martedì 30 maggio 2017

Maradonapoli: dov'è la vittoria? Uno spaccato del lato meno sportivo di Maradona

di Danilo D'Aponte

Diego Armando Maradona
Che si segua il calcio o meno, se si vive a Napoli è chiaro che l'ombra di un culto meno nobile è costantemente presente. Sì, perché nella terra che, insieme, teme e venera il Vesuvio, con la sua bellezza e potenza latente, di quel popolo che si "scioglie" metaforicamente insieme al sangue del santo patrono, che fa sua la proverbiale furbizia di pulcinelliana memoria, c'è un ulteriore figura che da 30 anni e più è parte integrante dell'identità di questa città: Maradona. Non è un caso che nel trentennale della vittoria del primo scudetto, il regista Alessio Maria Federici ci regali il suo "Maradonapoli", che è forse l'analisi più accurata del fenomeno Maradona a Napoli.

Di lui è stato detto tutto ed il contrario di tutto, e i suoi sostenitori vedono in lui una sorta di Masaniello che, con il pallone tra i piedi, avrebbe mostrato all'Italia e il mondo che a volte il "piccolo" può vincere. E badate, per piccolo non mi riferisco al fisico basso e tarchiato che ha identificato da quel momento in poi le physique du rôle del numero 10, del Fantasista, come anche i giapponesi hanno imparato a identificare quel ruolo, bensì a un simbolo che, trascendendo lo sport, avrebbe ridato orgoglio a un popolo ferito da tempi ben più remoti da quel Nord potente e opprimente

Sì, perché fino all'arrivo di Maradona, lo sport pallonaro più amato d'Italia era monopolio delle grandi squadre del settentrione: Juventus, Inter e Milan. Dei nobili albori di Genoa, Torino e Pro Vercelli, con sporadiche apparizioni di Fiorentina. Con Roma, Lazio e Cagliari a rappresentare le vittorie più a Sud dello stivale. Maradona era di tutti: giovani e anziani, ricchi e poveri. E questa moltitudine di voce è la stessa che ne racconta le gesta nel documentario.

Di tanto in tanto si sfocia nel fanatismo, e non si può spiegare altrimenti la "passione" che in lui possono nutrire anche ragazzini nati dopo il 2000, ben molti anni dalla fine delle gesta di questo eroe popolare giunto dal Sud America. La cosa "particolare" di questo documentario è che pare essere quasi destinato ai non napoletani, nel senso che il vero tifoso del Napoli conosce già tutto quanto viene mostrato nel documentario. Dalla spasmodica attesa dell'arrivo di questo giovane, già consacrato all'Olimpo del pallone, in Argentina prima e in Spagna poi.

La febbre di un popolo che, tra mille stereotipi, viene placata dalla proclamazione del proprio sovrano, il proprio condottiero.Già, perché di sport c'è poco o niente in questo documentario, Maradona è spesso "politica". L'anti conformista, colui che sfida i "poteri forti". E la freschezza del prodotto sta nel porre la questione come se fosse la prima volta che questo concetto viene sciorinato.

Detto già della quasi totale assenza di momenti di sport, salvo due interviste fatte al campione quando, ferito nell'orgoglio, era stato fischiato nella finale a Roma contro la Germania, il documentario pare solo mostrare gli effetti del fenomeno, lasciando allo spettatore il compito di individuarne le cause. 

Nota a margine: nel momento in cui vi scrivo il film è già uscito nelle sale e, nel giorno esatto della conquista del primo tricolore, i protagonisti di quelle gestasi sono radunati allo Stadio San Paolo per celebrare l'evento. Peccato solo che il complesso fosse chiuso e già rimbalzino le colpe. Non l'epilogo ideale per accompagnare questo film evento.



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