mercoledì 18 aprile 2018

Siamo tutti un po’ Giada...

di Noemi Colicchio

Ci sono casi in cui scrivere senza risultare ridondanti, banali, scettici, finti perbenisti appare pressoché impossibile a chi vuole praticare un po’ di onestà intellettuale spicciola, o quanto meno improbabile. Sa di assurdo qualsiasi considerazione e, alla fine dei giochi, il silenzio resta sempre la scelta più saggia e rispettosa tra tutte. E’ importante però spendere qualche minuto a riflettere sulle nostre di vite, perché può succedere a volte che da un avvenimento così brutto qualcuno impari ad osservare con occhi diversi la realtà che lo circonda. Magari basta togliere gli occhiali e guardare in faccia il sole per capire davvero quanto riscalda. 

Sulla cronaca dell’evento (la storia di Giada, la studentessa che si è suicidata all'università nel giorno della sua presunta laurea) sono stati scritti fiumi di parole e spesso si è sfociati in congetture prive di fondamenta: l’ha fatto perché aveva una media bassa, perché gli amici e il fidanzato, i genitori, le pressioni, i prof, altri parlavano di fake news, perché i paroloni-brand piacciono e rassicurano, rendono schiavi e costruiscono nidi. La verità è che a tutti noi, sfido chiunque, è capitato di dire una piccola bugia bianca durante la propria carriera universitaria e fino a ritrovarsi in racconti mai veri con esami fantastici e professori burberi che fanno il loro mestiere per dovere e mai per piacere, che si rivalgono delle loro frustrazioni su poveri studenti e li maltrattano per il sadico gusto di vederli tornare a posto privi di speranze e con un peso sulle spalle e sul cuore, beh… fino a questo punto il passo è davvero più breve di quanto si pensi. 

Succede così di andare fuori corso e fuori vita, perché una società che corre più veloce di Bolt ti fagocita e predispone il terreno a piantine più giovani di quella che mai potrai coltivare dentro di te. Nessuna opportunità se non ce la fai in tempo, niente scuse: o studi o studi, o riesci o fatti tuoi. E l’Università diventa incubo temuto di intere generazioni che non sanno più quale sia il loro posto in aula studio ogni volta che una nuova orda di matricole la invade, figuriamoci nel mondo. Perché non ci è chiaro che ad ognuno va dato il suo tempo, senza crogiolarsi nell’impossibilità del fare ciò che non ci riesce meglio, non è per nulla chiaro. La competizione, quella sana, è per pochi ma nessuno lo sa. E allora tutti continuano a parlarne, fingendosi rispettosi e aperti al prossimo, aiutandolo con appunti e sbobinature. Quando si tirano le somme, però, si finisce per soppesare una persona in CFU più che in kg

L'ansia perenne di essere giudicati non ci abbandona né può farlo: da quando apriamo gli occhi al mattino fino a quando ci riaddormentiamo di sera, ci sarà sempre qualcuno che nella sua testolina formulerà una considerazione su di noi. L’educazione ci ha insegnato a non esprimere sempre ciò che pensiamo, non a non pensare (in alcuni casi). Capita allora che ti si rovesciano addosso considerazioni sconsiderate, che non dovresti neanche ascoltare ma senti lo stesso perché la socialità resta pur sempre la scelta ottimale. E magari per chi ha una sensibilità più acuta, questo finisce per essere un pungolo dal fastidio senza precedenti. Una puntura d’ape continua e costante, che invece di bucare la pelle insiste nel grattarci sopra giorno dopo giorno facendola sentire inefficace, non brava a fare ciò per cui è stata progettata: il suo dovere. 

E allora, se anche tutti i giorni ci ritroviamo a pronunciare pareri su questo o quello, se ci piace oppure no, giudicare qualcuno per il suo modo di essere, di vestire, di riuscire o di fallire, esterniamolo con garbo e con rispetto. Perché non si sa mai fino a che punto il pungiglione continuerà a grattare alla porta della pelle invece di bucarla. E poi chi la ripara? 

Siamo tutti un po’ Giada.

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