mercoledì 28 giugno 2017

L’Italia resta indietro. Cosa frena l’ingresso nell’occupazione?

di Teresa Uomo

Ventenni sempre più svantaggiati in Italia. È quanto emerge dal “Rapporto 2017 della Fondazione Bruno Visentini”: per diventare autonomi i giovani italiani ci mettono sempre di più. Nel 2004 un giovane di 20 anni impiegava circa dieci anni per costruirsi una vita autonoma, nel 2020 impiegherà diciotto anni e nel 2030 addirittura ventotto. Si diventa “grandi” a quasi 40 anni. Si tratta di una ricerca fatta attraverso uno specifico indicatore, dove l’Italia è al penultimo posto, seguito dalla Grecia. I giovani italiani risultano quindi più svantaggiati e, se nel 2004 un ragazzo di 20 anni per raggiungere l’indipendenza doveva scavalcare un “muro” di un metro, nel 2030 quel muro sarà alto tre metri, sarà quasi invalicabile. 

Tabella 1 – Occupati in Italia negli anni 2007, 2013 e 2016 (dati in migliaia)
La crisi economica, le riforme pensionistiche hanno inciso molto sull’occupazione dei giovani. Con la crisi, i mutamenti sociali e le modifiche legislative, il mercato del lavoro è profondamente cambiato. Secondo un’accurata analisi dei dati Istat, nel 2007 in Italia lavoravano più di 22 milioni e 500 mila persone. Con la crisi, il numero degli occupati è progressivamente diminuito, fino al 2013, con meno di 22 milioni di lavoratori, crescendo poi rapidamente nel triennio successivo, per poi ritornare nel 2016 quasi ai livelli pre-crisi (tabella 1). 

La crisi occupazionale è quindi superata? Purtroppo, la realtà non è tanto rosea. Innanzitutto, la percentuale di occupati è diminuita, perché nel frattempo la popolazione tra i 15 e i 74 anni è aumentata di quasi 800 mila unità. Inoltre, le differenze per genere ed età sono enormi, soprattutto nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni. Secondo i dati diffusi dall'istituto di statistica, il tasso di occupazione sale al 57,9% (+0,2 punti su marzo), al livello più alto da febbraio 2009. A beneficiarne sono, di nuovo, soprattutto gli over 50. Gli inattivi sono in aumento dello 0,1% su marzo, ma in calo dello 0,4% rispetto ad aprile 2016. 

Cala ancora il tasso di disoccupazione in Italia: dall’11,7% di marzo passa all’11,1% di aprile, segnando una diminuzione dello 0,6% su aprile 2016. Si tratta del dato più basso da settembre 2012. Quella giovanile, invece, rimane stabile al 34%. Ad aprile 2017, invece, la stima degli occupati cresce dello 0,4% rispetto a marzo (+94mila unità), dopo un semestre in cui l’occupazione è stata a tratti stabile o in lieve crescita. Dati ai quali però si aggiunge il tasso di inattività delle persone tra i 15 e i 64 anni che è al 34,7%, in aumento di 0,1 punti su marzo (+24mila unità) e in calo di 0,4 punti (-196mila unità) su aprile 2016. L’Istat, sulla base dei dati destagionalizzati, rileva che nel mese di aprile i disoccupati erano 2.880.000 in calo di 106mila unità su marzo e di 146mila unità su aprile 2016.

L’aumento dell’occupazione, che si rileva importante sia per le donne sia per gli uomini, interessa le persone ultracinquantenni e, in misura minore quelli tra i 25 e i 34 anni, mentre si registra un calo nelle restanti classi di età. Cresce il numero di lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine. In aumento nell’ultimo mese anche gli indipendenti. Il tasso di occupazione sale al 57,9% (+0,2 punti percentuali). Nel periodo febbraio-aprile si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,4%, pari a +82mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia a termine. 

Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni ad aprile era al 34%, stabile rispetto a marzo e in calo di tre punti rispetto ad aprile 2016. L’Istat aggiunge che gli occupati in questa fascia di età sono 1.001.000, in calo di 18.000 unità su marzo e in aumento di 4mila unità su aprile 2016. I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 516.000 in calo di 10mila unità su marzo e di 69mila unità su aprile 2016. Per ritornare, dunque, ai tassi di occupazione pre-crisi ci sarà bisogno di diversi posti di lavoro, e perché ciò accada non sarà sufficiente agevolare ulteriormente le assunzioni, ma l’Italia dovrà imboccare la strada di un continuo e continuativo sviluppo economico.


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