giovedì 30 giugno 2016

Gomorra tra finzione e realtà

di Marcello de Angelis
 
“A fine d’o jurno sta tutta cca'" con queste parole pronunciate da Don Pietro Savastano poco prima di essere ucciso dal suo ex braccio destro Ciro Di Marzio, si chiude la seconda stagione di Gomorra, la fiction ispirata al libro di Roberto Saviano. Una frase che implica un intreccio di conflitti interiori degni di Shakespeare o della classica Tragedia Greca: un complesso intreccio di tradimenti, rancori e vendette per nulla edulcorati dall’amore, sentimento inesistente tra i personaggi di questo prodotto confezionato abilmente da una regia a più mani, ovvero Stefano Sollima insieme con Francesca Comencini, Claudio Cupellini e Claudio Giovannesi.

Con questa nuova serie di puntate gli sceneggiatori hanno assestato un duro colpo allo stomaco degli spettatori mostrando tutta la mostruosità della camorra e di chi ne fa parte: un vorticoso giro di anime perdute, assetate di soldi e potere che nulla hanno più di umano (nel senso più romantico del termine) e che sono pronte a sporcare le proprie mani del sangue di vittime talvolta colpevoli di tradimenti, talvolta innocenti, ma colpevoli di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Il tutto in una Napoli plumbea, pericolosa e oscura sul modello di Ghotam City, ma dove a differenza della fumettistica città, qui non c’è alcun Bruce Wayne pronto ad indossare un mantello. E la speranza è praticamente inesistente.

Dodici episodi ricchi di colpi di scena che hanno mantenuto alto lo standard del successo della prima stagione, tenendo incollati allo schermo oltre un milione e 200.000 spettatori, dove “il vecchio” e “il nuovo” si scontrano e si eliminano a vicenda. Non ci sono eroi, ognuno è vittima e carnefice di altri o di se stesso.
 
Così come Genny Savastano in lotta con suo padre Pietro per occupare il vertice del clan, oppure Ciro Di Marzio che soffoca la sua adorata moglie temendo di essere denunciato, c’è poi Scianèl, che da madre amorevole e protettiva di Lelluccio, ordina di far bruciare vivo un ragazzo; ed infine Malammore, buon padre di famiglia che, per ordine di Don Pietro, uccide a sangue freddo la figlia di Ciro di soli 8 anni, sparandole un colpo di pistola nell’abitacolo dell’auto che la stava portando a scuola. Per aggiungere un tocco di orrore in più, il killer prima di premere il grilletto contro quell’inerme visino terrorizzato e supplichevole, bacia con ardore il crocifisso che aveva appeso al collo: vuole chiedere perdono per quell’atroce gesto? Vuole infondersi coraggio? Vuole chiedere protezione dall’Alto? Non lo sapremo mai, ma quel che conta sottolineare è ciò che è accaduto dopo la messa in onda di questa scena così disturbante, quando si è verificata una incredibile sovrapposizione tra finzione e realtà talmente forte da suscitare reazioni impensabili, che hanno portato diversi spettatori ad inveire nei confronti dell’interprete del personaggio Malammore, il bravissimo Fabio De Caro, arrivando a minacciare lui e la sua famiglia.

De Caro si è visto costretto ad intervenire sulla sua pagina Facebook per precisare le differenze, che dovrebbero essere ovvie, tra attore e personaggio: “Per me è stato durissimo interpretare quella scena, ma si tratta del mio lavoro, che faccio con passione. Fino a quando il pubblico vuole insultare Malammore faccia pure, ma non tollero le offese e le minacce nei miei confronti”. Ma le centinaia di messaggi positivi e di apprezzamento per l’ottimo lavoro attoriale svolto, postati subito dopo, hanno fatto diventare i detrattori una sparuta piccola parte.
 
Tra i commenti positivi possiamo leggere che: “Solo una massa ignorante vede in Gomorra una storia con cui esaltarsi, fare il tifo per Genny o per Ciro”. L’uccisione della piccolina è stata una genialata del regista, un modo per turbare gli animi più di quanto la serie già non faccia di suo, una precisa scelta per delineare negativamente tutti i presunti eroi in quanto nessuno di loro merita apprezzamento. E quelle ultime due puntate veramente ce li ha fatti odiare tutti.

Per Stefano Bises, il capo-sceneggiatore intervenuto sulla vicenda: “Quell'episodio è di pura fantasia, però, le reazioni sono interessanti perché dimostrano quanto la gente si sia lasciata coinvolgere dalla visione della fiction, tanto da sganciarsi dalla realtà e farsi trasportare all'interno di un universo totalmente di finzione”.

Racconta Fortunato Cerlino, il perfetto interprete di Don Pietro Savastano: “La seconda stagione ha approfondito maggiormente le psicologie dei vari personaggi e, a mio avviso, è servita anche per far capire che le esistenze di criminali come quelli raccontati da noi sono senza speranza e calate in un’infinita spirale di morte priva di vie d’uscita”. Infatti il lavoro è stato svolto con una tale angosciante verosimiglianza alla realtà al punto che difficilmente questa serie potrebbe rendersi colpevole di ispirare simpatie o spirito di emulazione verso i protagonisti, i quali magistralmente ci sbattono in faccia tutta la loro ferocia. Da questo punto di vista allora benvenga Gomorra e la spettacolarizzazione della criminalità, se può servire a mettere i camorristi dinanzi ad uno specchio che rifletta la loro stessa immagine.

E in quell’immagine vedere l’orrore, la solitudine, il continuo equilibrio instabile della loro vita distorta. È una illusione? Forse, ma “la speranza è anche quella che guardando come Don Pietro ha distrutto la sua vita e quella degli altri, i vari “Pietro” potenziali che vivono nella realtà, possano in ogni momento cambiare la loro vita” chiosa idealmente Cerlino dalla sua page.

Un pò come tentò di fare Luciano De Crescenzo, facendo dire al suo Professor Bellavista, durante un surreale colloquio con un camorrista “Ma tutto sommato, nunn’è che fate na vita ‘e merda? Perché penso io: Gesù sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però vi ammazzate tra di voi, poi anche quando non vi ammazzate tra di voi, ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli… Ma vi siete fatti bene i conti? Vi conviene?” Già, ce lo chiediamo in tanti, ma gli conviene?

mercoledì 29 giugno 2016

Un’Estate da Re: a luglio la grande lirica alla Reggia di Caserta

di Antonio Ianuale

La musica lirica nella spettacolare atmosfera della Reggia di Caserta per un connubio che non può certo non affascinare ed intrigare intenditori e semplici appassionati. La rassegna “Un estate da Re, La Grande Musica alla Reggia di Caserta”, in programma nel Cortile della Reggia Vanvitelliana, dal 4 all’ 11 luglio, fa parte del progetto finanziato con Fondi POC DGR 90/2016 dal titolo “Lirica alla Reggia di Caserta e dintorni”.

Avvicinare il pubblico, soprattutto i più giovani, al mondo della lirica e, allo stesso tempo, creare una risonanza a livello internazionale sono i due obiettivi della rassegna, che si avvale di preziose collaborazioni e mette in campo personalità di primo livello: il Teatro di San Carlo di Napoli, il Teatro Verdi di Salerno e l’Accademia di Santa Cecilia di Roma nonché due grandi Direttori d’Orchestra come Sir Antonio Pappano e Daniel Oren.



Il programma prevede tre giorni di eventi: si parte il 4 luglio con protagonista il Maestro Antonio Pappano che proporrà la IX di Beethoven con l'Orchestra di Santa Cecilia. Venerdì 8 luglio tocca a Daniel Oren, che dirigerà l’orchestra e il coro del San Carlo e del Verdi di Salerno nel “Nabucco”, terza opera di Giuseppe Verdi, conosciutissima per la celebre aria “Va’ Pensiero”. La regia è affidata a Stefano Trespidi. L’11 luglio è prevista una replica del capolavoro del compositore parmigiano. I numeri attestano il grande sforzo organizzativo: per le tre serate saranno impegnati oltre 400 artisti tra musicisti e cantanti, è prevista la realizzazione di gradinate destinate a contenere 2.800 posti a sedere, con tariffe popolari e sconti per attirare il pubblico: a partire da 5 euro fino a un massimo di 20 euro a persona, con sconti per giovani, famiglie e gruppi. L’organizzazione generale e la produzione sono realizzate dalla Scabec, Società Campana Beni culturali.

La presentazione dell’evento si è svolta nel mese di maggio alla presenza del presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che non ha nascosto la grande soddisfazione per l’evento: “Abbiamo deciso alcuni mesi fa di mettere in campo una iniziativa di livello internazionale per promuovere ancora di più la Reggia di Caserta con la grande lirica, la grande musica sinfonica. E abbiamo avuto la collaborazione eccezionale di Daniel Oren. Siamo riusciti a mettere in piedi un programma anche in tempi molto ristretti che è davvero di grandissima eccellenza”. Il presidente De Luca ha approfittato anche per sottolineare i lavori di ristrutturazione avviati nella Reggia, sempre più tempio della cultura a livello internazionale: “sarà un'occasione anche per avviare i lavori di recupero dell'Aperia della Reggia, un luogo meraviglioso collocato alla fine della passeggiata dentro la Reggia e anche per far partire un concorso internazionale per premiare ogni anno un lavoro che valorizzi i beni storico-artistici legati alla grande civiltà del Regno di Napoli e in modo particolare la Reggia di Caserta. Per noi un momento di grande importanza e solennità con il quale diamo definitivamente una proiezione internazionale alla Reggia di Caserta.”

Un’Estate da Re è solo il primo di una serie di eventi, promossi dalla Regione Campania e realizzati dalla Scabec, in programma nella stagione estiva, che mirano alla rivalorizzazione del patrimonio artistico-culturale campano: dal 21 luglio fino al mese di settembre saranno organizzate le visite notturne negli scavi di Pompei, negli scavi di Ercolano, ai Templi di Paestum, nella Villa romana di Minori, a Villa Arbusto ad Ischia e al Rione Terra a Pozzuoli. Il Sud deve ripartire da questi grandi eventi, per ritornare all’antico splendore e per dimostrare come possa essere una risorsa fondamentale per la crescita del paese.

Napoli: la Chiesa dell’Immacolatella a Pizzofalcone tra storia e degrado

di Marcello de Angelis

Parthenope
Ci sono luoghi che più di altri rappresentano una storia. Posti in cui è accaduto qualcosa di unico e di grande o, più semplicemente, posti dove ha soggiornato una particolare celebrità. Poi ce ne sono altri: quelli che rappresentano “la Storia”, con la “S” maiuscola, come quella delle origini della città di Napoli, tra cui troviamo, senza ombra di dubbio, la Chiesa “dell’Immacolatella a Pizzofalcone”. Sita nella parte orientale del Monte Echia (la collina dove nacque il mito di Parthenope), alle spalle del belvedere che, insieme a Palazzo Carafa di Santa Severina, costituisce il primo insediamento urbano di Napoli risalente all’inizio del Cinquecento.

Il curioso nome di “Pizzofalcone” risale invece al Duecento, quando il re Carlo I d’Angiò decise di praticare proprio su quest’altura la caccia col falcone, facendovi costruire per l’occasione una importante falconiera. Lo sviluppo della zona ebbe inizio a partire dal XVI secolo con la costruzione di ville nobiliari e complessi conventuali come quello della Nunziatella, di Santa Maria degli Angeli e di Santa Maria Egiziaca.

Vista della Chiesa dell'Immacolatella
La Chiesa venne costruita probabilmente nel XVI secolo e prese il nome di “Regia Cappella del Santissimo Rosario”. Solo due secoli dopo cominciò ad essere citata come “Santuario parrocchiale dell’Immacolata” o “Immacolatella”. Per la gente del luogo, tuttavia, resta la “Chiesa delle Montagnelle”, così come veniva abitualmente definita tutta la zona del Monte Echia.

Nel 1857, per volontà del re Ferdinando II (così come descritto nell’iscrizione in bassorilievo posta sul portale d’ingresso) venne integralmente ristrutturata anzi, per essere precisi, venne proprio ridisegnata con una struttura più ampia, a “croce greca”, e ricostruita dall’architetto Francesco Jaoul che andò a demolire la precedente struttura.

Alcuni scritti del 1856 testimoniano che al suo interno vi erano disposti cinque altari di marmo pregiato, raffinate statue poste in appositi incavi ed in bella mostra alle pareti, tele di Raffaele Spanò e Giovanni Girosi. Come ulteriore elemento atto ad impreziosire tutto ciò, bastava salire le scale che portavano all’ingresso per poter ammirare l’incredibile vista mozzafiato sull’intero golfo: da punta Campanella a Mergellina con Castel dell’Ovo al centro che, a picco sul mare, completava l’opera.

Era davvero bella la “Chiesa delle Montagnelle”! E mantenne tale bellezza fino al 1943, anno in cui una bomba piovuta dal cielo durante i raid aerei anglo-americani sulla città, la colpì in pieno. Venne però ben presto restaurata e riaperta nel primo dopoguerra. Purtroppo però, in seguito al terremoto dell’Irpinia del 1980, il Santuario fu dichiarato “soggetto a seri problemi di agibilità”, per poi essere chiuso e abbandonato.

Il degrado della chiesa dell'Immacolatella
Da quel momento un inspiegabile abbandono da parte delle autorità amministrative ne decretò una inevitabile fine ed oggi, a distanza di quasi 30 anni, è ancora chiusa e versa in un pessimo stato di conservazione: di quella Chiesa tanto amata dagli abitanti della zona non resta che un fatiscente rudere! E il pericolo statico, incombente quando venne sgomberata, è presente ancora oggi con l’aggravante che ormai la struttura è completamente devastata, abbandonata e vandalizzata. E proprio per evitare danni ad incauti visitatori le due scalinate d'accesso sono bloccate da muri di mattoni e lo stesso portone è schiacciato da una parete di cemento. Al suo interno copiose infiltrazioni d’acqua hanno spaccato e ricoperto di muschio i muri perimetrali ed evidenti segni di crollo sono visibili ovunque.

Quei preziosi altari sopradescritti giacciono sepolti da cumuli di detriti, sporcizia e calcinacci piovuti dalle pareti; le statue e i dipinti sono misteriosamente scomparsi nel silenzio più totale e sull’altare maggiore il Tabernacolo è stato forzato e il marmo frantumato. L'antica porta di legno è letteralmente sradicata e il pavimento è ormai sepolto da resti di “visite non autorizzate” da parte di clochard, tossicodipendenti e animali randagi. I banchi in legno sono stati ammassati in malo modo e senza alcun motivo su di un lato della navata.

Napoli, con il suo centro storico più grande d'Europa, è senza dubbio un coacervo di splendidi tesori, questo è lampante! Ma molti di essi, versano in uno stato di deterioramento indicibile. E l’area del Monte Echia è evidentemente fra queste. Un intervento immediato è da ritenersi assolutamente necessario, così come una presa di coscienza sia da parte dell’Amministrazione comunale che di quella locale, ossia la I Municipalità, fresca di nomina. Insomma bisogna far presto, perché intanto lo stato di abbandono della Chiesa “dell’Immacolatella a Pizzofalcone” e dell’intera area, degradata da “culla” della civiltà partenopea a “cassonetto” dell’ignoranza, della incuria e della strafottenza napoletana, ha raggiunto già livelli indecorosi, basti solo pensare al fatto che tutta la zona è utilizzata ormai da anni come discarica a cielo aperto per rifiuti di ogni genere.

Rimozione delle ecoballe: un addio alla Terra dei Fuochi?

di Antonio Cimminiello

Potrà dirsi addio alla Terra dei Fuochi? Probabilmente si. Alcuni giorni fa, infatti, ha preso finalmente inizio la rimozione delle famigerate ecoballe a partire dal sito Taverna del Re a Giugliano e dal Lotto B del sito Lo Spesso di Villa Literno, alcuni dei 29 siti campani dove sono presenti complessivamente ecoballe per un totale di 5 milioni e seicentomila tonnellate circa.

Cumuli di ecoballe
E’ il primo passo verso l’obiettivo di liberare la Regione da una delle più tangibili testimonianze della recente emergenza rifiuti che non ha risparmiato la Campania sotto ogni punto di vista, da quello ambientale-sanitario fino al danno d’immagine per una realtà, purtroppo, sempre più spesso costretta ad inseguire standard anche minimi di vivibilità nonostante risorse notevoli da valorizzare. Cosa succederà nell’immediato?

La prima trance di 70 milioni di euro inviata dal Governo Renzi (a fronte dei 500 complessivi previsti proprio per tale finalità) verrà utilizzata molto probabilmente per provvedere allo spostamento in tempi brevi -dovrebbe trattarsi di 18 mesi dalla stipula dei relativi contratti- di un milione di tonnellate di ecoballe al Nord Italia in via provvisoria e all’estero in via definitiva –ma per alcuni Paesi si attende ancora il via libera- mentre per altri due milioni si prevede il trattamento nei tritovagliatori-STIR in una sorta di selezione del contenuto delle ecoballe alla ricerca di materiale ancora riciclabile.

Permangono ancora alcuni ostacoli: si pensi all’incertezza legata proprio al contenuto di alcune ecoballe realizzate su ordine della Protezione Civile in piena emergenza rifiuti, che non permette uno smaltimento soddisfacente, immediato e sicuro presso gli impianti di termovalorizzazione, o all’insufficienza -secondo alcuni- proprio del numero di questi ultimi, oltre alla circostanza che l’appalto per il trasporto sia stato affidato finora solo per poco più di 450.000 tonnellate, e tra l’altro pure con il coinvolgimento di alcune imprese nel mirino dell’ANAC presieduta da Raffaele Cantone.

Sembra così avviarsi a conclusione una vicenda vergognosa, fatta anche di 22 anni di inefficienza politica ed infiltrazioni camorristiche, che hanno prodotto altresì la perdita progressiva di risorse pubbliche per ben un miliardo di euro, senza dimenticare i 20 milioni di euro (più 120.000 euro per ogni giorno di ritardo) della multa comminata all’Italia nel 2015 dagli organi dell’Unione Europea, nella speranza tuttavia che quella di pochi giorni fa non sia stata soltanto una “falsa partenza”, come accaduto proprio in quei territori già molte, troppe volte (si ricorda a proposito le molteplici “inaugurazioni” della linea TAV). Il Governatore Della Campania Vincenzo De Luca ha parlato di “evento storico” in occasione dell’inizio delle operazioni, avviate all’insegna dello slogan “Via le ecoballe per sempre”: sarà davvero così?


Newroz Festival 2016: Spazio agli emergenti

Intervista a Stefano Crispino, fondatore, cantante e chitarrista dei Gruppo Sanguigno.

di Danilo D'Aponte

 
Avendo già detto del programma del Newroz Festival 2016, non ci resta che rivolgere la parola al leader di alcuni degli artisti emergenti con cui ho avuto l'onore di suonare e che, in questa mia nuova veste, ho il piacere di intervistare: Stefano Crispino (Gruppo Sanguigno).

I Gruppo Sanguigno fanno dell'utilizzo della lingua italiana nel loro Punk Rock un motivo di vanto, e lo fanno anche bene. A livello di testi affrontate problemi pressanti a livello nazionale, il palco del Newroz vi darà l'opportunità di ricordarli ai nostri campaesani. In virtù di questa premessa, come approcciate al vostro pubblico?

Grazie per il complimento. Più che un motivo di vanto, una scelta di gusto e un'esigenza di esprimersi in maniera diretta. Cerco di scrivere ogni canzone con una tematica differente, perché penso sia giusto parlare di tutto ciò di cui abbia voglia di parlare, tutto qui. E sì, in alcune canzoni abbiamo affrontato problematiche sociali e in generale cerco sempre di creare delle canzoni che non abbiano come unico scopo far canticchiare il motivetto del ritornello sotto la doccia (indipendentemente dalla tematica). L'obiettivo non è cambiare il mondo (perché siamo solo 4 ragazzi con degli strumenti), ma raccontarlo dandone un opinione, e se da questa opinione ne possa scaturire una riflessione su determinati argomenti, che trovo di rilevanza, vuol dire che per qualche ascoltatore questa cosa funzioni. Mi piacciono molto due verbi, "suonare" e "raccontare" poi se qualcuno si diverte ai nostri concerti o vede in noi dei messaggi condivisibili o della buona musica la cosa non può che farmi piacere.

Avete da poco pubblicato il vostro ultimo single, ci puoi raccontare qualche aneddoto simpatico risalente al periodo dell'immediata pubblicazione online?

Il video di "Voglio fare il boy scout" è uscito da pochissimo e siamo stati molto sorpresi delle 3.000 visualizzazioni nel primi 3 giorni. A livello di diffusione social però solo da qualche ora ho iniziato a divulgarlo tra i gruppi Facebook e le associazioni scout; è stato divertente che alcuni ragazzi mi abbiano detto che volevano prendere la canzone come inno dei proprio gruppi scout.

Sei, e siete, sulla scena napoletana da tanto tempo. Standoci dentro, vedi cambiamenti, anche piccoli, che possano far ben sperare per il suo sviluppo anche a livello nazionale?

Le persone brave che ci danno dentro ci sono e sono anche tante, il problema è che bisogna far sempre i conti con quello che "si porta" così come raccontiamo nel precedente singolo "Direzione sbagliata". Molte persone che facevano il nostro genere hanno appeso gli strumenti al chiodo ed è stata una cosa molto triste da vedere, forse per loro si trattava solo di moda, forse non credevano veramente in quello che facevano. O facevano quel determinato genere solo in speranza del "successo".

Per quanto riguarda il discorso più generale della musica che riesce ad "espatriare" da Napoli la cosa che noto è che da pochi anni un determinato pop in dialetto napoletano ha preso molte persone anche fuori dalla Campania e, qualche anno fa, questa cosa non me la sarei aspettata. Poi vabbè c'è la moda del rap che ancora deve esaurirsi. Non so come andrà, staremo a vedere.

Per il momento "ce l'hanno fatta" sopratutto quelli che si sono trovati nel posto giusto al momento giusto.
E (come dice una canzone che ho scritto che prima o poi uscirà) noi non so se siamo nel posto giusto al momento sbagliato o nel posto sbagliato al momento giusto.

Ne approfitto per ringraziare Stefano vi consiglio di tenere d'occhio i Gruppo Sanguigno e i loro profili social per ulteriori eventi che li vedranno coinvolti.

ANT e NonsoloArt: una passeggiata turistico-solidale tra i vicoli di Napoli

di Maria Di Mare

“Insieme si può” è lo slogan che si legge nella descrizione ufficiale dell'evento che la città di Napoli ospiterà la sera del 16 luglio. Di cosa stiamo parlando?

L'ANT, l'associazione per l'Assistenza Nazionale Tumori ha deciso di sensibilizzare il pubblico in una veste che si allontana dalla solita piantina. Quelle, le piantine, siamo abituati a vederle (e a comprarle) nelle piazze, le regaliamo alle nonne oppure alle mamme, le acquistiamo volentieri perché sappiamo di aiutare, ma questa volta l'ANT propone di aiutarli nella propria missione partecipando ad un evento che può essere l'occasione per fare un regalo a noi stessi e per riscoprire la città di Napoli.

La locandina della manifestazione
Il 16 luglio, infatti, l'ANT insieme con l'associazione culturale NonsoloArt inaugurerà il primo di una serie di percorsi denominati “Voci di Donne”. L'itinerario è in realtà una passeggiata narrata e teatralizzata: durante il percorso, che partendo da Piazza del Gesù si snoderà tra Piazza San Domenico, Piazzetta Nilo, salirà per San Gregorio Armeno e terminerà a Via dei Tribunali, gli astanti saranno allietati da degli intramezzi recitati dagli attori della Compagnia “Gli Appassionati” che riporteranno alla ribalta alcune tra le più importanti figure femminili della storia napoletana, come Maria D'Avalos ed Eleonora Pimentel Fonseca. Durante la passeggiata, ma tutto dipende dagli orari, ci sarà eventualmente la possibilità di fare una veloce incursione anche all'interno del monastero di Santa Chiara.

NonsoloArt è un'associazione che si identifica in tre ragazze che si dividono tra eventi di didattica del territorio e turismo; Rita Laurenzano, presidente dell'associazione, si è prestata ad una breve intervista spiegandoci come questa collaborazione con l'ANT sia stata un'opportunità feconda dalla quale è nato un progetto più ampio che prevede la calendarizzazione di diversi itinerari turistico-solidali, che inizieranno a Settembre e che termineranno con una cena solidale per la terra dei fuochi.

L'ANT fornisce dal 1991 assistenza specialistica e domiciliare ai malati di tumore, oltre a spendersi per provvedere un'assistenza di prevenzione oncologica gratuita, è impegnata anche nel campo della ricerca, nella formazione di nuovi volontari e in percorsi di sensibilizzazione e informazione all'interno delle scuole.

Il percorso inizierà alle ore 18.00 da Piazza del Gesù
e terminerà, si stima, dopo un'ora e mezza. La partecipazione all'evento prevede la prenotazione obbligatoria, e l'intero ricavato della vendita dei biglietti sarà devoluto all'ANT. Durante la manifestazione sarà distribuito anche il calendario relativo alle prossime iniziative, ciascuna volta a coniugare la passione per l'arte, la storia, la cultura, i miti e leggende napoletane, con la vocazione per la solidarietà e l'interesse a sostegno del bene comune.

D'altronde, quale città migliore per ospitare queste passeggiate turistico-solidali se non Napoli, bellezza indiscussa tra le città italiane, con tanto da offrire dal punto di vista storico-culturale, e non solo secondariamente folkloristico, ma anche città da sempre simbolicamente associata alla gente dal cuore grande e generoso. Un'occasione questa che permetterà al contempo di riscoprire la bellezza delle figure femminili partenopee, di immergersi nella cultura della nostra città e di sostenere i medici dell'ANT. A disposizione di chi volesse intervenire ci sono il numero di telefono 393.6856305 e l'indirizzo e-mail info@nonsoloart.it .

Il compleanno della Federico II di Napoli tra storia ed innovazione

di Antonio Ianuale


Il 5 giugno non è stato un giorno come gli altri per Napoli e per tutto il mondo accademico. Quello stesso giorno nel 1224, l’imperatore del Sacro Romano Impero e Re di Sicilia, Federico II di Svevia, fondava l’Università Federico II. L’ateneo napoletano è la più antica università fondata attraverso un provvedimento di Stato, ed è ritenuta la prima università laica e statale del mondo. Per festeggiare la ricorrenza è ritornata la kermesse “Buon compleanno Federico II”, istituita già l’anno scorso, dove il mondo accademico ha incontrato la cittadinanza, offrendo una ricca serie di eventi: conferenze, mostre, incontri con personaggi della cultura napoletana ed italiana.

Un legame tra l’università e la cittadinanza che si è rafforzata negli anni con iniziative culturali che spaziano dalla storia al cinema, dalla scienza all'arte, dalla letteratura alla poesia contemporanea, rivolte soprattutto alle scuole per avvicinare gli studenti del futuro. La storia della Federico II è molto antica: sono passati 792 anni da quando l’imperatore Federico II, poeta, letterato e scienziato, emanò l’editto istitutivo dello “Studium Neapolitatum”, un luogo dove i sudditi potevano studiare sotto la supervisione dei familiari. Fu scelta la sede di Napoli in quanto ritenuta una città strategica dal punto di vista culturale, tanto che il capoluogo campano ben presto divenne il maggior polo giuridico di tutta Europa.

Federico II voleva principalmente formare una generazione di nuovi burocrati, giuristi ed amministratori, così, grande attenzione venne dato al diritto e agli studi giuridici. L’Università di Napoli si differenziava da tutti gli altri atenei di allora, Bologna su tutti, su un punto fondamentale: la Chiesa non aveva nessun potere riguardo il reclutamento dei docenti. Momenti oscuri con chiusure immediate, si alternavano a momenti di grande vivacità culturale in una città che poteva vantare di ospitate intellettuali come Petrarca e Boccaccio.

Dal Cinquecento l’Università si stabilizzò, almeno in parte, senza subire più chiusure e sospensioni, sebbene non vi era ancora una sede fissa e gli stipendi dei docenti erano tra i più bassi in Europa. Nel Seicento lo sviluppo delle scienze rese necessario un rinnovamento culturale dell’ateneo che si concretizzò con una riforma degli studi: il potenziamento delle materie scientifiche, l’introduzione di insegnamenti meno dottrinari, come la Storia ecclesiastica e il diritto della natura e delle genti, un adeguamento degli stipendi, il passaggio della facoltà di dottorato, dai Collegi all’Università. Queste innovazioni furono applicato solo nel Settecento con Carlo Borbone, che continuò sulla strada della modernità con l’istituzione della prima cattedra in Europa, di «meccanica e di commercio», cioè di economia politica, affidata nel 1754 a Antonio Genovesi.

La sede della Federico II a Corso Umberto
Alla fine del Settecento l’offerta didattica si allargò ulteriormente: la nuova Università si articolava nelle cinque facoltà di lettere e filosofia, matematica e fisica, medicina, giurisprudenza, teologia. Altre strutture come l’osservatorio astronomico, l’orto botanico, i musei di mineralogia e di zoologia erano collegate all’Università e diretti da docenti dell’ateneo. Nell’Ottocento l’ateneo federiciano aumentò il suo prestigio, potenziandosi nel settore scientifico, con la nascita della prima cattedra di genetica in Italia. Nel Novecento fu scelta la sede più conosciuta: quella sul Corso Umberto inaugurata il 16 dicembre 1908. Proprio quest’edificio fu incendiato dai tedeschi il 12 settembre del 1943. Nella seconda metà del Novecento l’ateneo fu caratterizzato da ristrutturazioni, restauri, progettazione e costruzione di nuove sedi.

Negli anni Settanta con dieci Facoltà, due Policlinici, circa 75.000 studenti, più della metà dei quali a Medicina, Giurisprudenza e Scienze, la Federico II si presentava come un ateneo all’avanguardia. Il 7 settembre 1987 assunse l’attuale denominazione Università degli Studi di Napoli Federico II. Per celebrare degnamente la ricorrenza è stata organizzata una settimana di festeggiamenti dal 4 al 10 giugno: i giorni 3,4,5 in occasione del Festival delle Radio Universitarie, le sedi dell’ateneo hanno accolto rappresentanti delle comunità studentesche di quasi tutti gli atenei d’Italia che hanno una radio. Il 4 giugno, l’Ateneo ha aperto i Musei delle Scienze Naturali e Fisiche e l’Orto Botanico alla cittadinanza. Il clou è stata la ricchissima giornata di chiusura: il 10 giugno sono stati premiati prima gli studenti più meritevoli dell’anno accademico in corso poi gli studenti più illustri, tra cui Renzo Arbore, laureatosi in Giurisprudenza, il talentuoso drammaturgo Enzo Moscato laureato in Filosofia, il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, la storica dell'arte Paola D'Agostino da circa un anno direttrice del Museo nazionale del Bargello di Firenze. Il momento musicale è stato offerto dal Coro Polifonico Universitario Federico II, prima di spostarsi in Piazza del Gesù per la chiusura della giornata: ospiti d’eccezione il maestro Peppe Barra che si è esibito in concerto con la sua band, l’attore Mariano Rigillo che ha declamato un monologo inedito dello scrittore Maurizio de Giovanni, il musicista Francesco di Bella, la cui performance ha chiuso i festeggiamenti. 



Teatro Trianon di Napoli: fine dell’Odissea?

di Marcello de Angelis

Vincenzo De Luca e Nino D'Angelo

“Oggi ho incontrato De Luca, il Trianon tornerà ad essere teatro del popolo!”. Con questo post pubblicato pochi giorni fa da Nino D’Angelo sulla sua pagina facebook, il noto cantante-attore partenopeo ha voluto informare il suo pubblico e la città tutta che finalmente, sulla annosa questione della chiusura e dell’abbandono della storica sala teatrale di Piazza Calenda, qualcosa è cambiato. Ed infatti ha dato esito positivo l’incontro tenuto a metà giugno a Palazzo Santa Lucia tra D’Angelo e il Governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca.

L’argomento della conversazione era l’abbandono a se stesso del Trianon da parte delle istituzioni, in un periodo in cui il Teatro era oggetto di una gestione nefasta da parte dei suoi stessi amministratori e della Giunta Regionale che ha preceduto quella “Deluchiana”. Una Giunta che non ha saputo proteggere il suo patrimonio culturale lasciandolo andare alla deriva, in un oceano in tempesta di debiti difficilmente saldabili, che hanno portato inevitabilmente al fallimento e quindi alla chiusura della storica Sala dove si esibirono in passato i maggiori nomi dello spettacolo internazionale.


Nino D'Angelo davanti al Teatro Trianon
Argomento che i due protagonisti stavano trattano già da parecchio tempo, ovvero da quella campagna elettorale del 2015 per l’elezione del nuovo Governatore, quando lo stesso D’Angelo appoggiò De Luca. Quest’ultimo promise subito, grazie ai poteri che avrebbe acquisito vincendo le elezioni, di far riaprire la Sala in breve tempo, restituendo dignità e una speranza di cultura e bellezza ad un luogo che nel frattempo era divenuto “terra di nessuno” e dove la malavita scorrazzava indisturbata. Poi i rapporti si erano interrotti fino all’incontro dello scorso 15 giugno, quando il Presidente ha potuto confermare a Nino D’Angelo la sua nomina alla guida del Trianon come direttore artistico e che quindi poteva iniziare a studiare finalmente un cartellone per la prossima stagione teatrale, quella della riapertura.

Quel sipario, ingiustamente chiuso, tornerà ad aprirsi il prossimo autunno e la luce dei riflettori illuminerà di nuovo la scena di uno dei palcoscenici più antichi della città. Ma prima di questo storico evento sarà necessario effettuare dei lavori di adeguamento degli impianti di sicurezza e di manutenzione ordinaria e straordinaria, in vista di un grande impegno pluriennale. Nel corso dell’incontro si è anche discusso delle criticità pregresse che affliggono il Teatro e soprattutto della situazione debitoria che, dal 2008, continua a gravare su di esso. Il notevole investimento già deliberato dalla Regione, così come ribadito dal Presidente del Consiglio di Amministrazione Gianni Pinto, dovrebbe essere corroborato dalla partecipazione dell’altro socio di minoranza alla gestione del Teatro, ovvero la Città Metropolitana che detiene il 20% delle quote azionarie.

L'interno del Teatro
I lavori partiranno entro la fine di giugno avendo avuto anche l’ok da parte dei vigili del fuoco col loro certificato di prevenzione incendi e saranno finanziati dalla Giunta Regionale che, con la delibera del 14 giugno 2016, ha stanziato 300.000 euro, in attesa dello sblocco di alcuni fondi europei. Altre trattative sono in corso per andare incontro ai creditori pregressi, quelli che avevano chiesto la messa all’asta del Teatro e soprattutto, per pagare gli stipendi arretrati ai lavoratori del Trianon.

Tecnicismi economici a parte, quello che è fondamentale sottolineare è il punto di svolta impresso, finalmente, in una storia infinita che stava ormai perdendosi in un insopportabile “scaricabarile” di responsabilità. L’arte e la cultura torneranno protagoniste in un luogo come Forcella, crocevia di strade così complesse e bisognose di una speranza.

Napoli, San Giovanni a Teduccio: continua il cammino della riconversione industriale

di Antonio Cimminiello


San Giovanni a Teduccio per anni ha rappresentato il “cuore industriale” di Napoli, con le molteplici fabbriche che ha ospitato ed operative nei settori più disparati, da quello petrolifero fino a quello conserviero. Complice poi una crisi economica e la “fuga” dall’Italia di molte imprese, la realtà industriale descritta ha cominciato a scomparire, ed il quartiere partenopeo sembrava destinato ad andare incontro ad un vero e proprio processo di “desertificazione”, oltre a pagare dazio anche per altra via, come ad esempio il forte sospetto di inquinamento del sottosuolo in prossimità proprio delle ex raffinerie -su cui sta indagando anche la Procura della Repubblica di Napoli- oppure la recrudescenza della camorra, facile a radicarsi in assenza di realtà produttive ed istituzionali.

Il nuovo Polo della Federico II a S. Giovanni a Teduccio
Ed invece –e si può dire per fortuna- tale realtà cittadina è stata coinvolta nel sempre più massiccio processo di “riconversione industriale” che sta interessando tutta Napoli: è questo quanto dimostrato dal funzionamento del nuovo Complesso dell’Università degli Studi “Federico II”, inaugurato circa un anno fa. Si tratta di un’area di circa 200.000 mq, un tempo sede dello stabilimento “Cirio”, e che attualmente ospita nello specifico 9 aule didattiche in grado di accogliere circa 1000 studenti, oltre ad ulteriori spazi studio per circa 600 mq, laboratori informatici ed un’Aula Magna da 430 posti.

Nei prossimi mesi l’obiettivo è quello di arrivare ad ospitare un numero pari a 4.000 studenti. In questo modo sicuramente si garantisce il miglior soddisfacimento possibile delle esigenze degli studenti provenienti da zone limitrofe evitando gli inconvenienti nel raggiungere sedi più lontane come ad esempio la facoltà di Ingegneria a Fuorigrotta (che rimarrà comunque pienamente operativa), oltre a dare spazio ad un vero e proprio volano per l’intero quartiere, che potrà giovarsi del relativo “indotto” con attività commerciali, strutture ricettive e così via. Per la realizzazione del Complesso Universitario sono stati impiegati 155 milioni di euro, attingendo principalmente dal POR Campania del 2000-2013. A riprova della bontà del progetto, la scelta sempre più probabile del colosso Apple di insediare qui- e non più a Bagnoli, come auspicato in precedenza-il centro di sviluppo app Ios. Davvero un bel regalo anche per la stessa “Federico II”, nell’anno del suo 792mo compleanno.



Ripristinati gli uffici del Giudice di Pace di Frattamaggiore, Maddaloni, Lauro, Acerra e Gragnano

di Luigi Rinaldi

Con il decreto del 27 maggio 2016, il Ministro della Giustizia ha stabilito il ripristino di determinati Uffici del Giudice di Pace soppressi ai sensi dell’art.2, comma 1 bis, del decreto legge n. 192 del 31 dicembre 2014, convertito, con modificazioni, nella legge n. 11/2015. Dal 2017, dunque, torneranno a regime ben 51 degli Uffici del Giudice di Pace che erano stati soppressi negli anni scorsi per via del riordino della geografia giudiziaria, scelta giustificata da ragioni di spending review e ottimizzazione delle risorse della giustizia.

In Campania apriranno nuovamente i battenti, il prossimo 02 gennaio 2017, gli Uffici del Giudice di Pace di Acerra, Frattamaggiore, Maddaloni, Lauro e Gragnano. Il ripristino di tali Uffici è frutto dell’art.3, comma 2, del dlgs n. 156/2012, ove è previsto che, entro sessanta giorni dalla pubblicazione delle sedi soppresse, agli enti locali interessati, anche consorziati tra loro, sarebbe stata concessa la possibilità di richiedere il mantenimento degli Uffici, con competenza sui rispettivi territori, anche tramite eventuale accorpamento, facendosi carico delle spese di funzionamento ed erogazione del servizio giustizia, compreso il fabbisogno di personale amministrativo, che deve essere messo a disposizione dallo stesso ente.

Per tanti Comuni, il ripristino degli Uffici del Giudice di Pace rappresenta il conseguimento di un obiettivo di fondamentale importanza, onde consentire ai cittadini di non sentirsi isolati, né dal punto di vista geografico né da quello amministrativo. Si rischia, però, che dopo la solita propaganda elettorale, alcuni Comuni, come già successo nel recente passato (negli ultimi 18 mesi sono state soppresse oltre 100 sedi del Giudice di Pace originariamente mantenute dai Comuni), si rendano conto di non avere i mezzi finanziari per garantire il funzionamento degli Uffici, né personale amministrativo, sempre di estrazione comunale, adeguatamente formato e che molte delle sedi riaperte finiscano solo per creare problemi e disservizi all’utenza ed agli operatori della giustizia per essere, poi, nuovamente soppresse per inadempimento del Comune agli obblighi di efficienza stabiliti dalla legge.

E’ evidente che l’attuale normativa, sotto molti profili, è lacunosa perché prevede una piccola formazione iniziale di appena due mesi per i dipendenti inviati dagli uffici comunali, i quali molto spesso sono del tutto impreparati, sia sotto il profilo della formazione che sotto quello della cultura giudiziaria. Non è nemmeno chiaro chi avrà il compito di formarli e quali saranno i criteri con i quali saranno formati. Una situazione che rischia di ripercuotersi sul livello di soddisfazione dei cittadini, i quali potrebbero non ricevere tempestiva risposta alle loro richieste di documentazioni o semplici informazioni. Appare, quindi, improcrastinabile una radicale riforma della magistratura onoraria, che ponga ordine nella complessa macchina della magistratura di Pace, che negli ultimi ha subito tanti cambiamenti, molto spesso accettati ma non condivisi.

Camorra, le "stese" ed altri orrori

di Gian Marco Sbordone

La cronaca nera a Napoli è purtroppo da sempre drammaticamente ricca. Dagli anni 80’ viene stilato un resoconto annuale dei morti ammazzati che fa rabbrividire. Oggi, se è vero che le statistiche appaiono ben più “positive” rispetto ai terribili anni delle guerre tra i cutoliani e i loro avversari, si assiste tuttavia a fenomeni quotidiani di violenza inaudita che determinano, nella popolazione, un senso profondo di paura e insicurezza.

Con termine gergale si parla di “stese”. Si tratta di spari, con pistole e mitragliette, che i guaglioni della camorra indirizzano generalmente verso abitazioni e negozi semplicemente per dare segnali di forza, di potenza e prepotenza. Queste raffiche vogliono dire :”attenti che siamo noi i più forti, adeguatevi.” E’ successo in molti quartieri cittadini, con conseguenze talvolta nefaste: alcuni innocenti, come a Piazza Calenda e alla Sanità, ci hanno rimesso la vita.

Le “stese” sono un fenomeno nuovo, da ascriversi alla nuova camorra, quella sorta dalle ceneri dei vecchi clan, decimati da ammazzamenti ed inchieste giudiziarie. Ed è una camorra senza regole, quella dei baby boss, che non si preoccupa di evitare di fare morti innocenti, né fa valutazioni strategiche.

E questa camorra sregolata fa veramente paura perché induce a ritenere, in ultima analisi, che non è sufficiente essere persone perbene per non finire vittime inconsapevoli di un agguato camorristico. Come è successo a Ponticelli, ove il giovane Ciro Colonna, di 19 anni, è morto solo per essersi trovato in un circolo nel momento in cui i Killer hanno fatto fuoco per eleminare un boss locale.

Naturalmente i danni provocati da questa emergenza criminale sono anche più generali, perché ne risulta pesantemente offuscata l’ immagine della città, in Italia e all’ estero, con conseguenze evidenti sugli investimenti economici e sul turismo.

Cosa fare? Cosa sperare? In realtà siamo stanchi e disillusi. Anche di sentire parole roboanti sui massicci rinforzi di poliziotti e carabinieri, nonché dell’immancabile Esercito, che dovrebbe con la sua presenza risolvere tutti i problemi di criminalità, di qualsiasi tipo, a Napoli come altrove. Con tutto il rispetto per le Forze dell’ Ordine e per l’ Esercito italiano, purtroppo non è così. Perché la realtà è ben più complessa, e anche la possibile soluzione lo è.

La partecipazione sociale e popolare alla lotta contro la malavita e l’illegalità è importantissima e non va disconosciuto che essa ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto in Sicilia, contribuendo a costituire una nuova base sociale e culturale. E’ tuttavia evidente che questa partecipazione da sola non basta.

C’è un problema enorme, che va affrontato con urgenza. Certezza delle pene, certo, ma anche pene adeguate. E c’è un problema, e questo è senz’altro l’aspetto più drammaticamente complicato, che riguarda l‘esigenza di rinnovare dalle fondamenta la società napoletana.

Occorrono investimenti enormi, in termini economici ed in termini di cultura. Bisogna affrontare la situazione di chi non ha altre strade che quella della criminalità e del malaffare ed individuarne una alternativa. L’alternativa si costruisce garantendo una sicurezza economica e sociale ed anche, naturalmente, con il proporre in modo credibile modelli di riferimento diversi. Anche questi sono discorsi fatti e sentiti mille volte, e tuttavia avvertiamo il dovere morale di continuare a farli, affinchè la rassegnazione non ci prenda e sommerga tutti: allora sarebbe veramente la fine.

La Napoli angioina che ha stregato il Boccaccio

di Antonio Ianuale

Il 16 giugno del 1313 nasceva a Certaldo, un piccolo comune fiorentino, Giovanni Boccaccio, una delle personalità più rilevanti della storia letteraria e culturale italiana. Dal 1327, il giovanissimo Boccaccio, si trasferisce a Napoli, al seguito del genitore, per imparare il mestiere mercantile e bancario. Il soggiorno napoletano sarà decisivo per l’avvenire del letterato fiorentino: se nel Complesso di San Domenico, Boccaccio studia i primi rudimenti del diritto, sono le giornate trascorse alla Biblioteca Reale, che lo avvicinano alle opere di Dante e ai classici latini, e lo stimolano ad intraprendere la strada della letteratura.


La Napoli del Trecento, non è solo una città intrisa di stimoli culturali, ma anche la capitale della vita mondana, sede della corte angioina, ambiente spensierato e cortese dove Boccaccio conosce ed impara ad apprezzare il fascino delle nobildonne napoletane. Da questi incontri nasce l’opera la “Caccia di Diana”, in cui Boccaccio teorizza l’elevazione spirituale che raggiunge l’uomo quando si innamora. L’amore è il sentimento che prevale nelle opere del periodo napoletano: dal “Filostrato”, in cui vi è una ripresa dello sfortunato amore tra l’eroe troiano Troilo e la bella Criseide, al “Filocolo”, dove si narra della leggenda medievale dei due amanti Florio e Biancofiore, fino al testo “Teseida delle nozze d’Emilia”, dove all’amore di Emilia e Palemone si mescola la materia epica. Gli scrittori del tempo si legavano spesso a donne, a cui dedicavano i loro testi, con la speranza di conquistare il loro cuore.

È proprio a Napoli che Boccaccio conosce l’amore della sua Fiammetta, nome fittizio, dietro cui dovrebbe celarsi una certa Maria d'Aquino, presunta figlia di Roberto d'Angiò. Boccaccio racconta con ricchezza di dettagli il primo incontro con Fiammetta, avvenuto il sabato santo del 1336 nella chiesa di San Lorenzo Maggiore. Il giovane letterato se ne innamora perdutamente e ci lascia traccia di questo amore tormentato nelle opere scritte una volta ritornato a Firenze: il poema allegorico-didattico, “l’Amorosa Visione” e “l'Elegia di Madonna Fiammetta”, una specie di lunga lettera in nove capitoli, in cui la protagonista femminile, allontanandosi dalla tradizione letteraria dell’epoca, racconta le proprie sofferenze d'amore, occupando un ruolo decisamente attivo ed originale per il tempo. A Napoli Boccaccio si inserisce completamente nella società del tempo, imparando a conoscerla e a coglierne i molteplici aspetti, compreso quella di una lingua diversa dal fiorentino, che comunque Boccaccio studia e adopera nelle sue opere.

La conoscenza della città di Napoli si evince nel capolavoro del Boccaccio. Nel “Decamerone” infatti sono molte le novelle ambientate a Napoli, dove assistiamo a dettagliate descrizioni dei vicoli della città. Come nella novella con protagonista il giovane mercante Andreuccio da Perugia, che giunto a Napoli viene prima ingannato e derubato e poi costretto a vagare tra i vicoli bui di una città pregna dell’atmosfera del tempo. Se la novella di Andreuccio da Perugia è la più celebre, Napoli torna come sfondo in altre delle cento novello del Decamerone: la novella di Madonna Beritola, quella di Ricciardo Minutolo, di Elisabetta da Messina, di Peronella, di Niccolò da Cignano ed infine quella di Gian di Procida.

La Napoli raccontata così abilmente dal Boccaccio è una città “lieta, pacifica, abbondevole, magnifica”, per prendere in prestito i versi del Boccaccio stesso che rimpiangerà per sempre il suo distacco, improvviso e doloroso dalla città per far ritorno nella sua Firenze.

Cercare le ragioni dell'insensatezza


Gian Marco Sbordone

Ciò che è successo la notte tra il 9 e il 10 giugno scorso, in Piazza San Domenico Maggiore, a Napoli, ha dell’incredibile. Un qualcosa che ci ha lasciato senza parole, storditi, disorientati. Incapaci di darci una spiegazione plausibile sul perché certe cose accadano.

Emanuele Pirozzi
Erano circa le 2.30 quando Emanuele Pirozzi, un giovane di 23 anni che si trovava lì in compagnia di amici per festeggiare il compleanno di uno di loro, si schianta al suolo dopo essere precipitato dall’obelisco della piazza. Lì dove pochi attimi prima si era arrampicato per gioco, una bravata o forse una scommessa goliardica. A nulla è valsa la disperata corsa al Loreto Mare. Emanuele è morto poco dopo l’ incidente a causa di gravi traumi riportati su tutto il corpo.

Da sempre, purtroppo, siamo spesso costretti ad accogliere tragiche notizie che riguardano morti di giovani avvenute tramite disgrazie o bravate finite in tragedia. Tuttavia è evidente come nella società attuale queste bravate assumano in molti casi forme assurde, rasentando l’ insensatezza. Basta pensare, ad esempio, ai sempre più frequenti casi di ragazzi che giocano con la propria vita, sfidando la sorte ed il destino, intrattenendosi sui binari poco prima del passaggio del treno. Casi in cui, in più d’una circostanza, qualcuno ha trovato una morte atroce.

Va sottolineato che a peggiorare la situazione vi è la dilagante, spesso ottusa mania di autocelebrarsi e di apparire scattandosi selfie, o riprendendosi mentre si è intenti a fare qualche sciocchezza. Accade anche questo nell’era dei social, in cui un po’ tutti sono alla ricerca di un momento di notorietà e di qualche “like”. Cose da ottenere anche mediante l’esercizio del più scellerato esibizionismo.

Piazza San Domenico Maggiore
Allora se si può sicuramente affermare che in ogni epoca i giovani e i giovanissimi hanno trovato la morte o riportato gravi lesioni per motivi insensati, oggi sembra che siamo nell’epoca di una insensatezza maggiore o comunque diversa. Appare evidente, infatti, che morire mentre si fa una gara in moto, magari senza casco, o una gara di tuffi e morire giocando sui binari della ferrovia non è la stessa cosa.

Non è facile cogliere la differenza, ma è evidente che una differenza c’ è.
Probabilmente è determinata da quel desiderio di esibirsi, a cui si è accennato, nei confronti di una platea di presunti amici, quelli dei social, e c’entra, in certi casi, anche l’ uso smodato di alcool e di droghe.

Ma, in ultima analisi, la differenza va ricercata in uno spaventoso disagio, che non è quello che pure avvertivano i giovani di altri contesti sociali. Su questo disagio bisognerebbe lavorare, non solo psicologi e sociologi ed educatori, ma tutti.

Napoli: il rinnovamento dei trasporti pubblici tra speranza ed inciviltà

di Antonio Cimminiello

La linea Metro 2 di Napoli è stata dotata di recente di nuovi treni modello “Jazz”. Precisamente, la linea potrà disporre di 4 nuovi convogli entro Luglio 2016, per arrivare a 12 per la fine dell’anno: la Regione Campania investirà circa 84 milioni di euro. La scelta si inserisce nel più ampio progetto di restyling del trasporto pubblico a Napoli così come per l’intera Campania: al riguardo è stato raggiunto un accordo quadro fra Regione Campania e RFI con obiettivi tra cui il potenziamento dei collegamenti e l’integrazione delle modalità di trasporto, senza dimenticare gli ulteriori 240 milioni di euro che saranno destinati all’EAV.

A destra il nuovo treno Jazz in servizio sulla Linea 2
Tale progetto dovrà interessare senza dubbio un lasso di tempo purtroppo non breve data la situazione quasi disastrosa da dover sistemare (il caos Circumvesuviana ne è testimonianza continua), ma già con iniziative del genere sembra possibile quanto meno venire subito incontro alle esigenze elementari di un’utenza sempre più esasperata da ritardi e malfunzionamenti, sintomi di una vera e propria inaffidabilità, come del resto si può evincere, tra le altre cose, dalla presenza di treni in funzione da più di 30 anni. Ma se da un lato le caratteristiche dei nuovi treni (si ricorda al riguardo la presenza di impianti di videosorveglianza, scritte in braille e prese di corrente) sembrano alimentare la speranza di viaggi tranquilli e sereni, purtroppo c’è un dato rispetto al quale neanche nuove risorse pubbliche possono fare tanto, ovvero gli atti di vandalismo.

Colpisce il fatto che appena dopo un mese dall’immissione in linea due treni “Jazz” siano stati fermati per riparazione a causa di danni che vanno dalla rottura dei pannelli di copertura dei sedili fino ai tagli ai rivestimenti. E colpisce ancor di più la vigliacca aggressione, avvenuta solo pochi giorni fa, ad un autista ANM a Fuorigrotta, “colpevole” di non aver fatto partire il bus a piacimento dell’aggressore, culminata con profonde ferite al volto e tanta paura.

Il risanamento dei conti pubblici è e rimane una delle soluzioni principali per poter garantire servizi essenziali alla vita di ognuno di noi; ma il rischio è quello di disperdere ancora soldi pubblici, se non sarà possibile arginare l’inciviltà ed ottenere da tutti il rispetto delle regole del vivere civile, regole che non permettono di subire pregiudizi -e a volte addirittura di rischiare la vita- per il solo fatto di aver scelto di “spostarsi”.


La nuova responsabilità sanitaria

di Luigi Rinaldi

Lo scorso 16 maggio, presso l’Aula Magna del Centro Congressi dell’Università Federico II di Napoli, si è tenuto il Convegno sulla nuova Responsabilità Professionale Sanitaria, con la partecipazione di Federico Gelli, relatore del disegno di legge attualmente all’esame del Senato per la sua definitiva approvazione.

L’obiettivo fondamentale della riforma è quello di ridurre il ricorso alla medicina difensiva (ossia l’eccesso di zelo che alcuni medici dimostrano prescrivendo numerose visite, test diagnostici ed esami, talvolta di dubbia necessità, al fine di cautelarsi da eventuali denunce dei pazienti), permettendo al Servizio Sanitario Nazionale di risparmiare ingenti risorse da destinare alla tutela della salute dei cittadini.

Solo riequilibrando il rapporto medico–paziente ed eliminando analisi ed esami inappropriati, potranno ridursi, in modo significativo, le liste di attesa, garantendo a tanti assistiti di poter fare gli esami necessari in tempi congrui, nel rispetto delle procedure e dei protocolli sanitari. La riforma mira anche a creare un clima di maggiore serenità intorno ai medici, i quali potranno assumere le decisioni cliniche più idonee ed opportune, basandosi sulle linee guida, letteratura scientifica ed esperienza professionale. Attraverso il monitoraggio degli errori sanitari, sarà possibile conoscere cause, frequenza ed entità dei danni ed evitare il ripetersi di eventi avversi.


Troppo spesso la paura di incorrere in sanzioni, il più delle volte immotivate, ha seriamente condizionato il rapporto medico – paziente, rapporto che, invece, dovrebbe essere teso solamente alla totale disponibilità da parte del professionista nei confronti del proprio assistito per migliorare la sua qualità di vita. L’aspetto costitutivo fondamentale della riforma è quello della sicurezza delle cure e, a garanzia di ciò, il disegno di legge prevede la possibilità per i cittadini di rivolgersi al Difensore Civico, onde segnalare le eventuali disfunzioni del Sistema Sanitario.

Nella medesima ottica si muove anche l’istituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza della Sanità, il quale dovrebbe raccogliere i dati regionali in materia di errori sanitari e di contenzioso, al fine di prevenire e gestire il rischio sanitario e formare e aggiornare adeguatamente il personale. Per quanto concerne la responsabilità civile, il Disegno di legge Gelli istituisce un doppio binario, in cui la responsabilità è di natura contrattuale per le strutture sanitarie ed extracontrattuale per il sanitario, non libero professionista, che svolge la propria attività presso le strutture sanitarie ovvero in rapporto convenzionale con il Servizio Sanitario Nazionale.

Sempre a salvaguardia della sicurezza delle cure, il d.d.l. stabilisce che i sanitari, nell’esecuzione delle prestazioni richieste, dovranno necessariamente attenersi alle raccomandazioni previste nelle cosiddette linee guida, le quali saranno pubblicate, per i vari settori di specializzazione, entro il termine di due anni e, poi, periodicamente aggiornate. Un altro aspetto molto importante della riforma riguarda la possibilità di rivalsa della struttura sanitaria nei confronti dei propri dipendenti, da esercitarsi solo in caso di dolo o colpa grave.


Di fondamentale importanza alcuni aspetti procedurali, come la possibilità per il professionista di difendersi, riconoscendogli il diritto di essere portato a conoscenza, mediante comunicazione formale, dell’instaurazione del giudizio risarcitorio nei casi in cui egli non sia direttamente convenuto. Nel testo del disegno di legge si propone anche l’inserimento dell’art. 590, ter, del Codice Penale, diretto a sanzionare il medico che cagiona la morte o la lesione personale del paziente a causa della sua imperizia, con i reati di omicidio colposo e di lesioni personali colpose, reati che sussisterebbero, però, solo per l’ipotesi della colpa grave, esclusa, invece, se risulta accertato il rispetto delle buone pratiche clinico – assistenziali e delle linee guida.

Il disegno di legge all’esame del Senato prevede, inoltre, l’obbligo per tutte le strutture sanitarie, sia pubbliche che private, di dotarsi di una polizza assicurativa. Detto obbligo sussiste anche in capo ai liberi professionisti ed è esteso alle ipotesi di libera professione intramuraria o svolta tramite telemedicina. Per coloro che operano in aziende del Servizio Sanitario Nazionale l’obbligo, invece, vige solo con riferimento all’azione di rivalsa. Sempre in materia assicurativa è prevista nel d.d.l. la possibilità per i danneggiati di rivolgersi direttamente alla compagnia assicuratrice, per ottenere il risarcimento.

Altre previsioni riguardano il tema della trasparenza circa la documentazione clinica del paziente, il tentativo obbligatorio di conciliazione da esperirsi prima dell’avvio di qualsiasi procedimento e l’istituzione di un Fondo di Garanzia per i soggetti danneggiati da responsabilità sanitaria. Adesso non resta che attendere i tempi per il via libera definitivo da parte del Senato.

Mario da Vinci, il ricordo del figlio Sal ad un anno dalla scomparsa

di Antonio Lepre


Mario Da Vinci
Un anno fa a maggio del 2015 ci lasciava Mario Da Vinci celebre voce della Rinascita della sceneggiata degli anni Settanta. Mario Da Vinci, all’anagrafe Alfonso Sorrentino, ha debuttato negli anni Sessanta nella compagnia di giro Cantaposillipo guidata da Alberto Sciotti; dopodiché partecipa in abbinamento all’altra grande voce di Napoli: Nunzio Gallo al Festival di Napoli nel 1965 per poi dedicarsi a numerose Tournée negli Stati Uniti D’America.

Ha partecipato per quattro volte al Festival di Napoli, una delle più importanti manifestazioni musicali partenopee, e ha vinto l’edizione del 1981 con il brano ‘A Mamma. Attivo tra il 1964 e il 1983, ha pubblicato ben 13 album e più di 60 singoli. Negli anni Settanta entra nella compagnia teatrale di Beniamino Maggio con la quale partecipa a molte rivisitazioni di sceneggiata. Approda al cinema proprio negli anni Settanta e precisamente nel 1978 Figlio Mio innocente, a seguire interpreta Napoli storia di amore e di vendetta e infine il suo capolavoro cinematografico Il Motorino dove fa la sua comparsa il figlio di Mario Da Vinci, il giovanissimo Sal da Vinci.

Mario Da Vinci morì l’anno scorso a 73 anni a causa di un infarto, il primo che diede la notizia attraverso Facebook, fu proprio il figlio Sal, il quale postando un’immagine nera scrisse: “Scusatemi se posto questa foto, si è spento mio padre, un pezzo della mia vita che se n'è andato... Ti ho sentito al telefono, come ogni sera, per la buonanotte, e per informarti di tutto, sento l'eco della tua meravigliosa voce che non se ne va... Avrei voluto abbracciarti almeno per l'ultima volta, ma non ci sono riuscito, spero solo che il Signore aiuti me e la mia famiglia a superare questo momento difficile... Ti amo pà... Sei e resterai per tutti noi un grande padre è un grande uomo."

I funerali si fecero a Piazza Triste Trento, vi erano migliaia di napoletani mancavano però le istituzioni. La morte di Mario Da Vinci ha segnato un po’ la morte dei veteromelodici della canzone partenopea, ormai non ci sono più le voci classiche del genere partenopeo, infatti la sua morte si va ad aggiungere a quella di Mario Merola, scomparso ben dieci anni fa, nel novembre del 2006. Resta tra i pochi solo Mario Trevi.

lunedì 27 giugno 2016

A Monterusciello, Pozzuoli, lo Sportello antiviolenza Spazio Donna


di Massimiliano Pennone

Attivo a Pozzuoli lo Sportello antiviolenza Spazio Donna che fornirà un servizio di accoglienza e ascolto, supporto psicologico, consulenza legale e orientamento al lavoro alle vittime di maltrattamenti. L'iniziativa è stata presentata nella sede della Protezione Civile a Monterusciello, lo stesso quartiere dove sorgerà lo Sportello. 
Nella sede comunale di via Martini, lo Spazio Donna sarà gestito dall'associazione temporanea d'impresa - composta da CORA, Eurosoft, Cisl Area Flegrea e Siulp Napoli - che si è aggiudicata il bando promosso dal Comune di Pozzuoli come ente capofila dell'ambito 12 grazie ai finanziamenti della legge 328 "per il sostegno alle donne in difficoltà"

Nell'area flegrea, oltre a questo di Monterusciello, ci sarà un altro sportello a Monte di Procida in località Cappella, che servirà anche gli utenti di Bacoli. Gli assessori alle Politiche Sociali dei tre comuni (Lydia De Simone, Francesca Illiano e Gerarda Stella) hanno presentato l'iniziativa assieme ai rappresentanti delle associazioni che si occuperanno dello Spazio Donna (Carla Capaldo, Carmen Picariello, Gianpiero Tipaldi), alla coordinatrice dell'Ambito 12 Enrichetta La Ragione e al sindaco di Pozzuoli Vincenzo Figliolia.

A Monterusciello il servizio funzionerà il lunedì e il giovedì dalle ore 9 alle ore 14, il martedì dalle ore 13 alle ore 18; a Cappella, invece, il mercoledì dalle 9 alle 14 e il venerdì dalle 13 alle 18.

«La nostra struttura di via Martini - ha spiegato l'assessore alle Politiche Sociali del Comune di Pozzuoli Lydia De Simone - ospita già "Eccoci", centro di pronta e transitoria accoglienza per minori e donne in difficoltà. Con lo sportello antiviolenza abbiamo quindi costituito un vero e proprio polo sociale che sarà a disposizione di tutte coloro che subiscono varie forme di violenza e spesso non sanno a chi rivolgersi o come trovare aiuto. Saremo impegnati anche in una campagna di informazione e sensibilizzazione, che coinvolgerà tanto le scuole quanto le famiglie, con l'obiettivo di far crescere una nuova consapevolezza del problema».

«Ringrazio tutti quelli che hanno lavorato per questo traguardo - ha concluso il sindaco Vincenzo Figliolia - Lo Sportello antiviolenza sarà un punto di riferimento importante, che mancava e che va ad arricchire la rete dei servizi sociali di tutti i Campi Flegrei. Abbiamo messo un altro tassello importante a Monterusciello sul piano della legalità e della presenza istituzionale. Adesso siamo al lavoro per portare tutti i servizi sociali nella sede di via Martini».



venerdì 24 giugno 2016

Napoli: Estate in musica, rock e cibo

L'Ippodromo d'Agnano teatro del Newroz Festival.

di Danilo D'Aponte

In una Napoli da tempo orfana di grandi concerti internazionali, sarà la sua anima rock e underground ad offrire ai napoletani la grande musica che meritano. Sarà infatti di scena all'Ippodromo d'Agnano, per il secondo anno consecutivo, dal 25 giugno al 1 luglio 2016 il Newroz Festival, che si accavallerà con le celebrazioni del capodanno curdo, festeggiandone con orgoglio la resistenza alle oppressioni e alle repressioni, nella stessa atmosfera di canti e balli popolari vissuta dai curdi.

L'evento sarà incorniciato da una settimana di grandi eventi, concerti, dj set, street food e dibattiti, e sarà quindi un'ottima occasione di vedere giocare in casa nostra grandi artisti nazionali e internazionali.

Tanti, infatti, i nomi a cartellone, e si inizia subito col botto sabato 25 giugno. Saranno i torinesi Subsonica e i 99 Posse a tenere a battessimo questa edizione del festival. L'apertura sarà affidata ai sempre energici Jovine, che scalderanno il pubblico a ritmo del loro reggae napoletano, contaminato da melodie che non sfigurano al cospetto dei grandi del pop mondiale.

Si chiude alle 24,00 con Riva Starr Dj set e Gaetano Parisio (biglietto d'ingresso 12€).

Domenica 26 giugno è il turno di Joe Petrosino & Rockammorra, Bradipos IV, Tartaglia Aneuro, ‘O Rom (biglietto d'ingresso 3€).

Lunedì 27 è la volta del Napoli Rock Festival VI edizione, che propone sul palco le special guest i Randagi, Balsamo (un progetto di Gino Fastidio e Gnut), che propongono in napoletano il repertorio dei leggendari Nirvana (biglietto d'ingresso 1€).

Ci sarà spazio anche per i Gruppo Sanguigno, band Punk Rock emergente, coi suoi testi di denuncia sociale, chitarrone distorte, batterie adrenaliniche e melodie accattivanti. Proprio con il frontman dei Gruppo Sanguigno (Stefano Crispino) ho avuto modo di scambiare due parole, e troverete la relativa intervista su www.campaniadomani.it

Sempre in tema punk rock/grunge, l'intrattenimento dell'after party non poteva essere affidato a Napoli alla persona che ritengo essere la più adatta, Francesco Capasso, già leader dei Salice Cried (band stoner/grunge nota nel circuito underground partenopeo), col suo side project di deejay set: Mr. Wood Trash & Roll.

Martedì 28 giugno sarà la volta della nuova musica cantautoriale made in Naples: Poppo, Sabba e gli Incensurabili, Giovanni Block, Tommaso Primo, Maldestro e Giglio (biglietto d'ingresso 5€).

Mercoledì 29 giugno tocca invece alla house music con l'International Talent Dj. Si esibiranno Aaron Bessemer b2b Lerio Corrado, Audiomatiques, Dj Orchestra Live, Mars Bill (biglietto d'ingresso 7€).

Giovedì 30 giugno Guy’s n dolls con Swingrowers, Dj7 + Tone Cooper e The Brilliants (biglietto d'ingresso 5€).

La rassegna chiuderà i battenti venerdì 1 luglio a ritmo di hip hop con Boom Da Bash, Ale Zin, Moderup, Shadaloo, Dope One, Pepp Oh, Oyoshe e Dj Uncino (biglietto d'ingresso 7€)

sabato 18 giugno 2016

Il mondo in una città. Ecco la IX edizione del Napoli Teatro Festival Italia

di Maria di Mare

“Ci sono tutte le potenzialità per far venire il mondo qui”, ecco come ha definito Napoli il regista italo belga Franco Dragone. Fino al 16 luglio la Campania ospiterà la IX edizione del Napoli Teatro Festival Italia, l’evento è organizzato dal Fondazione Campania Festival, presieduta da Luigi Grispello, che ha affidato la direzione artistica proprio a Dragone.

I numeri della manifestazione sono importanti: gli spettacoli in cartellone sono 47, le produzioni contano compagnie di 13 paesi diversi, le opere andranno in scena, tra prime e repliche, con un totale di 154 performances, e ad ospitarle saranno 18 comuni della Campania.

Un coinvolgimento a tutto tondo del territorio regionale che punta su trame classiche e sperimentali, coniugando nell’incontro tra le contraddizioni la ricerca di una risposta alla condizione attuale dell’uomo.

Il cartellone presenta in apertura “La Tempesta (omaggio a Eduardo)”, per la regia di Fabrizio Arcuri. Posta all’inizio del festival per un duplice motivo: il primo è quello di rendere omaggio non solo a William Shakespeare, ma anche al drammaturgo partenopeo Eduardo de Filippo, in quanto quella portata in scena è la versione tradotta in napoletano da Eduardo; il secondo riguarda i nuclei tematici dell’opera, che saranno il fil rouge di tutta questa IX edizione di cui, quindi, “La Tempesta (omaggio a Eduardo)” diventa il portavoce.

“Quest’opera parla chiaro, parla di malaffari della politica (…) parla di stranieri, di naufraghi”. Un fattore non di secondo piano è la scelta del luogo della messa in scena, si tratta infatti del cortile antistante la sala teatrale del carcere di Nisida. I ragazzi sono stati coinvolti nel progetto attraverso un laboratorio di scrittura e teatro, una sorta di ripresa della cosiddetta “Legge Eduardo”, che promuoveva il sostegno dei ragazzi a rischio.

E se quella che ci apprestiamo a vivere è l’estate degli Europei di calcio, all’interno del cartellone figura invece un’opera ispirata alle Olimpiadi “Le Olimpiadi del 1936”. La voce narrativa del cronista sportivo Buffa ci riporta indietro nel tempo, ma non si limita a cercare di dipingere un quadro puramente sportivo dell’evento del ‘36 . Il tutto è arricchito e reso intenso dal contesto storico portato in primo piano: le Olimpiadi di Hitler e Goebbels, la guerra civile spagnola, l’asse Roma Berlino Tokyo. Questo valore umano aggiunto, rende l’opera una “narrazione civile emozionale” in cui viene mostrato allo spettatore come in un tempo così difficile, proprio attraverso lo sport, vengono comunque gettate delle timide ma significative basi per l’uguaglianza, e la voce guida di Buffa è accompagnata da giovani musicisti e dalla cantante Cecilia Gragnani.

Il senso della perdita, della ricerca di un’identità e di appartenenza, lontani dalla propria casa quando si è costretti a lasciarla, ma anche del senso di alienazione che si prova quando a casa si ritorna dopo tanto tempo, è espresso nell’opera del gruppo boliviano del regista Aristides Vargas e posto a metà del cartellone. Il 20 e il 30 giugno, infatti, è di scena “Mar”. Lo spettatore incontra due fratelli stranieri; stranieri in patria e tra di loro. Diventati come sconosciuti l’uno per l’altro dovranno ritrovarsi in un viaggio mosso dall’ultimo desiderio espresso dalla madre in fin di vita.

Altra declinazione dell’alienzione dell’uomo che perde se stesso pur restando in patria è “Frankestein ‘o Mostro”, scritto e diretto da Sara Sole Notabarolo che andrà in scena il 4 e il 5 luglio al Piccolo Bellini. Qui la creatura di Mary Shelley è un operaio perfetto prodotto in laboratorio, di nome Qualk’Uno Esposito che incarna, coniugando il mito grottesco con la comicità partenopea della paroliera Notabarolo, gli scottanti temi di precarietà e sfruttamento nel mondo del lavoro.

Il cerchio si chiude, il 16 luglio con l’ultima opera del cartellone “Welcome”, il cui regista è lo stesso Dragone, direttor artistico del festival. Qui egli tira le fila di tutte le trame presentate in questa IX edizione: il senso di solitudine anche quando circondati da una moltitudine, l’alienazione, il senso di smarrimento e incertezza, ma anche l’immigrazione e il bisogno di un incontro di culture dove i confini del “diverso” si fondano. Dragone, infatti, parlando di “Welcome” introduce la trama prendendo in prestito le parole del poeta marocchino Tahar Be Jelloun “Siamo sempre lo straniero di qualcun altro” poiché, continua “l’uomo di oggi diventa migrante proprio per sfuggire a questa cultura mortifera”.

Nel frattempo sono già in cantiere i progetti per l’anno venturo, che celebrerà il decennale del Napoli Teatro Festival Italia.

venerdì 10 giugno 2016

A Napoli la festa della musica 2016

di Massimiliano Pennone

Anche quest'anno il Comune di Napoli conferma l'adesione alla Festa europea della Musica che promuove in collaborazione con il Comitato Festa della Musica di Napoli. Una grande manifestazione popolare che si terrà, come di consueto, il 21 giugno per celebrare il solstizio d'estate. Per questa edizione, la XIX, il calendario si amplia con un prologo sabato 18 giugno 2016.

E' una manifestazione aperta a tutti, amatori o professionisti, che desiderano esibirsi con concerti, valore del gesto musicale, spontaneità, disponibilità,curiosità, perché tutte le musiche appartengono alla Festa. Dilettante o professionista ognuno si esprimerà liberamente: la Festa della Musica appartiene prima di tutto a coloro che la fanno. Enti ed associazioni, luoghi pubblici e privati, hanno aderito al programma delle iniziative che saranno gratuite per il pubblico

Ancora una volta i più bei luoghi della città diventeranno palcoscenici per gli eventi, dal Convento di San Domenico Maggiore al Maschio Angioino alla Casina pompeiana in Villa Comunale. Il programma proposto, realizzato con il Comitato Festa della Musica di Napoli, è frutto della condivisione degli intenti con importanti enti cittadini tra cui la Sezione Editoria, Cultura e Spettacoli dell'Unione degli Industriali di Napoli, il Teatro di San Carlo, il Conservatorio San Pietro a Majella, l'Archivio Sonoro della Canzone Napoletana della RAI, il Museo di Capodimonte, il Polo Museale della Campania, la partecipazione speciale del Conservatorio 'Nicola Sala' di Benevento e le associazioni che sempre generosamente partecipano all'iniziativa. Importante, inoltre, la collaborazione con la Siae che per l'occasione concederà agli organizzatori particolari agevolazioni tariffarie.
Il programma 2016 è promosso dal MiBact con il sostegno della Siae e il Comitato Festa europea della Musica, d'intesa con AIPFM Associazione Italiana Promozione Festa della Musica.