lunedì 26 novembre 2018

Lettera a mia figlia che vuole portare il velo

di Teresa Uomo

Leila Djitli, giornalista di origine algerina, nel 2004 pubblica a Parigi un’opera singolare (“Lettera a mia figlia che vuole portare il velo”) in cui la figlia, nata e cresciuta in Francia, a diciassette anni decide di volersi mettere “il velo” delle donne musulmane. Tutto ciò apre uno squarcio epocale, con al centro la condizione della donna. 

Il testo della Djitli è la lettera accorata di una madre intellettuale che, senza negare le proprie radici arabo-musulmane, si sforza disperatamente di far capire alla giovane figlia i rischi pericolosamente presenti nel suo gesto “simbolico”. Ne vien fuori una sorta di lezione fatta col cuore, in merito ai valori di libertà e di uguaglianza che una donna deve conoscere e difendere, quale che sia la sua origine. 

Aicha è una donna franco-algerina che si è battuta per l’integrazione e la libertà: indossa i jeans ed è orgogliosa della sua emancipazione. Nawel è una ragazza di diciassette anni che riscopre testardamente la tradizione: per ribellione, rivalsa, bisogno di protezione. E di colpo ha deciso: “Voglio portare il velo”. Pronunciate sottovoce, le parole della figlia tagliano l’aria e fanno crollare le certezze. La madre ingoia rabbia e delusione; dunque, scrive. La sua è una lettera intima che ribalta i luoghi comuni e rifiuta gli stereotipi. 

Un velo scuro, coprente, ingombrante. Un velo contro cui sua nonna e sua madre hanno lottato, una copertura che hanno rifiutato, a cui hanno rinunciato. Quello stesso velo piomba tra Aicha e Nawel, tra una mamma di origine algerina che vive a Parigi, moderna ed orgogliosa di esserlo, e una figlia diciassettenne che decide improvvisamente di indossare l’hijab. 

Il libro si snoda attraverso una lunga lettera-confessione. La donna racconta la sua storia, quella della madre e della nonna, le vicende di tante donne accanto a lei. Cerca di spiegare alla figlia in un linguaggio semplice e incalzante cosa in fondo il velo voglia dire. L’uso dell’indumento ‘marchia le donne’, ma non si limita a questo, impone un comportamento sociale: salutare gli uomini senza dare la mano, non rimanere da sola in stanza con loro, non uscire, usare orari diversi per le piscine. Chi ha fede, e questo credo ha tanto di bello e di puro, non ha bisogno di segni esteriori per praticarla. A diciassette anni il velo rappresenta solo una fuga

La lettera è una denuncia intima che non si ferma ad un dialogo interiore, ma abbraccia temi importanti: il rapporto tra uomo e donna, l’indipendenza, la solitudine dell’immigrato, l’integralismo, la fede. I ragionamenti si susseguono come le parole, che manifestano rabbia, stupore, impotenza, dolore, ma soprattutto amore, amore per una figlia, amore per la vita, amore per una ribellione che si crede ancora giusta. 

Questo libro presenta una scrittura diaristica e asciutta, mostra antiche fratture generazionali e nuove ribellioni sociali. L’ironia della Djitli spesso è pungente. La madre si sofferma sull'ignoranza della propria famiglia, dell’ex-marito, su coloro che hanno fatto della religione il solo scopo della vita. Racconta poi storie di donne venute in Francia sperando di trovare un nuovo “Paradiso” e che invece hanno conosciuto soltanto dolore, emarginazione, ghettizzazione. È vero, dice il libro, che il tratto distintivo dell’adolescenza è la rottura con tutto quello che rappresenta l’ordine costituito. Non sono però gli “integralismi” di ogni sorta a nobilitare le differenze o i dissensi. Il velo, afferma l’autrice, non ti protegge da niente, men che mai “dagli uomini che vorrebbero umiliarti”. La libertà è un bene comune o non è niente. 

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