lunedì 2 novembre 2015

Culto dei defunti: le "anime pezzentelle" simbolo della generosità partenopea

di Alessia Nardone

Come tutti ben sanno il culto dei defunti a Napoli è una tradizione tanto antica quanto diffusa. Un culto a metà strada tra il sacro e il profano in cui si sente forte il senso di un vivere comunitario e l’importanza attribuita ai legami familiari. Queste anime che non ci abbandonano mai, che continuano a vegliare sui loro cari e dei quali ci si continua ad occupare per rendere il loro viaggio più dolce, più semplice, più bello.
 
Una "capuzzella
Ma a Napoli non ci si occupa solo dei familiari defunti, ma anche delle “anime pezzentelle” o “anime purganti”. Morti che non avendo ricevuto una degna sepoltura, ammucchiati senza nome in fosse comuni, chiedono le giuste preghiere che gli permetterebbero di lasciare il purgatorio per raggiungere il paradiso. Il culto di queste anime ha origine tra il Seicento e il Settecento a seguito delle epidemie di peste e di colera che colpirono la città. In questa occasione i corpi furono seppelliti in fosse comuni e nessuno poté più riconoscere il proprio caro estinto: il culto dell’anonimo, delle “anime pezzentelle”, sopperisce a questo problema perché diviene il culto dell’Antenato in quanto riconosciuto, appunto, come defunto di famiglia.

Un importante revival del culto delle pezzentelle lo ritroviamo durante la Seconda Guerra Mondiale. I corpi dei dispersi sono tantissimi e le donne che non riescono a dare sepoltura ai propri cari soffrono due volte, per la morte e per la non possibilità di piangere il corpo. Ecco che ricomincia, laddove in realtà non si era mai spezzato, l’uso di “adottare un’anima purgante”.

Ma in cosa consiste l’“adozione di un’anima purgante”?

Esistono due rituali differenti in merito alla scelta dell’anima da “adottare”. Una sostiene che sia l’anima a scegliere apparendo in sogno e rivelandosi a chi si dovrà occupare di lei. In questo caso la donna (è un culto che vede protagoniste principalmente le donne) si reca sul luogo che gli è stato indicato in sogno dall’anima pezzentella e ne cerca i resti, principalmente la “capuzzella”. Una volta trovata la pulisce e comincia a prendersene cura, a volte la porta a casa. Altre volte invece è la donna che guidata dall’istinto sceglie la “capuzzella” della quale prendersi cura e, solo successivamente, questa si rivela a lei in sogno.

Con queste anime si stabilisce come un patto: alle anime venivano fatte richieste, per lo più molto materiali e inserite nel contesto sociale della vita di ogni giorno come trovare un fidanzato, convolare a nozze, vincere dei soldi al lotto, trovare un lavoro, avere dei figli… Avuta la grazia l’anima era “familiarizzata”, ovvero entrava a far parte della famiglia, venivano donati oggetti del corredo, addirittura costruita, attorno al luogo di sepoltura, una piccola area domestica. Intanto la famiglia costruiva all’anima purgante una scarabattola, una sorta di teca in legno leggero con fondo dipinto, fazzoletto, olio e lumino ed iniziava così il culto, ovvero i primi “refrischi” con fiori, preghiere e offerte. Poteva però succedere che la famiglia non notasse nessun cambiamento così la “capuzzella” veniva prima “messa in punizione”, ovvero girata, e poi riportata all’ossario e abbandonata nuovamente.

Nel 1969 il Tribunale Ecclesiastico purtroppo proibì queste manifestazione religiose giudicandole “… arbitrarie, superstiziose e pertanto inammissibili…”. Ma, a Napoli, la devozione per i morti è una credenza molto viva, come dimostrano le numerose teche a forma di altare seminate ovunque sulle mura esterne dei palazzi, le edicole sacrali adornate di rosari, immagini della madonna, statuine dall’espressione sofferente e immagini dei cari defunti. Ma anche i fiori, sempre freschi, e le candele sempre accese che adornano le fossi comuni ed anche alcune “capuzzelle”.

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