venerdì 28 aprile 2017

Le meraviglie della pittura napoletana: Mattia Preti

di Marcello de Angelis

Ritratto del pittore Mattia Preti
Napoli è una città che trasuda arte da ogni singola pietra che la compone. Arte nata talvolta dall’intelletto di preziosi tessitori di parole o da sapienti modellatori della materia, ma soprattutto da pittori che con un geniale utilizzo di pennelli e tavolozze riuscivano ad imprimere, ora su tela, ora sottoforma di affreschi, tutta la loro rabbia e tutte le loro pulsanti passioni, gioie, ossessioni e paure. Tra questi troviamo, senza ombra di dubbio, Mattia Preti, che napoletano non era, ma che ha regalato alla città opere di impareggiabile bellezza. 

Terzo di una numerosa stirpe appartenente al ceto delle famiglie "onorate", ovvero non ricche di beni materiali ma di "qualità morali e intellettuali", nacque a Taverna (Catanzaro) il 24 febbraio 1613 e morì nel 1699 a La Valletta. La sua vita fu assai movimentata: affidato alle cure del dotto sacerdote Marcello Anania, a diciassette anni si trasferì a Roma dove il fratello maggiore Gregorio aveva una bottega d’arte e dove si perfezionò nella pratica pittorica. Vi resta quasi 25 anni, periodo durante il quale nascono, fra gli altri, gli affreschi di San Giovanni Calibita, di San Carlo ai Catinari e di Sant'Andrea della Valle

Personalità complessa, caratterizzata dal desiderio di raggiungere rapidamente il modello dei maestri del ‘500, elemento fondamentale del suo stile, fu in principio l’immergersi in quell’immenso enigma chiaroscurale sulle orme del per poi convergere in una compiuta teatralità barocca nella maturità. Proprio come Michelangelo Merisi, suo faro illuminante e fonte d’ispirazione, i suoi dipinti nascondevano la violenta tensione del duello, l’irrequietezza, l’impeto, la rabbia. Con uguale intensità destreggiava il pennello e la lama provocando le stesse vittime, cosa che gli valse il soprannome di “pittore con la spada”, infatti, spesso ritrarrà se stesso con i simboli del pennello e della lama. 

Sempre sulla scia del Merisi e del “naturalismo”, popolò i suoi quadri di personaggi veri, ritratti nei loro ambienti come botteghe o taverne, tratteggiati con un forte realismo accentuando i contrasti tra luci ed ombre. Nel 1642 fu nominato Cavaliere di Obbedienza Magistrale dell’Ordine di Malta, da parte di papa Urbano VIII. Da allora il suo appellativo divenne il “Cavalier Calabrese”.

Tra il 1653 e il 1656 Mattia decise di spostarsi a Napoli. Le motivazioni travalicano i limiti del racconto storico confondendosi con la leggenda: l’artista in quei tempi era stato coinvolto in duelli più o meno cruenti, per i quali comunque era sempre riuscito a cavarsela con la giustizia papalina, ma l’ultimo gli fu fatale e non perdonato, in quanto aveva ammazzato un critico d’arte, reo ai suoi occhi di aver mal giudicato gli affreschi di S. Andrea della Valle. Abbandonata Roma in fretta e furia, si diresse verso Napoli inseguito dalle guardie del Papa. In quel periodo la città era circondata da un cordone sanitario a causa della peste e nessuno vi poteva entrare o uscire. Preti fu bloccato dai soldati di guardia. Impugnata la spada ne ammazzò uno riuscendo a passare. Inseguito, fu riconosciuto, arrestato e condannato a morte. Ma si salvò ancora una volta grazie alla sua arte: il tribunale della Vicaria gli commutò la pena capitale in quella di dipingere, senza alcun compenso, quadri votivi su tutte e 7 le porte della città. E qui torniamo alla realtà storica accertata, ovvero che tra il 1657 e il 1659 iniziarono i lavori.

La sua pittura talvolta oscura si trasformò sulle porte in qualcosa di sublime. Sette affreschi tutti con soggetti religiosi che invocano pietà e misericordia verso il Cielo nei confronti della popolazione decimata dalla violentissima peste. Di queste 7 opere rimane visibile solo quella su Porta San Gennaro, dove il Santo Patrono è ancora riconoscibile come lo è il tocco geniale dell'artista che divenne, in poco tempo, uno dei più importanti esponenti della pittura napoletana e cittadino del Regno di Napoli a tutti gli effetti. Delle altre pitture, ormai perdute, si conservano le bozze nella Pinacoteca a Capodimonte. Appunti in cui vi si scorge lo stile del maestro ormai giunto a piena maturazione. Una velocità e facilità di esecuzione che lo avvicina al più giovane Luca Giordano con il quale ebbe fecondi scambi, che porteranno la pittura partenopea verso il nuovo ed innovativo linguaggio barocco contribuendo a sviluppare la “Scuola Pittorica Napoletana”.

Rimase a Napoli otto anni. Tra i suoi capolavori: il soffitto della chiesa di San Pietro a Maiella, con le "Storie della vita di San Pietro Celestino e Santa Caterina d’Alessandria", due redazioni del "Figliuol prodigo", che oggi si trovano al museo di Capodimonte e a Palazzo Reale, il “San Sebastiano” per la chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori, la “Madonna di Costantinopoli” nella chiesa di Sant’Agostino agli Scalzi, le composizioni ad affresco raffiguranti la “Gloria di San Domenico di Guzman” che un tempo decoravano la cupola della chiesa di San Domenico in Soriano a piazza Dante, gli unici realizzati dall’autore in tutta la città ed eseguiti nell'anno 1664, ma andati perduti a causa della forte umidità insita nella materia che forma la cupola. 

La pittura è stata per Mattia Preti l’essenza della sua vita ed il tramite per avvicinarsi a Dio, opere molto profonde in cui il pennello è gestito con l’audace sicurezza propria dei grandi maestri. Nel 1661 l'artista si trasferì a Malta, chiamato dal Gran maestro Raphael Cotoner e diventò "Cavaliere di Grazia" dell'ordine gerosolimitano di Malta il 15 settembre 1661, realizzando circa 400 opere tra tele ed affreschi. 


Nessun commento:

Posta un commento