mercoledì 29 giugno 2016

Cercare le ragioni dell'insensatezza


Gian Marco Sbordone

Ciò che è successo la notte tra il 9 e il 10 giugno scorso, in Piazza San Domenico Maggiore, a Napoli, ha dell’incredibile. Un qualcosa che ci ha lasciato senza parole, storditi, disorientati. Incapaci di darci una spiegazione plausibile sul perché certe cose accadano.

Emanuele Pirozzi
Erano circa le 2.30 quando Emanuele Pirozzi, un giovane di 23 anni che si trovava lì in compagnia di amici per festeggiare il compleanno di uno di loro, si schianta al suolo dopo essere precipitato dall’obelisco della piazza. Lì dove pochi attimi prima si era arrampicato per gioco, una bravata o forse una scommessa goliardica. A nulla è valsa la disperata corsa al Loreto Mare. Emanuele è morto poco dopo l’ incidente a causa di gravi traumi riportati su tutto il corpo.

Da sempre, purtroppo, siamo spesso costretti ad accogliere tragiche notizie che riguardano morti di giovani avvenute tramite disgrazie o bravate finite in tragedia. Tuttavia è evidente come nella società attuale queste bravate assumano in molti casi forme assurde, rasentando l’ insensatezza. Basta pensare, ad esempio, ai sempre più frequenti casi di ragazzi che giocano con la propria vita, sfidando la sorte ed il destino, intrattenendosi sui binari poco prima del passaggio del treno. Casi in cui, in più d’una circostanza, qualcuno ha trovato una morte atroce.

Va sottolineato che a peggiorare la situazione vi è la dilagante, spesso ottusa mania di autocelebrarsi e di apparire scattandosi selfie, o riprendendosi mentre si è intenti a fare qualche sciocchezza. Accade anche questo nell’era dei social, in cui un po’ tutti sono alla ricerca di un momento di notorietà e di qualche “like”. Cose da ottenere anche mediante l’esercizio del più scellerato esibizionismo.

Piazza San Domenico Maggiore
Allora se si può sicuramente affermare che in ogni epoca i giovani e i giovanissimi hanno trovato la morte o riportato gravi lesioni per motivi insensati, oggi sembra che siamo nell’epoca di una insensatezza maggiore o comunque diversa. Appare evidente, infatti, che morire mentre si fa una gara in moto, magari senza casco, o una gara di tuffi e morire giocando sui binari della ferrovia non è la stessa cosa.

Non è facile cogliere la differenza, ma è evidente che una differenza c’ è.
Probabilmente è determinata da quel desiderio di esibirsi, a cui si è accennato, nei confronti di una platea di presunti amici, quelli dei social, e c’entra, in certi casi, anche l’ uso smodato di alcool e di droghe.

Ma, in ultima analisi, la differenza va ricercata in uno spaventoso disagio, che non è quello che pure avvertivano i giovani di altri contesti sociali. Su questo disagio bisognerebbe lavorare, non solo psicologi e sociologi ed educatori, ma tutti.

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