giovedì 27 settembre 2018

Mahmud Darwish: essere esule non è sinonimo di essere solo

di Fiorenza Basso

“[…] e l’amore, come la morte, è una promessa che non si può rifiutare … e che non svanisce”. 

Questi sono alcuni dei versi che compongono la raccolta poetica intitolata “Undici pianeti” scritta da Mahmud Darwish, poeta palestinese, morto nel 2008. 

L’opera, edita da Editoriale Jouvence, è stata presentata da Silvia Moresi, arabista, traduttrice e curatrice della stessa e da Gennaro Gervasio, docente dell’università Roma Tre, nei giorni scorsi al Caffè Arabo di piazza Bellini. 

Undici pianeti è stato composto e pubblicato nel 1992, anno particolarmente ricco di significati per lo scrittore palestinese, sia dal punto di vista storico sia privato: ricorreva il cinquecentenario del 1492, anno della scoperta dell’America e della definitiva espulsione di arabi ed ebrei dall’Andalusia; nel 1992 Mahmud Darwish ha visitato per la prima volta la Spagna; nel 1991 erano stati avviati dei negoziati tra Israele e Palestina, tesi ad un processo di pace, che si concluderanno con il clamoroso insuccesso degli accordi di Oslo nel 1993

Il titolo dell’opera del poeta palestinese richiama la XII sura del Corano, dove è rivelato che Giuseppe svela a suo padre Giacobbe di aver visto in sogno undici pianeti inchinarsi davanti a lui, segno della volontà di Dio di concedergli la capacità di interpretare il passato e di prevedere il futuro attraverso i sogni. 

L’opera poetica sebbene divisa in due parti è attraversata da un unico fil rouge che lega indissolubilmente tutti i componimenti fra loro: l’esilio. Il poeta palestinese scava, con l’ausilio della poesia, nel doloroso passato per portare alla luce non solo l’identità propria e del popolo palestinese, ma di tutti quei popoli che sono stati costretti a calpestarla a causa dell’egoismo egemonico perpetrato dalla potenza dell’uomo. La poesia, dunque, diventa l’unico antidoto contro l’oblio della Storia, e un lieve conforto per chi vive la stessa condizione di esule. Darwish decostruisce l’immagine dello straniero che il vincitore ha disegnato negli anni fino a renderla impossibile da identificare. L’esule, pertanto, non è più una sola persona e una persona sola, è invece un uomo che condivide la sua triste condizione insieme all’altro, abbattendo qualsiasi barriera, perché i grandi dolori non hanno confini. 

La poesia di Mahmud Darwish si presta, così, a diventare un locus amoenus, dove si ritorna ogni volta che la tristezza inaridisce i cuori, dove la parola scritta rinfranca l’animo dell’esule, dove è possibile rinascere dando voce al proprio dolore solo attraverso il confronto con l’altro e il conforto dell’altro, perché non si è più soli. 



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