giovedì 27 ottobre 2016

La ipocrisie di uno strano Paese

di Gian Marco Sbordone


I principali giornali nazionali ed i Tg hanno riportato, con grande risalto ed ancor più grande sdegno, la notizia rimbalzata dal Regno Unito secondo cui in numerose scuole di quel Paese i moduli di ammissione dei nuovi studenti stranieri prevedevano, per quanto riguarda gli italiani, strambe categorie. Infatti, accanto agli italiani indicati con la sigla “ITA”, ne figuravano altri: "ITA A", "ITA N" e "ITA S". Da quanto appreso, la sigla ITA indicava gli italiani DOC, "ITA A" non meglio definiti “italiani altri”, mentre con "ITA N" ed "ITA S" ci si riferiva agli italiani napoletani e agli italiani siciliani. L'enorme clamore suscitato dalla vicenda offre alcuni spunti di riflessione dai quali, comunque, si ricava un’ ulteriore conferma che il nostro è un Paese assai strano.

E’ strano, infatti, innanzitutto, che i moduli in argomento erano in uso dal 2006 (10 anni) e nessuno aveva mai rilevato la stramberia inglese, nè in Italia né nel Regno. Non risultano, infatti, note di protesta di ambasciatori o di semplici cittadini, mentre agli organi di informazione la questione pare sia completamente sfuggita. E’ bastata la lettera di una mamma per scatenare un putiferio. 

C’ è poi da osservare che tale putiferio è scoppiato senza che si ritenesse necessario fare un minimo di approfondimento sui motivi che hanno indotto le autorità scolastiche britanniche a concepire quella che appare a prima vista una terribile scemenza. Infatti, riteniamo che si possa escludere che l’ intento degli inglesi fosse di natura razzistica o discriminatoria. Mentre pare, invece, che senza alcun interrogativo, alcun approfondimento appunto, proprio tale significato si sia voluto dare alla vicenda.

Ma la stranezza più rilevante sta proprio in questa considerazione: come è possibile che ci indigniamo tanto se gli inglesi adottano un modulo discriminatorio,(ma secondo noi solo cretino) mentre a fronte di ripetuti atteggiamenti che tale significato inequivocabilmente hanno, posti in essere da nostri connazionali nei confronti di altri connazionali, non si leva alcun grido e nemmeno un lamento?

A riguardo si potrebbero fare tanti esempi, a cominciare da ciò che accade negli stadi, ove le invettive becere e razziste, come è noto, si sprecano. E si badi bene che ciò che avviene negli stadi non deve essere affatto sottovalutato essendo lo stadio, come rilevato da molti commentatori, uno specchio della società.

Allora ciò che si auspica rispetto a questa vicenda come a tante altre che agitano improvvisamente (ma sempre per un lasso di tempo limitato) l’opinione pubblica, è che ci sia un po’ più di ragionamento, un po’ più di calma e meno, molto meno, ipocrisia nell'affrontare certe questioni. Insomma, gli inglesi non sono razzisti, certamente non lo sono più degli italiani e sicuramente non potrebbero essere definiti tali sulla base semplicemente di un modulo incomprensibile.


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