mercoledì 18 aprile 2018

Napoli incontra lo scrittore Premio Pulitzer Hisham Matar

di Fiorenza Basso 

Hisham Matar
Nella splendida cornice di Palazzo du Mesnil, storico palazzo ottocentesco di via Chiatamone a Napoli, lo scorso 27 marzo si è tenuto l’incontro con lo scrittore libico Hisham Matar. L'evento, organizzato in collaborazione con il Salone del Libro di Napoli, è stato interamente curato da Monica Ruocco, docente di lingua e letteratura araba dell’Università L'Orientale.  L'intervista all’autore del libro intitolato Il ritorno: padri, figli e la terra fra di loro è stata condotta da Benedetta Tobagi, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica, che ha saputo saggiamente formulare domande che hanno toccato con eleganza e delicatezza i temi principali dell’opera: l’esilio, la nostalgia del ritorno, il dolore della scomparsa.

Il racconto autobiografico, che è stato insignito del premio Pulitzer nel 2017, si apre con il ritorno dello scrittore a Tripoli, nella primavera del 2012, dopo trentatré anni di esilio, durante i quali la ferocia della dittatura di Muammar Gheddafi aveva reso prigionieri alcuni membri della sua famiglia, e lo ha costretto a fare i conti con la scomparsa, nell’ignoto, di suo padre, Jaballa Matar, intellettuale e poeta, che è stato rapito nel 1990 al Cairo per aver manifestato la sua dissidenza nei confronti del regime. 

Solo tre anni dopo Hisham Matar e la sua famiglia sono venuti a conoscenza, tramite alcune lettere redatte da Jaballa Matar, che era detenuto nella prigione di Abu Salim, in Libia. L’autore ha così intrapreso un lungo viaggio alla ricerca della verità, di suo padre, e soprattutto di se stesso, che non avendo un padre a cui ribellarsi, ha reso difficile il suo processo d’indipendenza e di identità.

Se da una parte Hisham Matar come Telemaco, ha difeso la sua famiglia dalle insidie perpetrate dai Proci, conducendo indagini sulla scomparsa di suo padre, intervistando prigionieri che lo avevano incontrato o solo ascoltato la sua voce, scrivendo articoli che mettevano in luce le terribili torture e le condizioni inumane in cui versavano i prigionieri detenuti ad Abu Salim; dall’altra, invece, lo scrittore libico non ha incontrato il padre, come Telemaco, non ha potuto fare esperienza del limite e capire, attraverso l’esperienza del padre, che la vita può avere un senso. 

È nella sua opera che l’autore incontra suo padre in maniera intima, in uno spazio delimitato dal numero di pagine e in un tempo scandito dalla parola scritta, che ancora una volta, ha potere salvifico: come Jaballa Matar recitava poesie e scriveva lettere durante i suoi anni di prigionia, nel tentativo che non andasse in frantumi neanche quella piccola porzione di cuore in cui era racchiuso del bene, così suo figlio affida alla carta e alla penna il suo profondo dolore per il ritorno del padre, mai avvenuto. 

Nelle prime pagine della sua autobiografia, Hisham Matar scrive che non vorrebbe dare nulla di più alla Libia di quanto si è già presa. Con la sua opera dona alla Libia e all’umanità intera una lezione di vita, insegnando che quando si è provato tanto dolore non si può volere del male a nessuno.



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