giovedì 19 novembre 2015

La marcia in più dei napoletani

di Marcello de Angelis

Spesso capita di sentire in giro che i napoletani hanno qualcosa che li distingue dagli abitanti delle altre città, qualcosa che li rende, come dire, unici: una cosiddetta marcia in più! Ma cosa vuol dire esattamente avere una marcia in più? Qual è il segreto che fa di noi un popolo speciale? Ovviamente quel "più" indica qualcosa di positivo, un valore aggiunto di cui siamo dotati a differenza di altri.

Si può parlare di intelligenza? Di sicuro! Infatti molte delle menti più illuminate d'Italia hanno visto i propri natali proprio qui, però è una peculiarità presente anche in altre città e non è sicuramente questa che ci rende speciali. Potremmo allora riferirci alla simpatia! Diceva Eduardo che i napoletani "fanno teatro" dappertutto tranne che nel luogo deputato a questo. Ed infatti è sempre divertente ed interessante chiacchierare con un partenopeo che coi suoi gesti e modi di dire trascina, affascina e affabula: diciamolo, siamo ottimi imbonitori, e non per niente Napoli è universalmente riconosciuta come la culla dell'avvocatura, professione che delle chiacchiere e dell'intelligenza è figlia primogenita. Ma non basta mica questo. 

Il tipico traffico napoletano
Forse potremmo aggiungere la scaltrezza? Il sapercela cavare in ogni occasione? Ci stiamo avvicinando, ma ancora manca qualcosa. Mettiamoci una spolverata di napoletanissima "cazzimma". Certo, quell'innata capacità tutta nostra di agire con perfidia, in modo palese, aggiungendovi anche il gusto beffardo di farlo. Una caratteristica, anzi una dote, che però non è sufficiente. Quella famosa marcia in più deriva dalla fusione delle qualità appena accennate e ha un nome ben preciso: rassegnazione. Una rassegnazione nata da un ormai sedimentato senso di sopportazione e di rinuncia a reagire di fronte a tutto ciò che da troppo tempo non funziona, una tolleranza portata all’eccesso che col tempo si è evoluta in una apatica, tacita accettazione quotidiana del fatto che qui da noi nulla potrà mai cambiare. Ma dove sono quei napoletani che nel 1647 con a capo Masaniello si rivoltarono contro il regime spagnolo? Dove è finito quello spirito combattivo del popolo partenopeo che in soli quattro giorni si liberò dall’oppressione nazista? Indubbiamente c’è ancora, ma si è trincerato dietro quelle frasi che ormai sentiamo come un mantra tutti i giorni, da quei “vott’ ‘a campà”, “fatt’ ‘e fatt’ tuoi”, “ma che ce ne fott’”, fino a “ma pienz ‘a salut’” divenuti elemento fondamentale del vivere quotidiano.
Il treno della Cumana in fiamme
E’ una rassegnazione che offende e che ci assale ogni volta che scendiamo per strada e rimaniamo regolarmente imbottigliati in un traffico globale, perenne, caotico che stoicamente affrontiamo senza batter ciglio. Ogni volta che mettiamo la freccia per superare le auto parcheggiate in seconda, terza fila e invece di segnalarle a chi di dovere, ci limitiamo a borbottare contro la polizia municipale puntualmente assente nei punti nevralgici; ogni volta che la città impazzisce per un nuovo, folle, surreale dispositivo per la circolazione stradale, disegnato nella notte precedente da un signore che evidentemente vivendo in un piccolo paesino di montagna nulla conosce delle ciclopiche ondate di auto che investono ogni giorno le strade di Napoli. Ogni volta che ci si imbatte nelle manifestazioni di protesta: scioperare è senza alcun dubbio un diritto riconosciuto e giusto ma permettere a tre, quattro cortei di sfilare contemporaneamente è un chiaro sintomo della profonda incompetenza che alberga nella mente di chi permette tutto ciò, di chi ignora che le strade fondamentali della città sono poche, strette e malconce, bloccate le quali si manda in tilt tutto il sistema cittadino. Ogni volta che dobbiamo muoverci con i mezzi pubblici pregando di non finire in un bus pieno di borseggiatori o in un taxi il cui conducente applica le tariffe a suo piacimento o in un treno della circumvesuviana che salta senza alcun avviso una corsa o la ritarda senza motivo o in un treno della cumana che mentre attraversa la zona di Fuorigrotta prende fuoco per l’indicibile vetustà e abbandono del convoglio. Ogni volta che elogiamo la tanto attesa metropolitana di Piazza Garibaldi che dopo anni di altalenante lavoro, è stata finalmente resa operativa sì, ma con un tetto a “cielo aperto” che oltre ad essere un pugno nell’occhio che ha deturpato il panorama della zona, è ineluttabile preda della pioggia, delle grandinate e di quelli che, un tempo definiti bonariamente “scugnizzi” oggi divenuti “branco” si divertono, impuniti, a buttare dal “cielo aperto” bottiglie vuote, se tutto va bene, sul sottostante passeggio.
La stazione della metropolitana di Piazza Garibaldi
E noi? Pregni della nostra indifferenza per tutto ciò che non funziona, del nostro carattere ormai votato all’adattamento, ci crogioliamo in una continua ricerca di metodi per sopperire alle tante carenze di Napoli, trovando sempre il sistema non di risolvere, ma di aggirare i problemi usando metodi ortodossi o meno, ma con intelligenza, simpatia, scaltrezza e “cazzimma”! Ecco la famosa marcia in più che siamo così orgogliosi di avere e che tanto ci fa sembrare dei “dritti” al di fuori della nostra città ma che in realtà, unita agli inesorabili colpi della malavita e ad un abbandono da parte delle istituzioni sempre più palpabile, ci sta confinando in un angolo buio lontano chilometri dal resto della nazione.

Ma quanto ne dovremmo fare a meno di questa marcia in più! Saremmo un po’ meno “speciali”, ma un po’ più “uguali” agli altri. E quanto sarebbe fondamentale il non rassegnarsi alla rassegnazione da parte delle nuove generazioni: sarebbe l’anticamera della fine. Una fine che è sinonimo di abbandono della propria terra, di “emigrazione”, per dirla alla Troisi, in posti dove la gente sarà meno intelligente, meno scaltra, meno furba, ma più reattiva e viva, con ancora nelle vene la voglia di combattere, di cambiare e di ribellarsi a quello che ormai qui da noi non è più un vivere, ma un sopravvivere quotidiano.

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