martedì 22 dicembre 2015

Studio, università, lavoro? E poi anche la beffa delle pensioni.

di Teresa Uomo

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti
“Sta cambiando il ruolo del lavoro nella vita delle persone”, afferma il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, in un convegno promosso a Roma dalla Luiss sulla riforma del Jobs Act. Secondo il ministro, infatti, ci dovrebbero essere contratti che non abbiano come unico riferimento l’orario di lavoro, perché l’ora-lavoro è uno strumento oramai vecchio e superato.

Di tutt’altro avviso è il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, la quale ricorda al Governo che non bisogna scherzare quando si parla di temi concernenti il lavoro, poiché la maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso, dove il tempo è un criterio importante per proteggere la loro situazione. Ecco perché i contratti di lavoro dovrebbero comprendere anche altri parametri per la definizione della retribuzione e, dunque, oltre alla già summenzionata ora-lavoro, bisognerebbe misurare anche l’apporto dell’opera ed introdurre forme di partecipazione dei lavoratori all’impresa.

Dopo il Jobs Act, con i contratti a tutele crescenti e la maggiore flessibilità del lavoro, inoltre, il ministro Poletti si rivolge ai giovani italiani, invitandoli a laurearsi subito: “prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico secco”, dice il ministro, “meglio prendere 97 a 21″, sollevando così non poche polemiche. In Italia, però, c’è da dire che i giovani arrivano al mercato del lavoro molto in ritardo. Ecco perché, per Poletti, se si guarda al mezzo voto in più, si butta via quel tempo che potrebbe valere molto di più di quel mezzo voto.

Contrariamente alla singolare visione del ministro, però, i giovani studenti italiani cercano di lavorare prima, durante e dopo la laurea, ma con redditi bassi, a dir poco inesistenti. Tra l’altro, dal 2008 ad oggi, le statistiche Alma Laurea hanno evidenziato che, con i tagli all’istruzione, si assiste ad una vera e propria battaglia contro l’Università, contro la laurea, ormai definita come un semplice pezzo di carta da conservare, a seguito di un “lavoro-non-lavoro” non pagato, o come minimo sottopagato. Un lavoro da schiavi, dove la cultura serve a ben poco, o quasi a niente.
Il Presidente dell'INPS Tito Boeri
E proprio a questa situazione, già alquanto paradossale e drammatica al tempo stesso, si sono aggiunte poi le dichiarazioni, per niente incoraggianti, del Presidente dell'Inps Tito Boeri, il quale ha puntualizzato che i trentenni di oggi andranno in pensione a 75 anni, con un assegno più basso del 25%. Chi, dunque, è nato nel 1980 riscuoterà mediamente una pensione pari a 1.593 euro nel 2050, a differenza dei 1.703 euro percepiti mediamente oggi da chi è nato nel 1945. È questo un problema molto serio che riguarda i giovani della generazione del 1980 che avranno 70 anni di età nel 2050.

Come si suol dire, insomma, oltre al danno anche la beffa, o forse sarebbe meglio affermare: dalla padella alla brace.

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