venerdì 24 febbraio 2017

La scuola dei “senza”

di Noemi Colicchio

Gymnasium - Kopenhagen
Partirà a settembre un ulteriore progetto di «scuola democratica» a Parigi, rivolto ad allievi dai 3 ai 20 anni, nella scia degli istituti già avviati su tutto il Paese che si sono fatti portavoce di una sempre più consistente critica al sistema scolastico francese, ormai ritenuto troppo rigido, severo e autoritario. I bambini possono scegliere come organizzare le attività della giornata in base ai loro interessi e i loro ritmi, dunque nessuna gerarchia nei processi decisionali né nella disposizione delle classi: abolite le aule, l’istituto è dotato di ampi spazi aperti in cui condividere momenti ricreativi, anche tra alunni di età nettamente diverse. 

Sembra fantascienza? In realtà nel resto del mondo questo sistema è già stato più volte dichiarato idoneo dopo crash test di notevole portata. Basti pensare che l’idea di una nuova scuola è stata partorita nel lontano 1921 in Inghilterra, dalla mente di Zoë Neill Readhead, fondatore della Summerhill School, e poi ripresa da Daniel Greenberg nella ormai famosissima Sudbury Valley School degli Stati Uniti d’America nel 1968. Senza orari pianificati, le lezioni hanno origine solo su esplicita richiesta dei ragazzi. 

Niente regole, se non il divieto di introdurre droghe nell’edificio: l’autoregolamentazione, così come sosteneva Ignazio da Loyola, sembra essere il miglior modo per stimolare la coscienziosità in un gruppo. Dal Brasile al Giappone, passando per Israele, modelli scolastici simili sono all’ordine del giorno. I più famosi in assoluto sono senza dubbio quelli finlandesi, norvegesi e danesi, dove quest’anno si è assistito all’introduzione tra le materie scolastiche dell’educazione all’empatia: per un’ora a settimana chiamata “Klassen Tid” i ragazzi si confrontano tra loro, parlando dei problemi, delle difficoltà, delle emozioni belle e di quelle brutte, imparano a comprenderle, esprimendole.

Con quasi un secolo di ritardo, anche in Italia cominciano a sorgere i primi episodi di “scuola democratica”, da cui la solita impostazione di rigida divisione tra studenti e insegnanti simbolicamente marcata dalla cattedra esce completamente sconfitta. Partirà anch’essa il prossimo settembre da Torino, si chiama Basic Village ed è un istituto privato ideato e gestito da Laura Milani, Direttore e "Ceo" dello Iaad, l'Istituto di arti applicate e design. Niente zaino carico di libri e niente compiti a casa, perché questa scuola sperimentale «sceglie di responsabilizzare i bambini e renderli indipendenti, credendo nella loro intelligenza e nei loro talenti. Il tempo libero, i weekend e le vacanze sono da rispettare e impiegare in altre attività che fanno parte della scuola della vita» afferma la dott.ssa Milani. Le materie di insegnamento sono suddivise in 5 aree: alfabetizzazione, immagine, scienza, suono e movimento. Grande importanza verrà data all’inglese e allo sport, per combattere la stasi tipica dei banchi di scuola.

La notizia arriva in un clima di grande fermento e dibattito alimentato dai genitori dei bambini circa la possibilità di una scuola innovativa, che non li costringa a studiare a casa e li stimoli invece ad organizzare il proprio tempo libero favorendo momenti di evasione e creatività. Non possono che essere considerati esperimenti al momento, condotti ancora su scale ridotte, o realtà ben affermate in comuni piuttosto ristretti, soprattutto del toscano. 

Il sistema scolastico italiano affonda le sue radici in una storia e tradizione che pochi precedenti contano nel resto del mondo: da Maria Montessori al maestro Manzi, intere generazioni abituate ad apprendere guardando gessetti disegnare sul nero della lavagna. Le tradizioni però mutano, sussumono nel tempo nuove influenze, smussandosi negli angoli e mostrando duttilità. C’è chi dice invece che il reale scoglio sia l’enorme affaticamento burocratico cui è costretto il sistema scolastico italiano, che ancora stenta ad adottare consapevolmente le nuove tecnologie, usate dagli studenti più in casa che non nei luoghi deputati all’apprendimento. Insegnanti che ancora non hanno collocazione certa, strutture da mettere in sicurezza, tutto vero. 

È altresì vero che un cambio di mentalità darebbe una boccata d’ossigeno a chi è incaricato di risolvere questi problemi. Si tenta di risolvere questioni strutturali per un sistema che ospita alunni scontenti. Perché perseverare? Il dibattito, finalmente, può dirsi aperto.


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