lunedì 30 ottobre 2017

“Smettila di fare l’inglese e fai l’italiano!”

di Noemi Colicchio

Maxi-inchiesta delle fiamme gialle sull’intero territorio nazionale: 7 gli arresti, 22 le interdizioni allo svolgimento della professione per una durata di 12 mesi. La nuova bufera che travolge l’Italia prende il nome da una classe sociale antica quanto immanente, che affonda le proprie origini in un concetto tipico dell’epoca romana, oggi più attuale di allora: quello dei “clientes”. Si trattava di cittadini legati in obblighi di varia natura al proprio “Patronus”, a sua volta costretto a contraccambiare con totale protezione verso di essi nella vita sociale della città. Cambiano le epoche, cambiano gli attori, ma i ruoli restano inchiodati al palcoscenico.

Il caso dei Baroni si dirama da Firenze a Messina, travolgendo Napoli per poi rimbalzare come una pallina da ping - pong fino a Milano. Non elude alcuna dogana, neanche quella di Università mastodontiche, rese infime dalla svelata corruzione che attanaglia anch’esse. Quasi non ci stupisce sentirne parlare - e forse questo dovrebbe preoccuparci ancor più del reato stesso che viene perpetrato costantemente sotto i nostri occhi discreti - di questo mondo accademico nebuloso ed oscuro, avvolto in una coltre imperscrutabile, che a tratti pare diventare una setta per pochi eletti. Nella lotta al potere, i legami di sangue continuano a farla da padrona e si impara presto ad attribuire, come prima qualifica curricolare, la dicitura “figlio di…. Non vorremo mai cadere nella banalità della critica fine a se stessa, superflua perché relativista, poco oggettiva, figlia di tutti e di nessuno, per l’appunto. Le generalizzazioni, per quanto ampio possa essere il fondo di verità a loro supporto, ammazzano sempre la credibilità delle argomentazioni. Ma pare, scavando nella memoria del Paese, di sentire costantemente le stesse critiche al sistema, fatte dalle stesse persone che invocano a tono alto giustezza degli atti ma non disdegnano mezzi veloci per vie di fuga da situazioni faticose. 

La becera considerazione che riecheggia nelle aule di chi deve difendersi senza avvocati d’ufficio recita più o meno così: perché se il figlio di un attore sceglie la stessa carriera del papà non viene messo sotto torchio? O di uno scrittore, o di un musicista? Perché, cari miei, per quanto sarebbe divertente per tutti stabilire gli estremi della disciplina utile alla regolamentazione dell’accesso alle professioni che insistono nel campo artistico - Art. 1: non recitare se non sai recitare, ad esempio - in realtà non sussistono concorsi pubblici a favore di questo genere di attività. L’incapacità, in casi del genere, viene fuori senza troppe moine, perché il pubblico votante cambia canale. 

Lo studente invece, unico utente in diritto e in dovere di esprimersi riguardo le strane manifestazioni di incompetenza dei suoi docenti, da giudicante resta pur sempre giudicato per la natura stessa del ruolo da lui ricoperto, poco credibile nella lamentela perché probabilmente mosso da interesse proprio nel riversare sull’inadeguatezza della spiegazione la propria indolenza nello studio.

E allora, dopo arresti e polemiche, cosa ci resta? Probabilmente l’emblematica risposta del Prof. Pasquale Russo - docente ordinario di Diritto Tributario presso l’Università di Firenze - al Ricercatore Philip Laroma Jezzi che, dopo essersi vista respinta la domanda di abilitazione a professore ordinario poiché già altre etichette erano state stampate per la sedia cui ambiva, ha denunciato il tutto: "Come si fa ad accettare una cosa simile? Tu non puoi non accettare. Che fai, ricorso? Però così ti giochi la carriera. Qui non siamo sul piano del merito Philip. Smetti di fare l'inglese e fai l'italiano".



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