mercoledì 30 marzo 2016

Terra dei Fuochi: il sacrificio di Roberto Mancini e il dovere di non dimenticare

di Gian Marco Sbordone

Roberto Mancini
In un mondo in cui siamo costretti, quasi quotidianamente, a fare i conti con una realtà che parla di scandali, truffe, abusi di potere; in un mondo dominato dal dio denaro, dalla logica del profitto ad ogni costo, dal più insano individualismo che non si fa scrupolo di calpestare i diritti e la dignità del prossimo, ci sono stati e ci sono ancora uomini che combattono questo stato di cose, uomini che si sacrificano per ciò che è giusto, per il bene della collettività, anche se con le loro azioni mettono a repentaglio se stessi e la loro stessa vita. Sono uomini che ci danno speranza. Uomini veri.

Tra di essi, un posto di assoluto rilievo spetta ovviamente a Roberto Mancini, il poliziotto che per primo -insieme alla sua squadra- indagò sullo sversamento di rifiuti speciali e tossici in quella che oggi è tristemente nota come “Terra dei Fuochi”.

La grande abnegazione per il suo lavoro, la voglia di capire, di andare a fondo e di cambiare le cose portarono Mancini ad entrare spesso in contatto con rifiuti tossici e radioattivi fino a quando gli fu diagnosticato un linfoma non-Hodgkin. Dopo aver lottato strenuamente contro il terribile mostro, il poliziotto eroe si spense nell’ aprile del 2014, lasciando la moglie e una figlia.
Beppe Fiorello (Roberto Mancini nella fiction)
Ultimamente, la fiction in due puntate andata in onda sulla Rai, “Io non mi arrendo”- in cui Beppe Fiorello interpreta Mancini, ripercorrendo parte della vita lavorativa e privata del poliziotto defunto, della sua indagine e della sua lotta- ha permesso a milioni di persone di venire a conoscenza della storia e dell’ eroico sacrificio di colui che è stato un uomo straordinario. Si perché lascia a dir poco attoniti rendersi conto che, se non fosse stato per una fiction- che fortunatamente stavolta sceglie di parlare di valori positivi, di esaltare le eroiche gesta di persone giuste e non di mitizzare la figura di un boss o di spettacolarizzare faide criminali- ciò che Mancini ha fatto per tutti noi, con l’ enorme prezzo che questo servitore dello Stato ha dovuto pagare, sarebbe passato quasi sotto silenzio.

Non è la prima volta, purtroppo, che amaramente dobbiamo constatare che questo Paese tende a trattare con indifferenza se non a ostacolare chi con caparbietà tenta di migliorare questa società, dedicandosi anima e corpo nel combattere le piaghe che la attanagliano. Oggi dobbiamo tristemente prendere atto del fatto che, quando il comitato di verifica del Ministero delle Finanze attestò che il tumore di Mancini era da attribuire a “cause di servizio”, al poliziotto romano venne riconosciuto un ridicolo, misero e soprattutto profondamente offensivo e irrispettoso indennizzo di cinquemila euro. Nel settembre 2014 a Mancini verrà infine riconosciuto lo status di “vittima del dovere”.

Viviamo purtroppo in un’ epoca caratterizzata da una profonda deriva culturale e morale, un’ epoca in cui tra le priorità dello Stato e delle persone di certo non figurano cose come il ricordare chi per il bene delle persone ci ha rimesso la vita. Ed invece, a persone come Roberto Mancini noi dobbiamo tanto, tantissimo. A loro vanno riconosciuti dignità, onore ed eterna gratitudine. Esse ci donano speranza, fiducia. Il loro dono più grande consiste nel farci realizzare che vi è sempre un bene che si oppone e che lotta contro tutto questo male.

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