giovedì 19 novembre 2015

Oncofertilità: presto a Napoli la prima biobanca di tessuto ovarico del sud

Anche i malati di tumore potranno preservare la propria capacità riproduttiva

di Luigi Rinaldi

Dal prossimo anno, anche in Campania sarà creata una rete assistenziale per conservare la fertilità dei pazienti oncologici. Le procedure di crioconservazione sono state oggetto di un recente convegno, tenutosi all’Hotel Royal Continental di Napoli, promosso dal dott. Giuseppe De Placido, responsabile della unità operativa complessa di Ostetricia e Ginecologia e del Centro di riferimento regionale Sterilità ed Infertilità di coppia dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II e dal dott. Cristofaro De Stefano, direttore del centro sterilità dell’Azienda ospedaliera Moscati di Avellino.

Al centro del dibattito, le tecniche di conservazione del tessuto ovarico, in azoto liquido, prelevato in donne in età fertile, ammalate di tumore, che intendano preservare la propria capacità riproduttiva ed evitare che le terapie anticancro, in particolar modo chemioterapia e radioterapia, possano condurle alla sterilità.
Crioconservazione
Il tessuto ovarico destinato alla crioconservazione viene prelevato nel corso di un intervento laparoscopico, a meno che la paziente non debba essere sottoposta a laparotomia per altra indicazione (nel qual caso, i due interventi possono essere contemporanei) e può essere eseguito anche in pazienti in età pediatrica. La laparoscopia operativa, infatti, può essere effettuata in tempi molto rapidi (pochi giorni), configurandosi come prestazione urgente. Il tessuto ovarico prelevato è suddiviso in numerosi, piccoli frammenti che vengono immediatamente congelati, e crioconservati fino al momento dell'impiego. La crioconservazione del tessuto ovarico consente di preservare la funzione ovarica nella sua totalità, e, a differenza di quella degli ovociti, prevede tempi più rapidi, senza bisogno di stimolazione ormonale e con minori rischi di danni da congelamento.

Le nuove tecniche, in ogni caso, non sostituiranno anzi andranno ad affiancare il congelamento e la conservazione di gameti maschili e femminili (spermatozoi e ovocellule) ed il trattamento farmacologico gonadoprotettivo che per anni hanno rappresentato le uniche armi per salvaguardare la fertilità delle persone giovani malate di cancro.

La sperimentazione delle nuove tecniche è partita nel 2011, in collaborazione con il centro pilota di Copenaghen, ove sono state conseguite 20 delle 45 gravidanze sinora ottenute al mondo con questa nuova procedura. Il progetto coinvolgerà almeno dodici strutture oncologiche ospedaliere periferiche ed anche la Seconda Università.
L’affannosa lotta al cancro registra così un ulteriore positivo passo in avanti, con l’intento di migliorare sempre di più la qualità di vita delle persone affette da malattie neoplastiche. La crioconservazione rappresenta oggi un importante sostegno per tante persone, soprattutto nella fase, purtroppo delicata e sofferta, della diagnosi della patologia tumorale, poiché consente loro di affrontare la malattia senza rinunciare alla speranza di conservare inalterata la propria fertilità.

Come in tutti i progetti, non mancano criticità e punti oscuri. Le maggiori perplessità riguardano il rischio di trapiantare alla persona guarita anche cellule neoplastiche eventualmente contenute nei frammenti ovarici prelevati. Vanno poi considerati i costi dei trattamenti ed il reperimento di fondi pubblici per la copertura delle spese delle biobanche e la gestione delle cure preventive basate su farmaci. Quest’ultimi, al pari della crioconservazione, rientrano nell’alveo delle 208 procedure ad alto rischio di inappropriatezza, di cui al decreto attuativo della legge sul riordino degli Enti locali.

Non appare nemmeno chiaro quale sarà il codice da attribuire al paziente che, prima di sottoporsi alle cure antitumorali, non è ancora sterile, ma lo diventerà in seguito. Una serie di dubbi che solo il Ministero della salute e la Regione Campania potranno chiarire. Ora ciò che maggiormente conta è predisporre un efficace piano di informazione, in modo tale che i giovani pazienti oncologici sappiano che anche dopo i trattamenti di chemio o radio avranno comunque la possibilità di mettere al mondo un bambino, senza dover tristemente e forzatamente rinunciare alle proprie aspirazioni di vita.

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