sabato 24 settembre 2016

Si torna a scuola, ma in che clima? Lo abbiamo chiesto agli insegnanti

di Danilo D'Aponte

Se per gli studenti la fine di agosto significa, nell'ordine, tastare le proprie conoscenze saldando i loro debiti formativi e apprestarsi a un nuovo anno di studi, non va forse meglio per i loro insegnanti: sempre sospesi tra l'incertezza che il ruolo comporta, a prescindere da se si sia veterani o novellini. Questo perché con la ripresa delle attività scolastiche si solleva il solito vespaio di polemiche, tra chi ha preso cattedra a migliaia di km di distanza, tra chi vede prendere servizio colleghi non proprio meritevoli (per usare un eufemismo), magari bocciati ai concorsi per il ruolo, tra chi ha età avanzata, ma ancora si barcamena con sostituzioni (più o meno brevi), o chi ha appena trovato una sorta di "stabilità". Per cercare di capire un po' la situazione dall'interno ci siamo rivolti a chi con questa vocazione, perché questo è l'insegnamento, ci vive.

Che puoi dirci circa il "flusso migratorio" che vede coinvolti i docenti da ogni latitudine d'Italia? 

Angela, insegnante di Pozzuoli: "Beh, il vero dilemma è: seguo il mio sogno di docente o resto a casa e perdo il lavoro? Chi rimane nel proprio territorio viene considerato "fortunato". Insomma, ciò che doveva essere un proprio diritto, ossia lavorare e vivere nella propria terra, per noi docenti è divenuto un lusso concesso a pochi".

Tra le insegnanti che hanno dovuto lasciare Napoli per poter insegnare c'è Laura. Ti andrebbe di spendere qualche parola su questo fenomeno?

Laura, trasferitasi a Milano: "Conosco persone che hanno ottenuto il ruolo in città lontane da casa, il fatto che ti si costringa a lasciare tutto per non perdere l’occasione di realizzare finalmente il sogno di uscire dal precariato, pena l’esclusione dalle graduatorie, per me è inconcepibile, in pratica un ricatto".

Che idea si può fare una giovane insegnante su tutta la questione delle assunzioni?

Alessandra, insegnante napoletana a Ventotene: "Nella scuola italiana del XXI secolo regna il caos. Persone che non avevano mai messo piede in una scuola, ma detentori di un diploma magistrale, l’anno scorso, hanno avuto la possibilità di partecipare al piano straordinario delle assunzioni. Abilitati che, plurilaureati, dopo aver affrontato tre prove per accedere al TFA, ore di tirocinio diretto e indiretto, dopo essere stati valutati da insegnanti e accademici, sono stati costretti a sottoporsi ad un nuovo concorso per ottenere il ruolo. Docenti che hanno vinto il concorso, convinti di essere finalmente assunti, si sono resi conto dell’assenza del numero di posti messi a bando. Dov'è la logica in tutto questo?

Per finire, un consiglio, da parte di una veterana del ruolo, a tutti quegli insegnanti giovani e meno giovani che fanno le loro prime esperienze nel mondo dell'insegnamento.

Emilia, che vive e lavora a Napoli: "Insegnare dev'essere una vocazione: chi decide di seguire questa strada non può pensare principalmente allo stipendio, non perché non sia importante, anzi, ma tra leggi, concorsi e trasferimenti che sembrano pensati contro gli insegnanti la questione economica diventa svilente. L'insegnate deve seguire un'ispirazione, una missione. Devono entrare in gioco emozioni, sentimenti, competenze, che unite rendono questo lavoro faticosissimo ma allo stesso tempo stupendo. Ogni alunno deve diventare parte di te, ciascun bambino, ragazzo diventa un progetto che non finisce dopo l'orario di lavoro. Insegnare prima che un mestiere è un modo di essere, e credo che questa sia stupendo".

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