martedì 30 maggio 2017

Scuola: oltre all'inglese, perchè non insegnare l'arabo?

di Teresa Uomo

L’apprendimento di una seconda lingua straniera, oltre all’inglese che riveste sicuramente una grande importanza, rappresenta per gli studenti una notevole risorsa formativa sui diversi piani della crescita culturale e professionale. I grandi paesi d’Europa rappresentano dei prestigiosi patrimoni culturali, la cui conoscenza è un importante tassello del profilo formativo di ogni cittadino europeo; questi stessi paesi europei offrono diverse opportunità di studio, di stage formativi, e di concrete esperienze lavorative. 

Fin dal trattato di Maastricht del 1992, l’Unione Europea ha reso del tutto fruibili tali prospettive, istituendo il diritto alla libera circolazione tra gli stati membri di studenti, ricercatori e lavoratori. Per poter accedere a tali opportunità è necessario conoscere le lingue straniere. Bisogna promuovere la multiculturalità che si sviluppi con continuità e progressività attraverso lo studio di almeno due lingue straniere, in tutti i segmenti della scuola italiana: dal primo approccio nella scuola primaria, fino al termine della scuola secondaria di secondo grado. 

Lo studio delle lingue è una priorità per il futuro dei ragazzi e delle ragazze. La scuola italiana ha la grande possibilità di formare i giovani aprendosi alle lingue del futuro, una lingua come l’arabo, prevalente nel Mediterraneo. L’Italia di oggi è molto meno provinciale di quel che sembra; mentre si discute di immigrazione e di emigrazione, il numero di iscritti a facoltà di lingue orientali aumenta sempre più, ed anche le scuole hanno pensato di aprirsi all’insegnamento e all’apprendimento di lingue orientali. 

Giovani che guardano al di là del loro naso, giovani assetati dalla voglia di conoscere sempre meglio questo mondo in espansione, che non temono il diverso, ma vogliono comprenderlo. Le istituzioni scolastiche stanno pian piano cominciando a mettersi a passo. Una scelta lungimirante, quella di non limitare la conoscenza del mondo esclusivamente all’Europa. Parliamo di una mediazione tra la cultura europea, continentale ed orientale: un esempio a cui guardare all’interno dell’attuale società, dove manca ancora la coscienza d’integrazione; un laboratorio di cittadinanze consapevoli e nuove, che trascendono i confini. La sfida potrebbe essere quella di prevedere l’insegnamento della lingua araba nelle scuole dalla prima elementare fino alla maturità. Pensare che i ragazzi oltre all’inglese imparino anche l’arabo o altre lingue, non dovrebbe stupire. Sapere l’arabo permetterebbe ai ragazzi di conoscere meglio un’altra cultura, di guardare con attenzione al Medio Oriente, ipotizzando percorsi di studio anche in queste aree del mondo. 

Il politico marocchino Khalid Chaouki, naturalizzato italiano, esponente del Partito Democratico, parlando di scuola, ha preso a modello gli istituti scolastici tedeschi ed inglesi ed ha esordito affermando che: “dovremmo insegnare arabo agli studenti italiani. L’integrazione va costituita con una scuola che abbia dei reali obiettivi, che consenta agli italiani di integrarsi nella società”. Ha poi concluso osservando che “il 10% degli studenti è di origine straniera che però scolasticamente vive ai margini. All’estero, come in Inghilterra, i corpi insegnanti consentono ai cittadini immigrati di dare un contributo alla vita civile. Da noi invece, gli insegnanti immigrati sono quasi completamente assenti, e le leggi sulla cittadinanza escludono i 'nuovi italiani'. C’è un errore di base che implica l’esclusione e non l’inclusione”.

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