giovedì 19 luglio 2018

Amici o colleghi? I rapporti interpersonali sul posto di lavoro

di Noemi Colicchio 

Di primo impatto forse ci verrebbe da dire “l’una non esclude l’altra” ma, ad onor del vero, è oggettivamente complicato gestire rapporti interpersonali ad alta dose di affetto incondizionato sul posto di lavoro. Sì, è proprio questa la chiave: la stima incondizionata, la devozione o l’essere perennemente concordi è una delle caratteristiche fondanti dell’amicizia in caso di “minaccia dal mondo esterno”. Che poi, nella quotidianità, ci si possa tirar dietro i portapenne per un litigio è un altro conto, ma quando subentrano problematiche che rischiano di minare reputazione o affidabilità sociale di un amico, il primo istinto è quello di proteggerlo e dargli tutto il nostro appoggio. E se invece con quell’amico condividiamo un lavoro? Se siamo chiamati, in virtù della nostra professionalità, ad esprimerci con un out-out su di lui? E se non fossimo d’accordo o qualcosa non andasse bene, come faremmo a dirglielo? 

Il problema è stato affrontato dalla sociologa americana Jessica Methot che, attraverso diversi focus group in svariate aziende degli Stati Uniti, ha condotto una ricerca riguardo la dicotomia o presunta tale tra amicizia e collaborazione tra colleghi per conto della «Personal and Social Psychology Bullettin» e pubblicata dal New Yortk Times, riuscendo a guadagnare centinaia di testimonianze. Risultato? 

Le amicizie nello stesso team di lavoro sono molto importanti perché garanzia di un ambiente gradevole e sereno. Fa piacere a tutti condividere con una persona fidata la quotidianità: il nostro ufficio è una seconda casa, il luogo in cui trascorriamo la stragrande maggioranza del nostro tempo ed un ambiente ostico può oggettivamente essere una controindicazione realmente importante per l’espressione del proprio potenziale. 

Qual è, dunque, il problema? La sovrapposizione di ruoli

Come fare ad essere democraticamente in disaccordo? Come esprimere una critica evitando che si travalichino le dimensioni emotive di amicizia e collaborazione lavorativa? Dove iniziano i doveri, l’impegno, i compiti e dove finisce la richiesta espressa in chiave amichevole? 

Il problema, riportato su scala più estesa nel tempo, più ingenerare nel soggetto meno propenso alla critica verso l’altro e maggiormente timoroso delle sue reazioni il cosiddetto “esaurimento emotivo” cioè la camera di incubazione della più importante sindrome del burnout, l’esaurimento da lavoro. Ci si astiene dal fare commenti, si cerca disperatamente di trovarsi in accordo con l’altro, si è nervosi, aumenta l’assenteismo ed il mancato conseguimento degli obiettivi aziendali. Insomma, la situazione può sfuggirci effettivamente di mano. 

Come risolvere questo problema? 

Alcune scuole di pensiero, forse un pelino più radicali delle altre, sostengono la necessità di eliminare qualsiasi forma di amicizia dal lavoro: si condivide il pavimento calpestato dal mattino alla sera e non la vita. Secondo consiglio: ritagliarsi degli spazi per sé e per la propria amicizia: consumare un rapporto in quattro mura d’ufficio ne fa perdere di vista il senso. Terzo, ed ultimo: non farsi prendere dall’ansia. Ogni caso è a sé ed ogni persona è differente dall’altra. Non esiste, né bisogna fidarsi di chi dica il contrario, un decalogo del buon comportamento da adottare sul lavoro condiviso con amici/fidanzati/mariti/mogli. La verità è che bisogna far prevalere il buon senso, in queste occasioni più che mai. 



Nessun commento:

Posta un commento