sabato 24 settembre 2016

Scarium: un viaggio nel tempo a Forio d’Ischia

di Marcello de Angelis

Un’antica leggenda, descritta dallo storico Giuseppe D’Ascia nella sua imponente opera “Storia dell’Isola d’Ischia”, riferirebbe che un abitante del Castello Aragonese di Ischia, stanco della monotona vita che si svolgeva nel maniero, pronunciando la frase “Fuori io!”, ne sarebbe uscito spostandosi dall’altro capo dell’Isola per fondare una nuova cittadina che prese appunto il nome di Forio. 

A prescindere dell’origine mitizzata del suo nome, Forio è il comune più esteso dell'isola, e quello che subì, nel corso dei secoli, il maggior numero di invasioni da parte dei pirati ottomani, andate avanti per secoli lungo tutto il Mediterraneo meridionale, tra razzie, violenze e saccheggi. Motivo per cui il suo centro storico, che conta palazzi nobiliari settecenteschi, botteghe artigiane, eleganti atelier di moda e un numero incredibile di Chiese ricche di storia ed arte, è disegnato come un intricato dedalo di viuzze che si allargano fino ad abbracciare le varie “torri di avvistamento e difesa” disposte lungo la costa. Queste ultime vengono definite come i “vicoli saraceni”, strette gole che dal mare avevano (ed hanno) uscite in quasi tutti i punti del paese, e che obbedivano ad una pura necessità difensiva, disorientando i pirati ottomani e guadagnando così tempo per la fuga. 

Quando il pericolo saraceno cessò, le torri costiere rimasero a “monumento della storia“ nonché trasformate in dimora privata, ed in quel labirinto di vicoletti è sbocciata negli anni un’aura di magia e suggestione dove oggi è bello ed affascinante “perdersi” per catturare quei particolari dell’architettura mediterranea locale, altrove completamente scomparsi, dove è possibile riassaporare la storia di un luogo rimasto praticamente immutato nei secoli. 

Il Torrione
Proprio nella più rinomata di queste stradine, il cosiddetto “Vico del Torrione”, che dal porto sbuca alle pendici del maestoso “Torrione”, la torre di avvistamento più imponente di Forio capita, diverse volte all’anno, qualcosa di straordinario. In alcuni giorni ed in particolari orari basta percorrerlo per qualche metro per trovarsi in una dimensione fuori dal tempo, in cui sarà possibile incontrare cinque figure, cinque ombre che non fanno più parte di questa terra, ma che tornano a rivivere per parlare al mondo della loro storia, dei tormenti che ancor’oggi li assillano, delle loro vite spese in modo troppo doloroso. 

Quanto descritto ovviamente non ha nulla di ultraterreno, ma è ciò che accade durante la messa in scena di “SCARIUM”, la spettacolare visita teatralizzata di quel vicolo stretto e tortuoso dove, oltre a pescatori e marinai del paese, hanno trascorso parte significativa della propria esistenza personalità che hanno segnato la storia locale. E non solo, figure entrate ormai nella storia della splendida isola partenopea, curata dalla compagnia “Uomini di Mondo”, con la preziosa collaborazione delle associazioni "Actus Tragicus", "Radici", della Banda Musicale Città di Forio ed il patrocinio dello stesso Comune, della Regione Campania e dell'Unione Europea. In scena già dal settembre 2015, la rappresentazione segue idealmente l’esperimento del precedente “I fantasmi del Castello Aragonese”. Un’opera evocativa già dal titolo della rappresentazione, che riecheggia la funzione originaria di quella stradina già utilizzata da pescatori e marinai foriani come rimessaggio delle proprie imbarcazioni, sfruttando la comodità di trovarsi fronte mare, e definita appunto “Scarium”, ovvero “cantiere navale” in latino, volgarizzato poi in “Scaro”.

La geniale idea è quella di illustrare “fisicamente” la storia della cittadina, calando il più possibile lo spettatore nella realtà locale, con una rappresentazione a metà strada tra la descrizione del luogo “teatro” (in tutti i sensi) delle vicende e la teatralizzazione delle vite di cinque personaggi che vi hanno vissuto in diversi periodi (dagli anni delle incursioni piratesche a quelli del dopoguerra) ed entrati nella storia foriana attraverso altrettanti monologhi che spiegano "l’humus e il retroterra che modellano l’indole foriana" in un misto di "sacralità, genio artistico e difesa del territorio". L’introduzione è affidata allo storico dell’arte Pierpaolo Mandl nei panni di Giovanni Verde, scrittore, giornalista e poeta foriano, a cui il Comune ha delegato la custodia e la direzione del Torrione, da sempre simbolo di lotta e di resistenza.

Un momento della rappresentazione
E così, anche nell’appena trascorso mese di agosto, nei giorni 10, 16 e 24, la bella regia di Valerio Buono e agli affascinanti testi di Corrado Visone hanno traghettato gli incantati spettatori attraverso il tempo e lo spazio, facendoli incontrare, appena entrati nel vicoletto, il redivivo Giovanni Maltese (interpretato dallo stesso regista), artista ribelle Foriano, di cui viene messa in risalto la potente verve polemica e la sua opposizione fatta di satire indirizzate alla corrotta classe dirigente locale di fine '800. Una dimensione politica che si univa alla genialità di un artista vero che fu, contemporaneamente, poeta, scultore e ritrattista. Subito dopo il monologo, infatti, la visita guidata fa tappa al secondo piano del Torrione dove sono collocate le numerose opere del Maltese in esposizione permanente, in quello che è divenuto col tempo Museo Civico del Comune di Forio, oggi gestito dall’Associazione Culturale Radici

Proseguendo per la stradina, ecco giungere Caterina D’Ambra (Valentina Lucilla Di Genio), che urla la sua storia di vendetta, di quando la ragazza, aiutata dalla famiglia, compì una strage contro la gendarmeria spagnola colpevole di averle ammazzato (scambiandolo per un malvivente) un fratello sordomuto. Un delitto di cui ella non si pentirà mai. Qualche passo più avanti il “racconto teatrale” si tinge di toni quasi horror all’arrivo dell’inquietante vecchia Tolla (Alessandra Criscuolo), l’anziana donna pervasa dalla follia che in una Forio squassata dall’epidemia di peste (attorno la metà del ‘600), cominciò ad ammonticchiare cadaveri nella chiesa di San Sebastiano alle Pezze, sottraendone preziosi e gioielli che indossava poi in un laccio appeso al collo. 

Qualche metro ancora ed un balzo temporale mette in mostra tutta la tristezza di Rachele Guidi Mussolini (Gloria Azar), la moglie del Duce, esiliata a Forio, insieme ai figli Vittorio, Romano e Annamaria per oltre dieci anni: un soggiorno caratterizzato, da un lato, dalla riverenza della popolazione locale, dall’altro, dal profilo assai riservato della donna, circondata da persone che, con spontanea generosità, in qualche modo resero meno opprimente la sua “prigionia”. Ultimo personaggio, Don Pietro Regine (incarnato dall’autore dei testi), sacerdote foriano del Settecento, che lamenta la scomparsa della “cappella Regine”, un luogo da lui voluto e costruito (sempre nel vicolo di “Scaro”, ad appena pochi passi dal mare), ricca di opere d’arte di inestimabile valore, tra cui una statua della Vergine Velata, opera del grande scultore Giuseppe Sammartino, che ha lasciato il posto, nel corso degli anni, ad anonime abitazioni.

Museo del Torrione. Di fronte, balcone che affaccia su Forio
In pratica un vero e proprio viaggio nel tempo e nella storia, grazie alla competenza di ricerche storiche precise ed approfondite e ad un gruppo di attori straordinari ed affiatati, capaci di immedesimarsi alla perfezione in quei ruoli spesso davvero complessi. Ad affollare il vicolo del Torrione c’è sempre un pubblico più numeroso, anelante di assistere a quel connubio di arte, storia, cultura, teatro e musica; un’operazione culturale di grande impatto emotivo alla portata di tutti in una Forio vista come uno splendido set naturale, dove muoversi e ambientare visite ed iniziative di ampio respiro culturale e turistico. In questa cornice Scarium diventa uno splendido “excursus” temporale nella memoria storica e leggendaria del borgo di Forio.

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