% dei cuochi sono donne e l’età media è di 41 anni, possono essere rintracciati su diversi social che offrono un servizio di booking on-line e molti di loro, in realtà, nella vita si occupano di mansioni afferenti al mondo del cibo.
Cena in un Home Restaurant
Prenotare un tavolo in un home restaurant è più facile di quanto sembri, grazie alle piattaforme social su cui è possibile usufruire del servizio, e ce n’è per tutti i gusti e tutte le tasche: i ristoranti casalinghi più piccoli, quelli da 5 o 6 posti, per compensazione sono i più fantasiosi, proponendo alternative vegane, menù musicali e cene con l’artista. Per chi sia stufo dei ristoranti classici e stia stretto nella cucina di “mammà”, da un minimo di 15,00€, come da Cristina ad esempio, fino ai 55,00€ che si devono sborsare per cenare da Mariangela, può provare l’esperienza di fare una cena social, purché sia disposto ad accettare che, ad oggi, le normative sugli home restaurant e la loro gestione non sono ancora molto chiare e che, a parte la passione per il cibo, chi cucina per lui non sempre è un cuoco certificato.

Napoli tra Sacro e Profano

di Marcello de Angelis

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe
E’ una giornata come tante altre sui Quartieri Spagnoli. In quell’inestricabile rete di strade, stradine, vicoli e vicoletti tutto si svolge nella più assoluta normalità. Intendiamoci, una normalità soggettiva che solo chi vive a Napoli può comprendere: donne in costante ritardo svolazzano piene di buste tra un negozio e l’altro cercando di ottimizzare i tempi della spesa; uno sciame di ragazzini urlanti e appesantiti dagli zaini esce dalla scuola nell’ora di punta correndo, mentre un altro sciame di ragazzini altrettanto urlanti e appesantiti sì, ma dalle pistole, passa a tutta velocità in sella ai “mezzi”, sparando in aria per far capire che è una zona di loro “competenza”; motorini e macchine che circolano in tutti i sensi di marcia possibili e immaginabili; camion che scaricano merce a qualsiasi ora bloccando il traffico, generando impunemente code interminabili e clacson strombazzanti con le imprecazione degli automobilisti mentre i vigili urbani…no, quelli stanno in pausa e poi neanche ci salgono qui sui quartieri. Poi ci sono le guide che accompagnano curiosi turisti tra i luoghi più caratteristici, fino a discendere poi nell’affascinante Napoli sotterranea, negli antri più nascosti e antichi, mentre in qualche altro antro sotterraneo, ugualmente nascosto, ma meno affascinante e meno antico, qualche boss, chiuso nella sua tana di cemento, sta pianificando la mattanza di un clan rivale. Insomma, sembrerebbe una normalissima giornata “quartierante”. Ma poi noti qualcosa di strano. Un muro di carne umana riempie l’incrocio tra Via Speranzella e Vico Tre Re a Toledo, due strade che si intersecano a ridosso di via Toledo, e ti accorgi che quella non è una giornata come un’altra. 

La moltitudine silenziosa di persone in paziente attesa che si assiepa ordinatamente, si trova lì per pregare o soltanto salutare una delle Sante più amate e venerate dei Quartieri Spagnoli: è Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe. In quell’incrocio si trova il Santuario in cui è custodito il Suo corpo. Ed è il giorno 6 del mese di Ottobre, quello dedicato a Lei. Fuori la chiesetta (perché è davvero piccola) e sotto la targa che ricorda la Sua protezione durante la seconda guerra mondiale, si crea una specie di zona fuori dal tempo in cui manco ci si accorge del frastuono circostante. E neanche l’ennesimo inseguimento della polizia riesce a far distogliere l’attenzione. 

Non è superstizione o stanca ripetizione di un rito ancestrale. E’ la dimostrazione di una Fede speciale verso suor Maria Francesca, una “donna dei quartieri” che ha vissuto in quelle strade ed è divenuta poi Santa. Infatti Anna Maria Rosa Gallo, Suo vero nome, nacque proprio sui Quartieri nel 1715. A sedici anni decise di dedicare la propria esistenza a Dio facendosi suora. Presi i voti non volle abbandonare la zona, anzi, scelse di abitarvi in un piccolo appartamento dove visse tutta la sua vita. Beatificata nel 1843 fu Santificata nel 1867. Da allora, a tutt’oggi Ella è trattata come una persona vivente, che ancora circola lì intorno dispensando grazie. Si può definire amore vero, lontano dalla devozione classica, è un sentimento più profondo e umano che esula completamente dalle distorsioni religiose assunte come normali da buona parte del popolo napoletano che vive in una sinistra confusione tra Fede sincera, puri riti apotropaici e aberrazioni blasfeme. Proprio come quelle perpetrate dai camorristi, che riempiono i loro covi di immagini sacre e svolgono parte dei loro riti brutali, dopo aver pregato in un misto di auto-assoluzione e ricerca di una protezione divina che possa comprendere l’utilità della loro ferocia. Che poi, a pensarci bene, se non si considerasse l’efferatezza del loro agire, potrebbe assumere un aspetto grottesco, quasi comico, pensare ad un energumeno che nell’attesa di commettere una strage, candidamente prega con un Rosario tra le mani.

Dicevo, varcata la soglia della suddetta Chiesetta si è accolti dalle suore “Figlie di Santa Maria Francesca” che cercano di portare un pò d’ordine tra la folla stipata dinanzi alla teca dove è custodito il Suo corpo e che prosegue poi verso la seconda fondamentale tappa del pellegrinaggio: la casa di suor Maria Francesca. Si, perché quel Santuario ha l’unicità di essere stato costruito proprio sotto la dimora in cui Lei visse. Vi si accede attraverso una scala di pietra strettissima e ripida. Appena entrati si è avvolti dal forte profumo dei fiori che i fedeli portano regolarmente. Sono sistemati ai piedi di una parete interamente ricoperta di ex-voto per grazie ricevute e da una miriade di fiocchi azzurri e rosa provenienti da ogni parte d’Italia. Uno spettacolo che lascerebbe senza fiato anche un ateo praticante. 

L'ingresso della chiesa
Dopo l’ingresso, si entra in une seconda camera, dove troviamo gli oggetti di preghiera e di vita quotidiana della giovane Anna Maria che, insieme a preziosissime reliquie, sono custoditi negli stessi mobili appartenuti a Lei ma, soprattutto, c’è una sedia all’apparenza normalissima, ma dal valore simbolico immenso, che viene infatti descritta come miracolosa. Era quella su cui sedeva la religiosa e su cui oggi siedono le persone in attesa di una grazia. Una particolare devozione è espressa dalle donne che vorrebbero avere un figlio, e ciò spiega la presenza di quei fiocchi all’entrata: simboleggiano ogni nascita avvenuta grazie all’intervento della cosiddetta “Santa delle famiglie”. E sono davvero tanti. Proprio per questo la maggior parte dei fedeli è composta da donne o giovani coppie, che vorrebbero coronare il loro sogno, ma anche da mariti e mogli con al seguito un neonato frutto di un precedente viaggio in Vico Tre Re a Toledo. Un’altra suora impone una particolare benedizione a chi siede su quella sedia e racconta con sfiziosi aneddoti la vita della Santa. Storie che si fanno via via più profonde quando descrive le sofferenze morali e fisiche della giovane Anna Maria, di come avesse affrontato forze malvagie, proprio lì, in quella casa che già allora era meta di persone in cerca di grazie. 

Il percorso emozionale termina lasciando l’impressione di aver vissuto qualcosa di speciale, a prescindere da ciò in cui si crede o non crede. Di sicuro in quelle stanze ci si immerge in una oasi di serenità, parola aliena in zone sempre al centro dell’attenzione per notizie negative. Stavolta però la notizia è positiva: esiste a Napoli, nel cuore dei Quartieri Spagnoli, un angolo fuori dal mondo dove il “bene” e la “speranza” regnano sovrani e dove i pensieri, anche quelli più bui, si perdono lasciando spazio alla certezza di essere entrati in contatto con quanto di buono c’è nelle persone e dove si è vissuto qualcosa di curioso e insolito per alcuni, ma sicuramente di rigenerante e trascendente per molti altri.

Nodo Circumvesuviana: quali spiragli?

di Antonio Cimminiello 

Una linea di trasporto ferroviario che garantisce la mobilità di più di 25 milioni di passeggeri l’anno merita attenzione. Se poi essa finisce per collegare una città come Napoli alla sua ampia provincia e a territori di importanza strategica, come Pompei e Sorrento, quest’attenzione deve essere triplicata. Si sta parlando della ex-Circumvesuviana, dal 2013 incorporata nell’EAV, la holding partecipata dalla Regione Campania: un colosso dal patrimonio netto di circa 10 milioni di euro, che aumentano a quasi 300 se si considera il valore complessivo di produzione, ma al tempo stesso gravato da una situazione debitoria che ha inevitabilmente inciso sulla qualità del trasporto soprattutto avuto riguardo alla città partenopea e relativa provincia. E, probabilmente, l’attenzione di cui si è detto non c’è stata, trattandosi di una situazione che perdura ormai dal 2012, nonostante alcuni interventi istituzionali, tra cui lo stanziamento di 80 milioni di euro per la ristrutturazione dei treni ad opera del governo Caldoro. 

Il treno della Cumana andato a fuoco
Nel frattempo questa paralisi cosa ha causato? Le conseguenze sono all’ordine del giorno. E se da un lato la miriade di corse cancellate all’ultimo momento produce ormai uno scoramento quotidiano per chi ha bisogno di una celerità quanto meno da Paese civile per soddisfare i propri bisogni, lo stato stesso delle infrastrutture e dei mezzi utilizzati- ormai vetusti, continuamente in officina e pure oggetto di raid vandalici- va ben oltre il suscitare una semplice arrabbiatura. A volte, purtroppo, il rischio è quello di mettere a repentaglio la stessa incolumità dei passeggeri, basti ricordare che solo 2 mesi fa ha preso fuoco un treno della Cumana, in servizio da più di 50 anni). Per quanto riguarda la ex Circumvesuviana poi, per la quale sono in circolazione appena 50 treni, il problema sembra essere anche organizzativo. Non ha avuto seguito infatti l’invito, rivolto al personale tecnico-amministrativo, a presentare domanda volontaria per svolgere un’attività straordinaria di controlleria soprattutto presso le stazioni maggiormente colpite dal problema dell’evasione. Nessuna domanda è stata presentata, dopo che già negli anni scorsi si era cercato quanto meno di incrementare il personale addetto al controllo dei titoli di viaggio (oggi ridotto a sole 60 unità) prima con un piano di qualificazione del 2013 e poi, addirittura, con l’affidamento di tale riorganizzazione ad una società esterna, ugualmente senza successo. Questo nulla di fatto, grave in quanto concernente un problema delicato quale la lotta ai “portoghesi” -il cui numero neanche la riorganizzazione dei titoli di viaggio sembra aver ridimensionato- dimostra anche il clima di sfiducia riguardante lo stesso personale dell’ente, alla pari dell’utenza già provato da continua tensione anche a causa di voci di possibili tagli.

“Il sistema dei trasporti in Campania è da ricostruire. Occorrono qualificate risorse umane ed ingenti risorse finanziarie in un progetto chiaro che coinvolga i lavoratori ed i cittadini”: così all’atto di insediamento e in maniera lungimirante si era espresso il nuovo presidente dell’EAV Umberto De Gregorio. I fondi ordinari e straordinari già erogati da Regione e Governo nazionale con contratto di servizio e “piano Voci” rappresentano soltanto un primo passo. Ci vuole ancora tanto, per evitare la perdurante e ingiustificata compromissione di un diritto -la libertà di muoversi strumentale allo sviluppo della propria personalità- che la Costituzione tutela.

Musica e arte: Pino Daniele e Massimo Troisi

di Antonio Lepre

Difficile vedere un film di Massimo Troisi e non pensare al compositore delle sue colonne sonore: Pino Daniele. In quest’ultimo periodo, vista la prematura scomparsa del cantautore napoletano, il Comune di Napoli ha voluto omaggiarlo dedicandogli una stradina all’interno dei vicoletti dove egli è nato: vicoletto Donnalbina. L’amicizia tra due artisti partenopei nasce ai tempi della trasmissione televisiva No Stop, ma la prima collaborazione tra i due avviene solo nel 1981, con il film Ricomincio da tre, dove Pino Daniele compone la musica iniziale, mai stampata su vinile e tutte le musiche all’interno della pellicola. In questa pellicola però, non inserisce sue canzoni, al contrario di quanto farà negli altri due film guidati da Troisi e dove lui comporrà la colonna sonora, ossia: Le vie del signore sono finite e Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Nel film del 1987 Le Vie del signore sono finite Pino Daniele scrisse Qualcosa arriverà che conclude la pellicola, mentre in Pensavo fosse amore invece era un calesse scrisse Quando, ormai diventato un classico del suo repertorio.

Massimo Troisi e Pino Daniele in sala d'incisione
La chiave per capire il binomio Pino Daniele – Massimo Troisi, e di conseguenza anche le colonne sonore dei film del regista di San Giorgio a Cremano, sta nella poesia ‘O ssaje comme fa o core’, musicata in un secondo tempo dallo stesso Pino Daniele. In questa canzone – poesia è espresso il significato profondo dell’instabilità sentimentale sia di Troisi che di Pino Daniele. Infatti i due nelle loro opere trattano l’amore in toto, soprattutto la delusione sentimentale e l’illusione dell’amore. Basti pensare, ad esempio, all’intera pellicola che, già nel titolo, porta l’intero significato Pensavo fosse amore invece era un calesse.

Nelle colonne sonore scritte da Pino Daniele si sente quella malinconia propria del mondo di Troisi, infatti nei testi Qualcosa arriverà e Quando si sottolinea l’attesa dell’amore come sconvolgimento della vita: Voglio 'o mare / pè chi fa bene e chi fà male / pè chi si cerca e va luntano / e per sognare poi qualcosa arriverà (dal testo Qualcosa arriverà); Tu dimmi quando, quando / dove sono i tuoi occhi e la tua bocca / forse in Africa che importa. / Tu dimmi quando, quando / dove sono le tue mani ed il tuo naso / verso un giorno disperato / ma io ho sete / ho sete ancora. ( dal testo Quando). Pino Daniele e Massimo Troisi infondo hanno ricreato l’aspettando Godot dell’arte napoletana: l’amore.

A Napoli non piove mai

di Maria di Mare

La copertina della colonna sonora del film
Al cinema il primo esperimento registico di Sergio Assisi, star delle fiction italiane, salito alla ribalta grazie al ruolo nella serie televisiva Capri, in onda su Rai Uno. A lui spetta anche la paternità della sceneggiatura. Nel cast ritroviamo altri nomi già noti al pubblico come Ernesto Lama (nel ruolo di Jacopo, l’amico sfortunato che soffre terribili pene d’amore), Sergio Solli (l’intransigente padre che caccia di casa il figlio sognatore) e Francesco Paolantoni (simpaticissimo vigile del fuoco). A Napoli non piove mai è un film sorretto dalla forza, della speranza in un domani migliore e da una massima che il protagonista più volte ripete in tutta la pellicola, “chi ha un sogno ha il dovere di ricordarlo a chi un sogno non lo ha più”.

Un film che omaggia Massimo Troisi in più punti: dallo stile caricaturale del personaggio di Jacopo Dell’Orti, che con un parlare incerto e simpaticissimo si fa presto ben volere dallo spettatore, fino alla bomboniera di nozze: la statuina del cacciatore col cane che subito richiama ai più il film Pensavo fosse amore e invece era un calesse. 

Valentina Corti interpreta una giovane neolaureata in arte che, ironia della sorte, soffre della sindrome di Stendhal. Inviata a Napoli per restaurare gli affreschi di una chiesa incontrerà lo scapestrato Barnaba, appassionato di fotografia, che non riesce a trovare uno sbocco lavorativo classico, perché si rifiuta di lasciarsi sopraffare dal sistema che lo vorrebbe impiegato in un lavoro monotono. Insieme sfideranno la sfortuna perché “è facile essere felici quando si è felici”, e loro sapranno trovare la felicità anche attraverso le difficoltà del quotidiano.

Il film è attraversato da una vena di buonismo che, a tratti, è addirittura esasperante. Inutile dire che il lieto fine era scontato, ma bisogna precisare che arriva secondo le possibilità più prossime all’ovvio. I colpi di scena, anche quelli troppi, e troppo buoni. Punto di forza della pellicola sono senza dubbio le location scelte per le riprese, difatti guardare il procedere dell’azione seguendo i protagonisti in giro per Napoli è un piacere: paesaggi mozzafiato e scorci caratteristici che rubano ad ogni persona seduta in sala un “Ah ma li è a…”, “Ma che bello quel posto! L’hai riconosciuto è…?”. 
Il cast del film
Con un titolo che è già di per se un modo di dire, la storia si snoda tra vari luoghi comuni partenopei: l’instancabile perpetua, una donnona materna, matrona e cuoca sopraffina; i ragazzini, tipici scugnizzi che giocano a pallone colpendo ripetutamente la porta della chiesa; il furbo di turno, la cui regola di vita è sopravvivere usando l’astuzia e sforzandosi poco. Contraltare a uno sfondo piuttosto trito e ritrito sono delle battute brillanti e una storia scorrevole. Si sente la mancanza della lieve nota ironica ma drammatica, non vi è la contraddittorietà di una città così passionale e decadentemente tormentata. Sfortunatamente ne emerge un ritratto di Napoli piuttosto plastificato, non al passo con i tempi, e la città partenopea finisce per essere una comparsa, davvero presente solo nel titolo.

Ferrara per tre giorni redazione più grande del mondo

di Germana Guidotti


Nella splendida cornice della città di Ferrara, importante polo universitario e centro di energie vive soprattutto nel settore della comunicazione, da pochi giorni si è concluso il Festival del giornalismo: Internazionale a Ferrara 2015. Una tre giorni in cui sono stati coinvolti ben 230 giornalisti provenienti da 27 diversi paesi del mondo. Il programma dell’evento si è presentato ricchissimo e fitto di reportage, workshop, seminari, interviste, mostre, presentazione di film, documentari, libri e tanti altri lavori.

La manifestazione, giunta alla sua nona edizione, rappresenta un appuntamento molto atteso dal panorama giornalistico italiano, in quanto affronta tematiche di ampio respiro nazionale ed internazionale. Il tema portante dell’evento di quest’anno è stato di stringente attualità: le nuove frontiere, con evidente eco, quindi, alla situazione relativa al fenomeno dei migranti e degli immigrati nel nostro Paese. Ad incontrarsi sono stati, oltre ai giornalisti, esperti nel campo dell’economia, fotografi, fumettisti, scrittori, operatori coinvolti a qualsiasi titolo nel mondo dei media e della comunicazione, che hanno optato per portare avanti iniziative incentrate sull’attualità, considerando che le tematiche ad essa legate risultano molto più incentivanti, motivanti, alla portata di tutti, e quindi particolarmente fruibili e partecipative. 

Il manifesto del Festival del Giornalismo

La maggioranza dei dibattiti si è svolta in luoghi pubblici simbolo della città emiliana, offrendo anche la possibilità –laddove è stato possibile– di interfacciarsi direttamente con i protagonisti.

In buona sostanza questa kermesse ha reso possibile l’incontro e lo scambio di tante idee ed opinioni, toccando molteplici tematiche e questioni anche parecchio delicate, come i diritti civili, la libertà di stampa e di espressione, i limiti della satira, la democrazia, la questione cubana e siriana. Ma anche cinema, arte, musica e fumetti hanno fornito diversi spunti di riflessione. Si tratta, quindi, di un evento in cui protagonisti dell'informazione si incontrano per alcuni giorni con i cittadini, i lettori, gli studenti, i professionisti, in un flusso continuo di idee, scambi e confronti.

Il festival in Italia occupa una posizione indubbiamente di primo piano fra le manifestazioni dedicate al mondo del giornalismo e dell'informazione. Infatti, in un momento come quello attuale in cui si alzano sempre più barriere, in tutti i campi e a tutti i livelli, in cui le frontiere si allargano anzichè restringersi, il ruolo della stampa, e del giornalismo in generale, vuole essere propriamente e pragmaticamente attivo, operativo e, soprattutto, costruttivo. Esso deve divenire luogo del dialogo, del confronto impegnato, per scardinare le barriere, non solo di tipo fisico, ma anche e soprattutto mentale, sociale, culturale, psicologico e linguistico. La stampa, quindi, come soggetto schierato in prima in linea nella lotta allo scopo di sfatare tabù, preconcetti, stereotipi. Il tutto all’interno di interessanti e stimolanti discussioni e sessioni di workshop, con professionisti ed esperti del settore, alcune delle quali completamente in lingua inglese. Anche perché al Festival erano presenti numerose personalità di spicco e nomi importanti dell’informazione internazionale, come lo scienziato premio Pulitzer Jared Diamond, Van Reybrouck, autore di “Congo”, Serge Michel, giornalista del quotidiano francese Le Monde, H.W.French, giornalista del NY Times e Isabel Wilkerson, prima donna afroamericana a vincere il Pulitzer. Ahmad Farahani ha presentato invece “We are journalists”, un documentario che racconta il mondo attraverso gli occhi di alcuni inviati di guerra. In questo caso, la tematica affrontata è quella di una dolorosa riflessione circa la questione mediorientale.


Altro intervento significativo è stato il dibattito tra il direttore dell’Internazionale, Giovanni De Mauro e l’insegnante Lizanne Foster, che ha avuto per oggetto la scuola adattata al XXI secolo, tema di grande rilevanza visti i numerosi risvolti che ha causato la questione dei gender anche nelle scuole italiane. Si è svolto, inoltre, un laboratorio di animazione e video per bambini, presso il cinema Boldini, che ha suscitato particolare curiosità ed interesse fra il ‘piccolo’ pubblico, principalmente per il suo carattere interattivo e multimediale. Al Festival di Internazionale erano presenti anche i “facilitatori grafici” dello studio Housatonic Design Network, che con i propri disegni hanno tradotto di volta in volta le parole del festival in immagini grafiche. Essi hanno seguito in special modo gli incontri della rassegna “In redazione”, in cui i redattori di Internazionale hanno spiegato il loro metodo di lavoro, oltre che alcuni segreti del mestiere.


Un momento del Festival del Giornalismo
Non è mancata la possibilità di effettuare una visita guidata ai giardini e ai cortili, ottima occasione per il pubblico e gli ospiti della manifestazione di andare alla scoperta di una magnifica quanto ricca e suggestiva città quale è Ferrara. L’incontro di chiusura, infine, al teatro Comunale, ha visto la partecipazione di Adriano Sofri e del fumettista Zerocalcare, uno degli ospiti più attesi. Con loro sul palco anche Giovanni De Mauro e Marino Sinibaldi, insieme agli oltre 200 volontari che hanno collaborato al Festival ed alla sua riuscita, che fa parlare di un bilancio più che positivo.

Anche la Regione Campania dice no alle trivellazioni

di Luigi Rinaldi

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi
La Regione Campania si associa alle altre nove Regioni, che hanno detto no alle norme inserite nel decreto “Sblocca Italia”, tendenti a facilitare la ricerca e l’estrazione del petrolio sia sulla terra ferma che in mare.

Il Consiglio regionale, con voto unanime dei partecipanti all’assemblea, ha approvato le delibera a firma del Presidente, Rosa D’Amelio, per promuovere il referendum abrogativo contro le norme che consentono le trivellazioni, bypassando gli enti locali. Prima del decreto “Sblocca Italia” , erano le Regioni a decidere sulle trivellazioni da eseguirsi in terra ed il Parlamento su quelle in mare. Adesso sarà Roma a decidere su tutto, estromettendo i territori da decisioni di primaria importanza.

In Campania la questione riguarda principalmente il Sannio e l’Irpinia, interessate da alcuni progetti finalizzati ad accertare la presenza di idrocarburi nel sottosuolo. Forse l’unica zona ancora incontaminata della Campania, che, seppur in gravissimo ritardo, inizia finalmente a registrare un crescente sviluppo economico di tipo sia agricolo che turistico. Una vasta area in cui imprenditori locali stanno faticosamente portando avanti importanti investimenti nei settori della zootecnica e dell’agroalimentare di qualità, valorizzando le produzioni di eccellenza e riuscendo a ritagliarsi spazi significativi nel mercato nazionale. Iniziative che potrebbero essere seriamente compromesse dai programmi di ricerca ed estrazione degli idrocarburi.

Una trivella in mare
A suscitare preoccupazioni ed allarmismo, hanno contribuito notevolmente le previsioni dello “Sblocca Italia” che consentono, per le opere di stoccaggio e di trivellazione, di derogare alle norme in materia di difesa ambientale e tutela paesaggistica. Da Nord a Sud si sono mobilitati tantissimi cittadini esprimendo la loro ferma opposizione ad una legge che potrebbe provocare, a detta di molti esperti, un potenziale disastro ecologico. E così, sotto la spinta popolare, si sono mossi ben dieci Consigli regionali per dire no alla ricerca ed estrazione di idrocarburi. La valenza del referendum abrogativo è anche politica. Otto delle dieci Regioni che hanno approvato il referendum sono guidate da Governatori del Partito Democratico. Raramente è accaduto in passato che così tanti Consigli regionali fossero schierati contro il Presidente del Consiglio in carica. E forse mai così tanti dello stesso partito. Non è mai stato facile contemperare i progetti di sviluppo e crescita economica con le esigenze di tutela dell’ambiente. La questione delle trivellazioni rappresenta solo una conferma della enorme difficoltà di svincolare il rilancio economico di una nazione dal problema, molto sentito dai cittadini, dell’impatto a livello ambientale. Allo stato i sei quesiti referendari sono stati depositati dinanzi alla Corte di Cassazione, spetterà ora alla Consulta pronunciarsi sulla loro ammissibilità.

Libero de Rienzo: “sarebbe bello trasformare Arthetica in un festival di cinema indipendente”

di Alessia Nardone

Il manifesto della rassegna
Grande successo per l'edizione “zero” della rassegna di film d'autore Artethica, ideata e organizzata dall'attore e regista napoletano Libero De Rienzo e inserita nella più ampia programmazione della stagione di eventi “Itinerari Procida 2015”. Dal 2 al 4 ottobre, sono stati tre giorni di affollate proiezioni “a tema carcerario”, da Nick mano fredda a Papillon, presso l’ex penitenziario di Palazzo d’Avalos, home movies e i celeberrimi corti doc di Vittorio De Seta presso case private aperte alla cittadinanza, horror per ragazzi, quali Ed Wood, in una cripta e ospiti illustri, da Riccardo Scamarcio e Valeria Golino, fresca Coppa Volpi alla Mostra di Venezia con Per amor vostro di Giuseppe Gaudino, a Marco Risi.

Palazzo D'Avalos

"Per questo numero zero di Artethica avevo bisogno di avere con me tre amici come Scamarcio, Golino e Risi, quest'ultimo angelo custode nella mia carriera", afferma Libero De Rienzo. Scelta più che mai corretta a giudicare dalla gioia con la quale hanno partecipato a questo evento e dai complimenti, dalla stima e dell’affetto che hanno rivolto a lui e a Procida. Ma vero fulcro della rassegna per De Rienzo è stato Palazzo D’Avalos, ex Istituto di pena di massima sicurezza: “qui a Procida, l’isola del cinema, è successo un piccolo miracolo civile. Un‘idea folle e rivoluzionaria è diventata realtà e desiderio collettivo. Con 20 procidani, donne e uomini che nella vita fanno tutt’altro che gli artisti o i rivoluzionari, abbiamo espugnato il carcere dell’isola, liberato dall’abbandono e dal peso del dolore che lo ha abitato per secoli, lo abbiamo pulito e rispettato e ci abbiamo portato la luce. La luce delle idee e dei proiettori di cinema. Per due mesi L’Istituto di Pena è diventato un luogo di gioia e di azione partecipata. Sudore, amore, idee”. “La location è speciale -continua ancora De Rienzo-, è importante, l'ex carcere è una sorta di museo spontaneo della memoria. Molti lo paragonano ad Auschwitz per la violenza dell'impatto visivo, ha delle contraddizioni molto forti perché è all'interno di un palazzo cinquecentesco della famiglia più ricca dell'epoca, i Borboni; c'è un dualismo fra bellezza e dolore che vale la pena di essere raccontato".

E in merito al successo riscosso afferma: “Non ho mai fatto nulla nel mio lavoro con l’aspettativa di fare botteghino o di essere applaudito. Anzi spesso mi infastidisce perché credo che oggi in Italia i premi siano attestati di conformità e non medaglie all’innovazione. Però qui a Procida è stato diverso, centinaia di Procidani che, mi dicevano “al cinema non ci vanno” si sono arrampicati sulla parte più alta e aspra dell’isola per “occupare” con noi palazzo d’Avalos, ex carcere di Massima sicurezza, da oggi castello della bellezza e della cultura”.

Riccardo Scamarcio, Libero De Rienzo, Valeria Golino e Marco Risi
Lo definisce, senza presunzione, un miracolo che spera di riproporre nei prossimi anni: “Per tre giorni, nonostante il maltempo, nonostante il posticipo del Napoli, nonostante la durezza delle brande dei detenuti usate da noi come poltrone di cinema, nonostante tutto ogni sera…tutto esaurito. Dopo questa edizione, mi piacerebbe ogni anno riproporre questo appuntamento, trasformarlo in un festival di cinema d'autore indipendente dedicato ai film in difficoltà. Ce ne sono tanti in Italia in questo momento, film eccezionali che non riescono ad avere una distribuzione". E conclude: “Non sono abituato a ringraziare né mi piace che lo si faccia con me, ma per una volta nella vita mi scappa proprio di bocca. Grazie ragazzi, abbiamo vinto. Vi devo molto.”

Napoli Film Festival 2015: Mario Martone protagonista della kermesse

di Antonio Ianuale
La locandina del festival
Il cinema Metropolitan ha fatto da location per l’apertura della diciassettesima edizione del Napoli Film Festival. La manifestazione, diretta da Mario Violini, si è svolta in luoghi di grande rilevanza culturale ed internazionale: al Palazzo delle Arti Napoli (PAN), all’Institut Français di via Crispi e all’Istituto Cervantes di via Nazario Sauro. Ad aprire la prestigiosa kermesse è stata la proiezione del film “N-Capace” della giovane regista e scrittrice di teatro Eleonora Danco. Un film che analizza lo scontro generazionale, con ironia tanto sottile quanto triste, evidenziando la profonda crisi culturale della nostra società. Nella stessa giornata di inaugurazione è stato proiettato il film “Morte di un matematico napoletano” del regista partenopeo Mario Martone, intervistato al termine della visione dal direttore del Corriere del Mezzogiorno Enzo D’Errico. Martone ha evidenziato il suo grande legame con Napoli, città protagonista di molti suoi film, che il regista è solito esplorare in tutti i suoi aspetti. Al termine la proiezione del corto “Pastorale cilentana”, realizzato per l’Expo di Milano
Il Festival ha ospitato una corposa rassegna cinematografica non solo delle opere di Martone, ma anche di celebri registi come Orson Wells, Alberto Lattuada e Amos Gitai. Il regista israeliano ha presentato in anteprima “Rabin the last day”, già in concorso alla 72esima Mostra del cinema di Venezia. Uno sguardo sul drammatico momento che sta vivendo il Medio Oriente, ripercorrendo la storia del leader politico Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano tra il 1974 e il 1977 e poi ancora nel 1992, assassinato il 4 novembre del 1995 per mano di un militante ebreo di estrema destra. Grande successo di pubblico e critica per la proiezione del film di Sergio Assisi, “A Napoli non piove mai”, una pellicola leggera, solare con rimandi a De Sica, a Nanni Loy, a Massimo Troisi, a Totò. Il Festival ha reso omaggio anche alla figura di Giancarlo Siani, ospitando il regista Marco Risi, e l’attore Libero di Rienzo che ripercorrono la vita del giovane cronista nel film “Fortapàsc”, proiettato al cinema Metropolitan. Lo stesso regista e l’interprete principale hanno partecipato al dibattito sull’anniversario della morte di Siani, incentivando il ricordo del cronista barbaramente ucciso dalla camorra trent’anni fa. Al Pan si è svolto il concorso documentaristico Schermo Napoli Doc, riservato ad autori e produzione campane. Tematiche molto complesse, come la guerra in Siria, la dittatura cilena, o la difficoltà a vivere in Campania, hanno animato i diciotto documentari che si sono contesi la vittoria del Vesuvio Award, opera del maestro Lello Esposito
Il PAN, una delle location del festival
Sabato 3 ottobre è stato proiettato l’attesissimo film di Martone sul poeta di Recanati, Giacomo Leopardi, “Il Giovane Favoloso”, pluripremiato alla mostra internazionale d’arte cinematografica a Venezia nel 2014. Un cast eccellente, tra cui Elio Germano, Edoardo Natoli ed Isabella Ragonese, per raccontare la vita del poeta dell’Ottocento, recatosi a Napoli nel 1833 al seguito dell’amico Antonio Ranieri. Proprio a Napoli, Leopardi troverà ispirazione per la Ginestra, vero testamento artistico del poeta di Recanati. La chiusura del Festival ha visto le premiazioni per le pellicole proiettate: i premi principali sono andati al film olandese “Matterhorn”, diretto da Diederik Ebbinge come Miglior Film del 17esimo Napoli Film Festival, concorso Europa/Mediterraneo, a “Teatro” di Ivan Ruiz Flores prodotto da Antonello Novellino, per il miglior cortometraggio; per SchermoNapoli Doc, Miglior Autoproduzione è “La parte che resta” di Cristiano Regina, per le produzioni professionali, vince “Stay” di Giovanni Sorrentino. Vesuvio Award per il miglior documentario a “Costellazioni” di Luigi Cuomo.

Campania: obesità infantile, specchio del disagio sociale

di Gian Marco Sbordone

Importante iniziativa in campo medico a Napoli. Nel capoluogo campano, infatti, si è conclusa, da pochi giorni, la “Settimana della prevenzione”. Le prime quattro giornate dell’evento si sono tenute a Città della Scienza. Quattro giorni di convegni rivolti a migliaia di studenti che hanno avuto modo di interagire con medici ed esperti di alimentazione e di sport, al fine di informarsi su quelli che sono i comportamenti da tenere o da evitare per condurre una vita sana.

Annamaria Colao, Presidente del Convegno, nonché una delle quaranta più note scienziate italiane al mondo, pone l’accento sul carattere “collettivo” dell’iniziativa: “affronteremo in maniera semplice tutti i temi legati alla prevenzione, rivolgendoci soprattutto al pubblico e alle scuole”.

La seconda parte della Settimana della prevenzione si è svolta, invece, a Piazza del Plebiscito, dove oltre trecento medici hanno visitato gratuitamente la popolazione. Non sono mancati musica e sport, che hanno accompagnato la manifestazione di chiusura, la “Prevention Race”, una grande maratona sul lungomare.

Il presidente di Sportform, Tommaso Mandato, non ha esitato a puntualizzare ”la popolazione avverte l’esigenza di un contatto diretto con il medico e spesso forse non ci va per pigrizia, perché costa, perché pensa di consultarlo solo quando si sta male. Oggi miriamo a promuovere una campagna nazionale di prevenzione primaria vera che, oltre a garantire un abbassamento delle percentuali di malati, riduca anche i costi per la sanità pubblica.”

Si è toccato anche il tema dell’obesità infantile. A questo proposito, le statistiche basate sui dati dell'indagine dei Ministeri dell'Istruzione e della Salute relativi al 2014, appaiono impietose e preoccupanti: in Campania 103.841 bambini, di età compresa tra gli 8 e i 9 anni, sono in sovrappeso; 82.080 sono obesi e addirittura 23.059 sono affetti da grave obesità. Dati che hanno conferito alla Campania il triste primato di “Maglia nera per l’obesità infantile”.

Silvia Savastano, professoressa di endocrinologia all’Università Federico II di Napoli sottolinea: ”un bambino obeso ha un'alta probabilità di diventare un adulto obeso, con tutti i connotati patologici che lo accompagneranno per tutta la vita. Per invertire la rotta è necessario partire dall'informazione, che veda insieme la scuola, i genitori, le istituzioni".

Sembra tutt’altro che azzardato sostenere che, nel caso della Campania, il problema dell’obesità si forgia in gran parte all’interno di quelle che sono le immense problematiche economiche e sociali che interessano parte della popolazione. A Napoli, ad esempio, non è difficile constatare come il fenomeno interessi in misura assolutamente maggiore i quartieri più popolari e degradati, anziché quelli più benestanti. In certi contesti, la mancanza di lavoro, di stimoli, di prospettive, genera spesso un senso di apatia e di lassismo che finisce col riguardare anche la cura del proprio corpo e della propria salute. Il cibo rappresenta spesso una valvola di sfogo per la fascia di popolazione più frustrata e insoddisfatta.

Il basso livello di scolarizzazione ed un certo grado di ignoranza diffusa fa si che non vi sia consapevolezza e attenzione nei riguardi del problema. Le persone facenti parte dei ceti più poveri, inoltre, hanno meno possibilità di accedere a cibi di qualità. A peggiorare il quadro, la scarsità (in molti casi la totale mancanza) di spazi verdi e strutture dove poter praticare esercizio fisico. Strutture spesso carenti anche all’interno delle scuole, in cui si concede ancora troppo poco spazio all’educazione alimentare. Nel contempo aumenta il consumo di “cibo spazzatura”. Ed il boom di patatinerie che ha interessato la città negli ultimi tempi è emblematico in questo senso.

E pensare che fu proprio lo studio dell’alimentazione in Campania che portò, in seguito alle numerosissime ricerche condotte a partire dagli anni 50’ dal fisiologo statunitense Ancel Keys, alla codifica di quella che oggi conosciamo come “Dieta Mediterranea” -che favorisce l’abbassamento del livello di colesterolo e di pressione sanguigna, riducendo i rischi di malattie cardiovascolari- dichiarata dall’Unesco Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, nel 2010. In futuro, c’è da aspettarselo, si tornerà spesso a parlare di obesità. E’ chiaro, però, che contrastare problematiche economiche e sociali che affliggono il territorio campano e non solo, rappresenti il miglior modo per combatterla.

Il valore del cibo, metafora dell'intera vita

di Germana Guidotti

Il cibo ha rivestito da sempre -e continua a farlo- un ruolo centrale nella storia dell'umanità. Ogni contesto sociale possiede le proprie regole, richiede ed esige una diversa alimentazione, una diversa presentazione, un diverso approccio con il cibo. In altri termini, alla stregua di un indumento, un immobile, una automobile, un gioiello, il cibo rappresenta uno status symbol, legato ad un determinato modo di mangiare piuttosto che un altro, ad una determinata maniera di stare a tavola piuttosto che un’altra.


L’alimentazione deve essere posta a fondamento della cultura di un popolo, in quanto ad essa sono legati riti che, in prima battuta, caratterizzano e diversificano le varie società e che, fra l’altro, stanno alla base della rappresentazione di queste: il cibo e i riti ad esso collegati mettono in connessione quanti li condividono e contribuiscono in tal modo a fondare il patrimonio identitario degli uomini, sia nella loro dimensione individuale-personale, sia in quella collettiva-comunitaria.

Il cibo, infatti, è sempre stato uno dei maggiori parametri di definizione dei gruppi sociali, i cui membri si riconoscono tra loro come tali proprio dal modo in cui mangiano, da ciò che mangiano e da ciò che rifiutano di mangiare, oltre che il precipuo indicatore dello “stato di salute” di una società. Inoltre, l’approccio dell’uomo verso il cibo è ben lontano dall’essere politically correct: nel loro aspetto più materiale, usi e costumi riferiti al cibo e tradizioni/tipicità culinarie sono strettamente connessi anche con il corpo. E nonostante ogni individuo compia in autonomia scelte riguardo al proprio corpo e al proprio rapporto con il cibo, è interessante porre in rilevanza come il corpo stesso non si presenti “apolitico”, ossia impenetrabile dal punto di vista dei condizionamenti provenienti dall’ambiente circostante: la maniera in cui si selezionano gli ingredienti, si cucina, si mangia, si serve un piatto, dice molto rispetto al modo in cui ci si relaziona al mondo esterno e alle altre persone, ed anche ai loro rispettivi corpi. Ciò che mangiamo, come lo facciamo sono indicativi quindi di importanti peculiarità della nostra persona.

Se poi ad essere prese in considerazione non sono le abitudini di una singola persona, bensì di un intero gruppo sociale, un’intera comunità, possiamo in definitiva verificare come l’alimentazione rappresenti lo specchio che riflette la cultura di un popolo. Ma l’importanza rivestita dal cibo nella vita di ogni singolo individuo deve essere rintracciata soprattutto nel suo essere metafora di integrazione, confronto, convivialità, socialità, orizzontalità, dove per quest’ultima si intende la capacità intrinseca di cui è dotato di generare aggregazione, dalla quale però non scaturiscono gerarchie. A tavola tutti i commensali sono posti sullo stesso livello, sono alla pari. Del resto la tavola è di per se stessa strumento che serve a creare linearità di condizioni, da cui ne discende anche condivisione.

Il valore del cibo risiede, inoltre, nel vivere l’alimentazione come esperienza: il mutamento radicale degli stili di vita, le migrazioni a livello globale che contraddistinguono le società odierne, le contaminazioni culturali cui siamo continuamente sottoposti hanno profondamente modificato la relazione fra uomo e cibo, inteso non solo come strumento di nutrizione ma anche come fenomeno culturale, veicolo privilegiato di informazioni, innovazioni. Da elemento basilare per la sopravvivenza, infatti, nei secoli il cibo si è evoluto sino a diventare un vero e proprio strumento culturale: i suoi contenuti che si riflettono nelle dimensioni della religiosità, della tradizione, della socialità, della sacralità, anche della superstizione, hanno contribuito a definire stili di vita, modelli produttivi, fattori economici. A tutti questi elementi attualmente ne subentrano di nuovi: l’attenzione alla funzionalità degli alimenti, i legami tra cibo e benessere, la crescente richiesta di soluzioni che rispondano all’esigenza di una maggiore velocità e portabilità. Contestualmente si sta facendo sempre più strada il tema della sostenibilità del cibo, la quale, declinata attraverso i vari ambiti di riferimento (ambiente, salute, rapporti sociali), va a responsabilizzare tutti i protagonisti coinvolti: dai produttori sino ai consumatori finali.



La più grossa sfida contro l’impoverimento culturale, che la perdita di tradizioni, di valori e di identità della civiltà contemporanea rischia di portare con sé è senza dubbio rappresentata da EXPO: questa importantissima manifestazione in corso di svolgimento (sebbene oramai volga all’epilogo) non casualmente ha avuto come tema, come leitmotiv, il cibo. Finalità dell’esposizione sono: valorizzare la dimensione ricca e complessa della convivialità, implementando le occasioni di relazione, di contatto, di scambio, tornando così a dare al cibo una valenza sociale; proteggere la varietà/diversità territoriale locale, anche nell’ottica di una più chiara definizione della tipicità di ogni luogo in termini di tradizioni; tutelare l’eccellenza degli ingredienti, nella convinzione che ad una migliorata qualità materiale del cibo corrisponda parallelamente un miglioramento dell’esperienza culturale; riprendere il valore del cibo come ponte fra le generazioni, in primis in seno al nucleo familiare, essendo esso emblema di tradizione, conservazione e punto di contatto fra passato e presente; diffondere la cultura del gusto, nella consapevolezza che il benessere futuro risiederà anche nell’arte di vivere e concepire il cibo in chiave culturale.

A riprova infine di quanto la centralità del cibo possa entrare in maniera preponderante anche nel campo artistico-culturale, è realmente significativo che durante le Giornate Europee del Patrimonio (appuntamento cui aderisce annualmente il MIBACT, svoltosi quest’anno il 19/20 settembre) la stragrande maggioranza delle iniziative promosse nei luoghi di cultura fossero proprio focalizzate su questa tematica. In Campania, per esempio, si sono tenute in svariati musei mostre, esposizioni dai titoli emblematici: “Non di solo pane … Industria, territorio e consumo alimentare in Irpinia tra XX e XXI secolo”; “I segreti della forza. Cibo e vita quotidiana di Spartaco e i suoi compagni”; “Mangiare e Bere nell’antichità attraverso le collezioni del Museo”; “Mangiare e Bere una storia millenaria”; “Dimmi cosa mangi(avano)”; “Fonti d’archivio per la storia dell’alimentazione”; “Da Mangiafoglie a Mangiamaccheroni. Breve storia dell’alimentazione a Napoli, attraverso i dipinti di Palazzo Reale”; “A tavola con i Certosini”; “L’arte del cibo a Capodimonte”; “Il cibo in scena”; “Sacralità del cibo nel mondo antico”; “A tavola con gli Eleati”; “Cibo e memoria storica”; “Salernum. Metti, una sera a cena”; “La Cultura nel Cibo”. 
Dunque non è tanto il cibo una delle svariate componenti della Cultura, quanto il contrario: è il cibo metafora dell’intera vita.

Nel cuore di Napoli la prima pizza geotermica

di Luigi Rinaldi
La pizza: squisitezza napoletana
La storia della pizza, sicuramente il più famoso prodotto gastronomico della cucina napoletana, registra continue innovazioni e sperimentazioni. Tanti imprenditori, al fine di conquistare nuove fette di mercato, non esitano a snaturare le antiche tradizioni, proponendo pizze con caratteristiche completamente diverse da quelle di alcuni decenni fa. Dicevano i latini, de gustibus non est disputandum, ma una pizza con sopra frutti esotici oppure il sushi può davvero fregiarsi di questo nome? Qualche perplessità appare francamente legittima. Allora un ritorno al passato, ai metodi della tradizione, non può che essere accolto con entusiasmo dai tanti amanti di questa meravigliosa pietanza.

E’ nata così a Napoli, in pieno centro storico, a Vico Cinquesanti 33, nella zona di Piazza San Gaetano (al lato opposto dell’ingresso di Napoli sotterranea), nella pizzeria “Le Sorelle Bandiera”, la prima pizza geotermica. Il locale si trova all'interno dell'area conventuale dei Teatini, un complesso monumentale realizzato interamente in tufo.
L'impasto per la pizza in lievitazione
La pizza geotermica si basa su una vecchia tecnica di lievitazione, risalente agli antichi romani, per cui l’impasto viene lasciato crescere, dalle 24 alle 48 ore, in apposite camere di tufo. Le caratteristiche chimiche e fisiche del tufo giallo napoletano, con un ridotto peso specifico, conferiscono alla roccia straordinarie capacità di isolamento termico e di controllo dell'umidità. In questo modo, si riesce a raggiungere la completa maturazione dell'impasto, ottenendo una pizza che conserva inalterate le sua proprietà organolettiche e, soprattutto, altamente digeribile. L’operazione ricorda molto il metodo delle nonne, che erano solite coprire l’impasto con un panno di lana umido per creare all’interno del recipiente il clima ideale. La pizza geotermica non è un’invenzione della fantasia creativa di qualche cuoco, ma è stato un geologo a realizzarla: Vincenzo Albertini, che è anche presidente di Napoli Sotterranea. Per mesi Albertini, coadiuvato da un team di quattro collaboratori, ha lavorato alla realizzazione del primo forno in tufo partenopeo. Della prima pizza geotermica se ne è parlato anche in occasione della "Settimana del Pianeta Terra" (18-25 ottobre). L’evento ha avuto per oggetto un modello di promozione delle geo-scienze con 237 appuntamenti in contemporanea, 180 località diverse, più di 600 ricercatori in campo e soprattutto l'intero mondo delle Geo-scienze dalle Università ai centri di ricerca, ai siti archeologici mai visti. Un progetto, riconosciuto dal Miur e costruito dai geologi Rodolfo Coccioni dell'Università di Urbino e Silvio Seno dell'Università di Pavia.

Trent’anni fa l’omicidio di Giancarlo Siani: Napoli omaggia il giovane cronista del Mattino

di Antonio Ianuale


L'articolo sull'assassinio di Giancarlo Siani
Il 23 settembre è ricorso il trentennale della morte del cronista del Mattino, Giancarlo Siani, barbaramente ucciso dai killer della camorra, a pochi metri dalla sua abitazione nel quartiere Vomero. Erano le 20.50 circa del 23 settembre del 1985 quando il cronista ventiseienne venne freddato da dieci colpi di pistola, nella sua auto, una Citroen Mehari verde con la quale andava in giro a compiere le sue inchieste sulla camorra e sugli intrecci con personalità della politica. E proprio un suo articolo sull’arresto del boss Valentino Gionta, in cui Siani prospetta un accordo tra i clan Nuvoletta e Bardellino per eliminare il Gionta, divenne la causa del suo tragico destino.

Le indagini sull’omicidio Siani ebbero una svolta solo nel 1992, a seguito di alcune dichiarazioni sibilline del pentito D’Alterio. Dopo undici anni di processi, nel 2003 arrivano le sentenze: Angelo Nuvoletta e Luigi Baccante sono condannati all’ergastolo come mandanti, gli esecutori materiali Armando Del Core e Ciro Cappuccio condannati all’ ergastolo, insieme a Gaetano Vaiolare, la cui pena detentiva fu di diciotto anni di reclusione. Nel 2014 il giornalista Roberto Paolo, pubblica il “Caso non è chiuso”, indicando altri possibili colpevoli dell’omicidio Siani, costringendo la Procura a riaprire il caso.

Numerose le iniziative di commemorazione per il giovane giornalista, a Napoli, dove Siani era nato e a Torre Annunziata, dove il giovane cronista aveva lavorato, compiendo inchieste giornalistiche sulle famiglie mafiose che controllavano il territorio. Nella sede del giornale per il quale lavorava, “Il Mattino", il Premio Siani, giunto alla dodicesima edizione, organizzato dalla Fondazione Polis, dall'associazione culturale Giancarlo Siani, dalla redazione de “Il Mattino” e dall'Ordine dei giornalisti della Campania, viene assegnato allo stesso giornalista ucciso, per il libro postumo intitolato: Fatti di Camorra–Dagli Scritti giornalistici che raccoglie 86 articoli scritti tra il 1980 e 1985.
La targa delle Rampe intitolate a Giancarlo Siani
A Napoli, nel giorno dell’anniversario del suo martirio, il sindaco Luigi de Magistris, ha deposto, con il fratello di Giancarlo, Paolo Siani, una corona di fiori in sua memoria alle "Rampe Siani", accompagnato dal coro giovanile del Teatro “San Carlo”. La libreria “Iocisto” del Vomero ha ospitato alcuni tra i maggiori fumettisti italiani che hanno realizzato una graphic novel su Giancarlo. Alle 18.30 nella chiesa dei salesiani di via Morghen, Don Tonino Palmese e Don Luigi Ciotti hanno celebrato una messa in commemorazione di Siani. Al Pan di via dei Mille è stato presentato il libro “Io non taccio”. L’atrio del Palazzo che ospita la Mehari del giornalista è stato intitolato allo stesso Siani. Da lunedì 21 a venerdì 25 al Modernissimo sono stati proiettati le pellicole cinematografiche a lui dedicate: tra cui “Fortapàsc” di Marco Risi e “L’Estate sta finendo”, documentario, di Alessandro Chiappetta e diretto da Graziano Conversano, che ripercorre la vita di Siani, con l’ausilio delle testimonianza di familiari e colleghi: oltre al già citato fratello Paolo, vi hanno contribuito Roberto Saviano, Luigi Necco, Sandro Ruotolo e Maurizio de Giovanni. A Torre Annunziata, lunedì 21 settembre l’Amministrazione comunale ha organizzato l’evento “Torre Annunziata non dimentica, Giancarlo Siani uno di noi”, con la famosa auto di Siani, quella Citroen Mehari verde dove è stato ucciso, ritornata sulle strade battute oltre trent’anni fa dallo stesso Siani. 
Giancarlo Siani
 Martedì 22 settembre, dalle 16.30 all'università Suor Orsola Benincasa di Napoli, si è si è svolto il convegno nazionale a cura dell'Ordine dei giornalisti della Campania “Giancarlo Siani e il giornalismo di frontiera”, con la partecipazione, tra gli altri, del presidente dell'Odg Campania Ottavio Lucarelli, dei giornalisti Franco di Mare e Sandro Ruotolo e i saluti del rettore del Suor Orsola Benincasa, Lucio D’Alessandro. Una settimana di commemorazione per ricordare il sacrificio di un giovane cronista, colpevole solo di voler fare il giornalista-giornalista e non il giornalista impiegato, consapevole di poter combattere la camorra e il malaffare con la sua penna al servizio degli altri, perché come diceva lo stesso Siani: “la criminalità, la corruzione, non si combattono soltanto con i carabinieri. Le persone per scegliere devono sapere, conoscere i fatti. E allora quello che un giornalista “giornalista” dovrebbe fare è questo: informare.”

Napoli: "Power2Innovate", al via il progetto per giovani imprenditori del Sud

Premio di 10.000 euro alle 3 idee migliori

di Danilo D'Aponte

Finalmente terreno fertile per le idee innovative. Il debutto del progetto è stato venerdì 25 settembre, nella suggestiva cornice del Castel dell'Ovo, a Napoli. A curare la realizzazione dell'evento è la Cogipower, azienda di Catania, che ha accolto progetti di giovani imprenditori dell'Italia del Sud già dal mese di luglio, in collaborazione con Fondazione del Merito e The European House-Ambrosetti. Tre i principali temi su cui si vuole catalizzare l'attenzione: energia, agroalimentare e ICT.

L'evento ha avuto anche ramificazioni sul web, in quanto è stato predisposto un servizio di streaming online per le sedi di Impact-Hub Bari, C-Lab Reggio Calabria, C-Lab Catania e C-Lab Cagliari. Presenti Mimmo Costanzo, CEO di Cogipower, Davide Dattoli (Talent Garden), Riccardo Luna (Digital Champion), Carlo Mammola (Argan Capital), Alessandra Clemente (Assessore ai Giovani al Comune di Napoli), Valerio De Molli (The European House-Ambrosetti), Luigi Nicolais (CNR), Giovanni De Lisi, amministratore Greenrail, il pari ruolo della LovetheSign, Simone Panfilo, e quello di Buzzoole, Fabrizio Perrone. Queste ultime tre aziende, startup vincenti.
Questo evento è, nelle parole dell’Amministratore delegato Cogipower, Mimmo Costanzo, una «chiamata alle idee», anche perchè «il margine di crescita del Sud è potenzialmente infinito grazie alle sue risorse e alla sua capacità di rilanciarsi economicamente». Valerio De Molli, Managing Partner di The European House-Ambrosetti sottolinea «È giunto il momento di capire se nel Sud Italia mancano le idee o gli strumenti per coltivarle e moltiplicarle. [...] Alle start up innovative, assieme alle eccellenze esistenti, spetta il ruolo di trainare il rilancio, che già si manifesta nelle regioni più attrattive per i giovani imprenditori: Campania, Sicilia e Puglia».

Infine, il CEO dell'azienda etnea Tremestieri Etneo ha precisato «bisogna avere l’approccio giusto per giocarsi tutte le carte che si hanno, è necessario affrontare tutte le sfide, sia personali che professionali, con la giusta determinazione. Passare dal problema alla soluzione, la crisi oggi è colta come un’opportunità. [...] Questi ragazzi hanno della passione, della fame di conoscenza, possiedono una creatività che gli dà quella marcia in più: sono loro che possono aprire una nuova fase economica per il Sud».

È infatti prevista, entro la data ultima del 31 ottobre, una Call for Ideas, per l'individuazione delle tre idee migliori (una per settore), i cui promotori verranno premiati con diecimila euro e la partecipazione a un programma, previsto per il 2016, intitolato "Leader del futuro", della già citata The European House-Ambrosetti, con monitoraggio della Cogipower, nelle figure dei suoi manager.

Il progetto, nella sua interezza, prevede un calendario di incontri volti allo sviluppo di una cultura dell’imprenditorialità nel Meridione, in cui gli interessati avranno a loro disposizione strutture professionali, che li agevoleranno nella messa in pratica delle loro intuizioni.