venerdì 25 maggio 2018

Da Torino a Bari: niente minigonne e pantaloni bassi a scuola

di Noemi Colicchio 

È bufera mediatica a Torino contro una Preside che dà il via ad una crociata contro minigonne e pantaloni a vita bassissima in due scuole medie di Moncalieri. La domanda è semplice, se sia consono o meno l’abbigliamento di ragazzine e ragazzini che varcano il portone di scuola con gonne molto corte, jeans che lasciano vedere gli slip e trucco pesante, come quello scelto per le uscite con amici, magari per far colpo su qualche bel giovanotto al sabato sera. 

Il giudizio passa ai genitori, che interpellati con un sondaggio Facebook dal titolo "Chi sarebbe d’accordo nel vietare canotte, shorts e minigonne cortissime a scuola? Si deve favorire la consapevolezza che ogni luogo ha il proprio codice di comportamento e di abbigliamento, insegnando un minimo di rispetto e di buon gusto. Ovviamente mi riferisco anche ai jeans a vita bassa che mostrano le mutande", si mostrano d’accordo con la Preside. 

Con ogni probabilità, in questi giorni se ne starà discutendo in Consiglio di Istituto e nessuna decisione è stata ancora presa, ma la ribellione è dietro l’angolo: si parla di repressione della libertà, nessuna possibilità di esprimersi come meglio si crede proprio in quell’età così delicata in cui si forma la vera tempra di ogni individuo. E non si pensa invece a quanto bene faccia imparare, proprio in quegli anni in cui si forma la vera coscienza sociale di ogni individuo, ad adeguarsi al contesto. Sì, adeguarsi, che non vuol dire appiattirsi o piegare la propria personalità alle regole della società, ma capire come non essere fuori luogo. E quanto è importante questo, quando finita la scuola media o le superiori, ci si ritrova di fronte ad un Professore universitario o, peggio ancora, davanti ad un esaminatore che deve scegliere tra te e altre centinaia e centinaia di ragazzi per quel singolo posto di lavoro? 

Valeria Fantino, la Preside delle due scuole medie dell’istituto comprensivo Centro Storico di Moncalieri, nella prima cintura di Torino, afferma: "nelle scuole medie i ragazzi cominciano a capire come funzionano certi meccanismi e noi tutti siamo responsabili della loro formazione ed educazione, tra queste cose c’è anche l’importanza di capire che ogni luogo ha una forma da rispettare. Se oggi vengono a scuola con i pantaloni strappati o le minigonne, domani non capiranno che ad un colloquio di lavoro o in un ufficio ci si deve presentare indossando un abbigliamento opportuno". 

Nulla di proibitivo: qui non siamo nel Medioevo. La Preside è stra-sicura che la sua proposta sarà presa con serenità e non considerata retrograda da allievi e genitori, ma non sempre le cose vanno così. "Non credo, visto che tantissimi genitori sono d’accordo con me ho fatto appositamente il sondaggio su Facebook per avere un primo polso delle reazioni. Una madre mi ha detto chiaramente che sua figlia verrà a scuola truccata, perché lei le dà il permesso. Pazienza. Le scelte educative aiutano i ragazzi a crescere e a rispettare le istituzioni". Buona idea anche quella di "invitare uno stilista a scuola, che racconti come ci si possa abbigliare in maniera alternativa, anche in rapporto alla propria corporatura e viso. Un professionista può insegnare come essere trendy, senza per forza trascendere nel cattivo gusto. Credo che ai ragazzi piacerà". 

E mentre a Torino si discute del più e del meno, le vere proteste vengono dal Sud. A Bari il Preside di una scuola media pubblica sul sito ufficiale dell’istituto questa comunicazione “Senza indulgere a noiose classificazioni o a rigidi dress code, ma affidandomi al buon senso di studenti maturi, famiglie e docenti, raccomando a tutti di adottare un abbigliamento che consenta di tollerare il caldo, senza far venir meno il decoro, il buon gusto e il rispetto del luogo”. Per i ragazzi pantaloni corti ma non cortissimi, camicia o t-shirt e niente shorts, minigonne, top succinti per le ragazze, oltre tutto ciò “che lascia la pancia scoperta”. Gli studenti scendono in piazza a manifestare e la questione diventa ufficialmente di interesse nazionale: da che parte è il giusto? 


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