martedì 29 gennaio 2019

Calcio violento: 40 anni fa moriva Vincenzo Paparelli. Cos’è cambiato?

di Luigi Rinaldi

Era il 28 ottobre 1979, quando Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, moriva allo stadio Olimpico, dopo essere stato colpito da un razzo, poco prima del derby Roma - Lazio. Da allora, sono passati quasi 40 anni e il pallone è ancora oggi prigioniero di un’assurda scissione tra l’immortale fascino del gioco e delle passioni che produce e il sopravvivere di una cultura dell’odio che si trasforma in violenza. Dopo decenni dalla morte del tifoso laziale, il fenomeno si è incrudelito, segnalandosi per la “normalità” di risse, accoltellamenti, feriti e talvolta anche morti da stadio. 

Come dimostra l’Osservatorio per le manifestazioni sportive, i numeri sono in costante aumento, nonostante la progressiva militarizzazione. Oltre 15 mila tra poliziotti, carabinieri e militari della Guardia di Finanza, mobilitati per le domeniche di campionato, con una spesa superiore ai 30 milioni di euro all’anno nel 2018. Purtroppo, ancora oggi appare evidente l’assenza di un’accurata analisi sulla degenerazione della passione calcistica. 

Continua a prevalere l’idea che le violenze siano opera non di gruppi organizzati e strutturati quasi militarmente, ma di pochi isolati “imbecilli” o “cretini” che rovinano lo spettacolo della stragrande maggioranza dei veri tifosi. È così che ogni volta che accade un incidente grave sembra sempre che sia la prima volta. E invece non è così. Prova e’ che il capo ultrà della curva interista Marco Piovella, accusato di essere l’ispiratore del raid teppistico contro la carovana di tifosi napoletani, lo scorso 26 dicembre, che ha causato la morte del capo ultrà varesino, Daniele Belardinelli, era già stato processato nel 2003, per incidenti durante un derby con il Milan. 

Non di meno “Irriducibili” e “Viking”, ossia i gruppi della curva nord di San Siro, sono protagonisti della cronaca nera calcistica fin dagli anni 80. Addirittura sembra che alcune esperienze si tramandino di padre in figlio. Tra gli indagati della Procura di Milano, sugli scontri avvenuti prima della partita Inter - Napoli, risulta anche Alessandro Caravita, il figlio diciannovenne di Franco, lo storico fondatore e capo dei “Boys” dell’Inter, una delle componenti più forti della curva nerazzurra. Il ragazzo, a differenza del padre che ha vecchi precedenti specifici, è incensurato ed è stato indagato per rissa aggravata e omicidio volontario. 

Sorprende la superficialità con la quale il Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, all’indomani dell’ultima tragedia di San Siro, abbia dichiarato: "quei deficienti li metteremo tutti in galera". Come se in quarant’anni, dalla morte del povero Paparelli, non fosse stato fatto nulla per affrontare il problema del tifo violento. Tanto si è detto, tanto si è fatto, ma forse senza comprendere il nocciolo della questione. 

Era il 1979 quando l’allora ministro dell’Interno, Virgilio Rognoni, annunciava la rimozione degli striscioni violenti dagli stadi. Dopo l’immane tragedia dell’Heysel a Bruxelles, nel 1985, ad ogni evento luttuoso, praticamente tutti gli anni, è stato invocato lo stop alle trasferte e alle carovane del tifo. Sono state innumerevoli le volte in cui è stata minacciata la chiusura degli stadi o l’interruzione dei campionati da parte delle autorità sportive o politiche sull’onda emotiva causata da eventi sempre più tragici ed inaccettabili. Tuttavia, la suprema legge del mondo dello spettacolo “show must go on”, ha avuto la meglio su ogni iniziativa, dai tornelli al Daspo, tanto voluti ed inaugurati dal ministro Roberto Maroni

In tutti questi anni cosa è cambiato? Nulla assolutamente nulla. Anzi il quadro generale è sicuramente peggiorato. Sicuramente è scomparsa qualsiasi ironia e leggerezza nel mondo del tifo. Dal memorabile striscione degli anni 80 “Se la Juve è magica Cicciolina è vergine“ oppure “Giulietta sei una zoccola“, come risposta di tifosi napoletani a quelli veronesi, inneggianti alla lava vesuviana, si è passati ai cori contro i giocatori di colore, agli slogan antisemiti, al dileggio osceno del ricordo di Anna Frank. 

Oggi gli scontri non avvengono più per motivi di appartenenza calcistica, tanto che gli incidenti avvengono molto lontano dei campi di gioco. Gli addetti ai lavori, invece di fare inutili proclami, dovrebbero concentrare l’attenzione sulla stretta relazione venutasi a creare fra la crisi della militanza politica e partitica e la montata sciovinista e razzista da stadio. Una relazione da esaminare nelle cause e negli aspetti per adottare le soluzioni socialmente più opportune. 



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